La morte di Alì e quei profughi dimenticati

aiazzone

Ieri notte a Sesto Fiorentino è morto un uomo, ​​​Ali Moussa. Viveva, sopravviveva, in un capannone abbandonato, con altri cento rifugiati, quando nella struttura è scoppiato un incendio. Ali è morto perché ha cercato di salvare i propri documenti, che gli servivano per sperare un giorno di ricongiungersi alla famiglia. Oggi i superstiti sono in mezzo a una strada, o nella tendopoli allestita d’urgenza, perché da anni nessuno trova soluzioni per loro. Anzi, sono stati sgomberati prima e poi lasciati senza luce in quel capannone dove Alì ha trovato la morte.

Commenta così questa tragedia Jacopo, un operatore sociale: “Conoscevo Ali, era stato nel centro dove lavoro. È morto per salvare i documenti. Quelle carte che ottenute valgono come oro, anche se nella realtà ti garantiscono solo il diritto di respirare e niente più. È rientrato nel rogo per cercarle e li si è perso anche lui. Aveva più degli anni che dicevano i suoi documenti. Perché la giovinezza è un valore assoluto in occidente e se sei vecchio nessuno ti vuole, nessuno ti sfrutterà mai a dovere. Parlava male italiano Ali, a volte lo prendevo un po’ in giro e lui rideva col suo dentone d’oro retaggio di un mondo che non c’è più. Vissuto e cresciuto con la guerra, con cannonate, pallottole, ferite, malattie e roghi. Un rogo se l’è portato via. Nel gelo italiano di un capannone di Aiazzone “Provare per credere”. Ali ci ha creduto e provato a modo suo. La Somalia prima e l’Europa poi lo hanno abbandonato. La vita dei disperati non conta, non è remunerativa. La lotta di classe è molto molto attuale”.

Comunicato Movimento di lotta per la casa
​​​Alì Moussa, rifugiato politico somalo, è morto durante l’incendio dell’ex-Aiazzone.
Si era salvato dalle fiamme che hanno distrutto la struttura, ma poi ha deciso di rientrare dentro. Non era pazzo. E’ rientrato perchè voleva portare in salvo i suoi documenti. Quei pezzi di carta a cui la vita di ogni migrante è appesa. Pezzi di carta da sudare per ottenere il proprio diritto ad esistere qui in Italia.
Alì Moussa è stato ucciso dalle leggi dello Stato Italiano, dagli arbitrari ritardi e dinieghi delle questure, dal ricatto continuo che viene esercitato nei confronti dei migranti attraverso la minaccia della clandestinità. Noi questo non lo dimenticheremo.
La stampa aspettava un morto per accorgersi di come sono costretti a vivere nella tanto decantata “culla del rinascimento” i rifiugiati. La stampa può pure fingere di non sapere. Ma le istituzioni no. Queste sanno benissimo da due anni che all’interno dell’ex-mobilificio, in condizioni più che precarie, vivevano più di cento richiedenti asilo somali. Gli stessi che hanno sgomberato dall’occupazione di via Slataper. Gli stessi che hanno rimandato in mezzo ad una strada dopo i soliti tre mesi di “progetto”.
Ali Moussa è stato ucciso da un sistema dell’accoglienza finalizzato ad arricchire le cooperative che lo gestiscono. Che l’unica “integrazione” che offre è quella del lavoro gratuito per i profughi tanto sponsorizzato dal “socialista” (!) Enrico Rossi. Un sistema che usa-e-getta i migranti, come ha fatto con Ali Moussa. Noi questo non lo dimenticheremo.
In due anni, le istituzioni si sono ricordate dei rifugiati dell’ex-aiazzone solo quando si è trattato di portare operai, ruspe e reparti di polizia in assetto anti-sommossa per sabotare l’allaccio dell’energia elettrica degli occupanti. Per rendere ancora più precaria (e pericolosa) la fornitura, oltre che la vita degli abitanti. Noi questo non lo dimenticheremo.
Alì Moussa è stato ucciso da uno Stato – quello dell’art.5 e degli sgomberi – che ha deciso di fare la guerra a chi è costretto ad occupare invece di fare quello che dovrebbe: garantire una casa e una vita dignitosa a tutti.
Un uomo è morto, come nessuno mai dovrebbe morire. Da parte nostra tanta tristezza, indignazione rabbia. Altrettanta la convinzione che sono questi i momenti in cui c’è bisogno di schierarsi.
Perchè non accada mai più.
Movimento di Lotta per la Casa

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