Don Santoro ai preti: “Doniamo gli 80 euro di Renzi a chi ne ha bisogno”

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La proposta del parroco-operaio. Creare all’interno della diocesi un fondo ad hoc che sia gestito da probiviri da destinare ai poveri, a chi non ha lavoro e a progetti di integrazione sociale

Maria Cristina Carratù da Repubblica

Se c’è un prete scalzo, come papa Francesco vorrebbe tutti i preti, è lui. Ma lui è l’ultimo a pensare, per questo, di essere qualcuno, nel pantheon bergogliano dei buoni esempi. Ogni mattina alle 7 monta sul furgone con i suoi ragazzi (storie difficili alle spalle, niente studi, esperienze di carcere) e va a raccogliere metalli da riciclare, smonta, trasporta, scarica, torna al capannone delle Piagge, e lì, accanto al Centro sociale che funge anche da chiesa, doposcuola per i bambini del quartiere, scuola serale, smonta, separa, seleziona, prima di portare tutto a smaltire o al riciclo. Prete operaio, si sarebbe detto negli anni ’60, oggi don Alessandro Santoro è formalmente un lavoratore prete, con busta paga della cooperativa Il Cerro, manodopera insieme ad altri operai. Nessuna medaglia sul petto, “semplicemente il Vangelo”, dice lui, irritato dalla domanda, dalla sorpresa, dalla curiosità. Ci mancherebbe che un prete non fosse “il primo dietro Gesù”, ovvero, traduce Santoro, “povero fra i poveri”.

Concetto quantomeno vago, se il Papa ha sentito il bisogno di richiamare all’ordine preti e vescovi, vuol dire che ognuno, la povertà, l’ha interpretata a modo suo.
“Sì, però c’è poco da interpretare. Per essere un prete devi stare con i poveri, come ha fatto Gesù, e non puoi stare con i poveri se non ci stai da povero. La testimonianza personale, offerta attraverso la propria stessa vita, sulla propria stessa pelle, è fondamentale per essere credibili”.

E chi non lo fa non è prete, non è pastore?
“I rigorismi moralistici non sono la chiave giusta, in questo campo. Ognuno deve, e può, sapere cosa vuol dire essere povero, senza barare con se stesso. Suggerisco di regolarsi come diceva don Chiavacci (teologo fiorentino scomparso nel 2013, ndr): limitarsi a ciò che è necessario, per esempio una casa dove dormire, e a ciò che è conveniente, cioè che consente di vivere. Il resto è un di più, e bisogna liberarsene, cioè farlo diventare un bene comune a disposizione di chi ne ha bisogno. Per me, per esempio, i libri fanno parte del conveniente, perché aiutano la qualità della mia relazione con gli altri, tutto il resto invece no, e per questo alla morte di mio padre ho rinunciato all’asse ereditario con un atto notarile”.

Lei fa l’operaio, ed è uno dei pochissimi. Perché? Quello del prete non è già un lavoro?
“Se un prete non fa anche un lavoro-lavoro, possibilmente manuale, non capisce fino in fondo la corrosività della fatica quotidiana della gente, che spesso annienta la dimensione umana più profonda, quella della creatività, della speranza. In una parola, non può capire il mondo. Il lavoro è indispensabile per entrare nella vita feriale degli altri”.

Qualcuno può dire: non siamo mica tutti eroi.
“Macché eroi, basta poco per darsi una mossa. Fra poco, due proposte le farò io: la prima, firmare un nuovo Patto delle catacombe, come quello che dopo il Concilio impegnò alcuni vescovi e preti a vivere davvero sub luce Evangelii, attraverso scelte di povertà chiare e verificabili, e da poco rilanciato da padre Alex Zanotelli. La seconda: tutti i preti della diocesi, alcune centinaia, che di sicuro hanno già di che vivere, ma hanno anche avuto – tutti – gli 80 euro di Renzi, versino d’ora in poi ogni mese questo “di più” a un fondo ad hoc, gestito da probiviri, da destinare ai poveri, a chi non ha lavoro, a progetti di integrazione sociale. Non è difficile, nessun prete morirebbe di fame, vediamo chi ci sta”.

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