L’italiano più ricco ha tanti soldi quanto i 300.000 più poveri. Ecco le cause della diseguaglianza

In dieci anni le diseguaglianze tra gli italiani sono cresciute. Ecco le cause e i numeri della crisi presentati in “Nove su dieci”, il libro di Mario Pianta, economista della Campagna Sbilanciamoci! a cui aderisce anche la Comunità delle Piagge. Pubblichiamo parte del terzo capitolo.

[Mario Pianta, Nove su dieci. Perché stiamo (quasi) tutti
peggio di dieci anni fa. Laterza Editore]

Il reddito di cento poveri vale quello di ciascuno dei 38 mila italiani più ricchi. E ci vuole la ricchezza di trecentomila poveri – persone che rientrano nel 10% degli italiani con meno risorse – per uguagliare il patrimonio di uno dei dieci italiani più ricchi. Nel 2010 la ricchezza netta totale degli italiani era stimata in 9.500 miliardi di euro, ed è cresciuta moltissimo: oggi (a prezzi costanti) è sette volte e mezza in più del 1965; il tasso di crescita è stato del 4,7% l’anno, un record a confronto con il ristagno del reddito complessivo. Divisa per il numero di italiani, farebbe una ricchezza del valore di 143 mila euro a testa. Quasi due terzi della ricchezza sono beni reali (come gli immobili), il resto sono attività finanziarie, mentre i debiti rappresentano il 9% delle attività complessive. Fino al 1985 la ricchezza netta italiana non era molto superiore al Pil: la crescita dei redditi andava di pari passo con quella della ricchezza. Da allora, il gonfiarsi di attività finanziarie e immobiliari hanno portato la ricchezza italiana a raggiungere un valore di 5,7 volte il Pil nel 2009 (4,5 volte se sottraiamo il debito pubblico); tra 1985 e oggi questo rapporto è raddoppiato.

Le disuguaglianze qui sono molto forti. Il 10% delle famiglie più ricche possiede quasi il 45% della ricchezza totale, mentre riceve il 27% del reddito. Il 50% delle famiglie più povere dispone di appena il 10% della ricchezza totale. All’estremo vertice della piramide, i dieci individui più ricchi posseggono una quantità di ricchezza pari a quella dei tre milioni di italiani più poveri In media, la ricchezza di uno di questi italiani che guidano la classifica dei “super-stra-ricchi”, vale quella di trecentomila italiani poveri. Un dato da paese feudale.

A quali gruppi sociali va la ricchezza italiana? Se poniamo pari a 100 la ricchezza familiare netta media del paese, vediamo che il gruppo professionale dei dirigenti presenta un valore medio pari a 246 (in crescita negli ultimi dieci anni), i professionisti sono a 203 (in aumento dopo il 2000), imprenditori e autonomi hanno valori pari a 153 (in calo). Il declino dei ceti medi si vede con la posizione degli impiegati, che hanno ora livelli di ricchezza inferiori alla media, pari a 95, mentre nel 1993 i loro patrimoni erano pari al 106% della media nazionale. I veri “perdenti” sono gli operai, che nel 1987 avevano proprietà pari al 62% della media degli italiani, e ora dispongono solo del 44%. Che l’Italia sia sempre meno “un paese per giovani” si vede anche dalla distribuzione per età; i “perdenti” rispetto al 1987 sono in tutte le fasce di età fino ai 54 anni, tutte con valori medi della ricchezza inferiori alla media nazionale. Per i giovani fino a 34 anni l’impoverimento è nettissimo: si passa da valori pari all’83% della media nazionale nel 1987 al 62% nel 2008.

Se ci concentriamo sui patrimoni finanziari, nella media degli anni 2000-2008 la ricchezza finanziaria netta delle famiglie italiane è pari a 1,6 volte il Pil, più alta di tutti i maggiori paesi europei, Gran Bretagna compresa; Francia, Germania e Olanda hanno valori intorno a 1,2 volte il Pil. Le dimensioni di questa “potenza finanziaria” delle famiglie italiane, relativa agli altri paesi europei, sono sorprendenti. I flussi di risparmi si sono notevolmente ridotti in Italia, ma negli altri paesi erano da tempo inferiori. Che cosa ha tenuto in alto i livelli di ricchezza finanziaria nel nostro paese? La domanda giusta è “che cosa non li ha trascinati in basso?”. E la risposta è il debito privato.

