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  • Gli affari del Pd intorno al Monte dei Paschi di Siena

    Postato lunedì 14 maggio 2012 e inserito in Politica. Puoi seguire i commenti a questo articolo attraverso i feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, o fare un trackback dal tuo sito.

    Gli affari del Pd intorno al Monte dei Paschi di Siena

    I presidenti di Giunta e Consiglio regionale durante una seduta di Consiglio

    Il Monte dei Paschi di Siena manovra oltre il 30% dell’economia Toscana. Più se ne sa e meglio è.

    di Alessandro Agostinelli per Il Fatto Quotidiano

    Da un anno a Siena c’è un nuovo sindaco, Franco Ceccuzzi, ex-segretario dei Ds senesi ed ex-deputato Pd. Il 27 aprile scorso sette consiglieri comunali di maggioranza gli hanno votato contro sul rendiconto del consuntivo 2011. Non c’era niente che non andasse in quel bilancio. Il voto contrario è stato soltanto un avvertimento di una delle due anime del Pd senese, quella dell’ex-Margherita, controllata da Alberto Monaci, attuale presidente del Consiglio Regionale della Toscana. Adesso Ceccuzzi sa di poter contare con certezza solo su 13 voti, e non più 20, in un consiglio comunale di 32 membri. I due politici sono andati a braccetto per tanti anni, ma adesso siamo arrivati alla resa dei conti. L’ex uomo forte della Dc senese (corrente De Mita), acquistò nel 1999 tramite la moglie Anna Gioia, la sede della Dc: 14 stanze in un palazzo signorile in piazza del Campo, 309 metri quadrati su due piani.

    VALORE REALE dell’immobile circa 2 milioni di euro, prezzo per il fido democristiano 570 milioni di lire. Un bel risparmio, di cui il liquidatore nazionale Dc dell’epoca, Gianfranco Rotondi, disse di non sapere molto. Alberto Monaci è stato deputato Dc alla fine degli anni 90 e poi plenipotenziario della Margherita toscana. La moglie Anna Gioia, fisioterapista all’Asl locale, diventò consigliera comunale per la Margherita. Alessandro Pinciani, suo figlio di primo letto, è stato segretario cittadino del Ppi e della Margherita e adesso vicepresidente della Provincia di Siena. Mentre il fratello di Alberto, Alfredo Monaci, è stato vicepresidente della Sansedoni, la società immobiliare della Fondazione Monte dei Paschi, poi nel cda di Banca Monte dei Paschi, presidente di Biverbanca e di Mps Immobiliare spa e presidente di Fabrica Immobiliare Sgr.

    Ai tempi della Margherita, in Toscana, Alberto rappresentava gli ex Ppi e Alfredo i rutelliani: una spartizione di correnti intrafamiliare. Più di Rosy Bindi, sua avversaria storica, Alberto Monaci è il vero democristiano entrato nel Pd: di Sinalunga lei, di Asciano lui, due paesini della provincia senese. Gli ex-Ds di Siena, soprattutto con la segreteria di Franco Ceccuzzi, hanno fatto necessari patti con questa famiglia. L’accordo regge da oltre un decennio: Mussari presidente di Banca Monte dei Paschi (area ex-Ds); Gabriello Mancini (uomo di Alberto Monaci) alla Fondazione; Alfredo Monaci in Banca e in alcuni cda del Monte. Quando nasce il Pd, questo patto, che prima era tra due partiti (Ds e Margherita), diventa una convivenza interna a un partito solo, con molti mal di pancia degli ex-Ds.

    Poi in questi ultimi due anni, l’accordo Ceccuzzi-Monaci decreta la candidatura a sindaco di Ceccuzzi, senza primarie, e la carica di consigliere regionale per Monaci. Ed è proprio agli inizi del 2011 che si salda maggiormente questo ticket che prevede un avanzamento in tandem dei due politici senesi. Ad ogni scadenza Ceccuzzi e Monaci si siedono a un tavolo e trovano la quadra. Si mettono d’accordo nel voto per il segretario nazionale: Ceccuzzi fa votare Bersani ai suoi, Monaci fa votare Franceschini. Ma sul presidente della Regione Toscana e sul segretario regionale Pd i due decidono di votare e far votare all’unisono due ex comunisti: Enrico Rossi governatore; Andrea Manciulli segretario toscano.

    Alberto Monaci è fedele al patto, perché gli offrono la poltrona di consigliere regionale inserendolo nel listino del governatore Rossi che garantisce l’elezione sicura e poi da lì punta alla poltrona di presidente del Consiglio regionale. Ma si tutela, portando nel Consiglio comunale del sindaco Ceccuzzi sei suoi uomini. Sono loro (assieme a un altro) che il 27 aprile scorso sparigliano il Comune di Siena, mettendo in minoranza Ceccuzzi. Perché? Perché Ceccuzzi, che ha rinunciato allo stipendio parlamentare per andare a fare il sindaco nella sua città, non vuole certo durare poco. Il suo problema oggi non è Alberto Monaci, ma i miliardi di deficit del Monte dei Paschi. Ceccuzzi sa che non si possono fare due mandati da sindaco con una situazione così grave del “babbo senese”, il Monte.

    Così, stavolta, decide da solo e senza sedersi al tavolo con Monaci lancia la ristrutturazione del Monte. Chiama Alessandro Profumo alla presidenza e salta la vicepresidenza del Monte promessa al fratello di Monaci, Alfredo. Gli ex-Ds esultano: “Finalmente ci togliamo dalle scatole i monacini”. Ma ci sono sei “monacini” che tengono appeso Ceccuzzi a un filo, in consiglio comunale. Alla pugnalata di Ceccuzzi, Monaci ha risposto con un’altra pugnalata, minacciando un trambusto nazionale.

    LA GUERRA, che infuria mentre il Monte dei Paschi appare travolto dall’inchiesta sull’acquisto dell’Antonveneta, turba il Pd renale, mentre quello nazionale finge di non vedere. Il segretario Manciulli, in questi giorni, è spesso a Siena a chiedere buonsenso. Il governatore Enrico Rossi, da parte sua, pochi giorni fa ha provato a buttare un po ’ di acqua sul fuoco, nominando (dopo personaggi come Omar Calabrese o l’ex-rettore della Iulm di Milano, Marino Livolsi) un emerito sconosciuto come nuovo presidente del Core-com toscano: il signor Sandro Vannini, nel cui curriculum brilla solo un incarico di ufficio stampa alla Camera di commercio di Siena, ma anche l’amicizia di Alberto Monaci.


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