Nel nostro paese, di fronte alla caduta dei redditi reali di nove su dieci degli italiani, i consumi sono stati sostenuti prevalentemente da una riduzione dei risparmi; il ricorso al debito privato è salito, ma resta molto distante dalla situazione degli altri paesi europei. In rapporto alla ricchezza finanziaria delle famiglie, il debito delle famiglie è passato dall’11% del 2000 al 16% del 2008. Negli stessi anni la Francia passava dal 28 al 30%, la Gran Bretagna dal 22 al 40%, la Spagna dal 30 al 50%. In controtendenza, ancora una volta, solo la Germania, che ha visto il debito ridursi dal 42 al 32% della ricchezza. Ecco una notizia importante per l’Italia: la minor diffusione della finanza nella vita delle famiglie ha ridotto la fragilità dell’intero paese, e limitato gli effetti negativi delle oscillazioni di Borsa; la ricchezza delle famiglie resta molto grande, e molto superiore – relativamente alle dimensioni dell’economia – a quella dei maggiori paesi europei.

Questo ha due implicazioni. La prima è che la fragilità italiana legata al debito pubblico viene capovolta se consideriamo il totale del debito, pubblico e privato. In rapporto al Pil la somma del debito pubblico e privato italiano resta di otto punti percentuali sotto il valore mediano dei paesi dell’euro. L’alto debito pubblico è più che compensato dal fatto che il debito di famiglie e imprese italiane è di oltre 30 punti percentuali al di sotto della mediana europea. Tra i paesi “virtuosi” in termini di debito totale, meglio dell’Italia fa soltanto la Germania .

La seconda implicazione è che è qui – nella ricchezza immobiliare, ma ancora di più in quella finanziaria – che si sono accumulati (e non sono stati dissipati dalla crisi) i profitti e le rendite. Il declino italiano ha fatto crescere poco la torta dei redditi, calare la fetta dei salari, reso più poveri i poveri di reddito che, come abbiamo visto, sono addirittura poverissimi in termini di ricchezza posseduta. Sul fronte opposto, manager, imprenditori, professionisti, lavoratori autonomi hanno ottenuto grandi profitti, senza confronti con gli altri paesi europei, e hanno visto crescere le loro ricchezze. È da questa grande ricchezza italiana – immobiliare, ma più ancora finanziaria – estremamente concentrata nelle mani dei più ricchi, che si possono trovare le risorse, attraverso politiche economiche appropriate, per finanziare la ripresa dopo la crisi, una “via d’uscita” dal declino e una “grande redistribuzione” che migliori le condizioni di vita e la giustizia sociale del paese.(…)

Queste disuguaglianze estreme, senza precedenti, non sono spuntate da sole. Vent’anni fa erano più contenute perché la politica le limitava. Su buona parte dei loro redditi, ciascun “super-stra-ricco” doveva pagare vent’anni fa un’aliquota fiscale del 72%, come in quasi tutto il resto d’Europa. Oggi paga il 43%: poco più di chi ha un reddito dieci volte inferiore. Fino a dieci anni fa l’imposta di successione assicurava un minimo di contenimento nella concentrazione della ricchezza: è stata prima ridotta e poi abolita, di comune accordo, dai governi di centro-sinistra e di destra.

Si chiude qui la parabola di trent’anni di liberismo. È sorto come un’ideologia fondata sulla libertà di cambiare, sull’esplosione della finanza, delle nuove tecnologie e della globalizzazione, delle opportunità d’impresa contrapposte ai vincoli della politica e della società. Ora tramonta tra crisi e depressione, impoverimento e austerità, e prende la forma di un ancien régime di privilegiati, contornati da un populismo reazionario. Purtroppo questo “tramonto” del liberismo non coincide necessariamente con la fine della sua egemonia: potremmo avere una prolungata agonia che lacera l’Europa proprio come avvenne negli anni venti e trenta del novecento. Un’alternativa, per l’Europa e l’Italia, è necessaria e urgente: capace di unire i nove su dieci in un blocco sociale diverso, capace di costruire una nuova egemonia sulla politica e l’economia.

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