“Averla è facile. Chiedimi come”. La spilla equivoca della Rinascente

Ilaria Ciuti da Repubblica

UNA spilla sul petto che riproduce la Rinascente Card, la carta di fidelizzazione dei clienti, lanciata da febbraio. Se la devono appuntare tutte le commesse, un’ottantina. Sotto c’è scritto: «Averla è facile. Chiedimi come».

Si riferisce alla card ma il doppio senso è a portata di mano, denunciano le commesse. Tanto più che, come spiega, Clarissa, «siamo tutte donne e, siccome dobbiamo stare a contatto con il pubblico, siamo sempre curate, dunque di aspetto piacente. La spilla è sul petto dove l’occhio dei maschi cade volentieri, le battute si sprecano e ci mettono in imbarazzo. Non capisco perché l’azienda abbia fato questa scelta».

In azienda, sia la direttrice che il capo del personale non parlano.

Lo fa la responsabile della comunicazione di Milano che, come tale, ha scelto il badge, Monica Ferreri. «Rimango stupita, non ho ricevuto nessuna protesta da altre parti d’Italia. Mi sembra pretestuosa, sono una donna anch’io ma non mi sarebbe mai venuto in mente. Comunque se la direttrice di Firenze me lo chiederà non avrò niente in contrario a ripensarci». Riflette una delle commesse: «Forse a Milano non ci pensano ma a Firenze sono tutti pazzi per i doppi sensi. Gli uomini ci fanno battute pesanti – dice Clarice – e noi dobbiamo stare lì col sorriso sulle labbra, sa dove li manderei se fossi fuori. Dovete essere come geishe, ci ha detto la direttrice». Alla fine Clarice si è ribella, una delle poche «perché – spiegano le altre – non tutte hanno i mezzi per affrontare i capi che ti tartassano o il coraggio di perdere punti nella scheda di valutazione». Lei comunque si ribella. Anche a vestirsi, come d’obbligo, di nero: «Se vogliono la divisa ce la devono fornire, lo dice anche il contratto». Clima teso alla Rinascente. Anche chi ubbidisce, soffre. Come la ragazza che dice «io la spilla la porto, ho ottenuto fiducia dopo tante fatichee indietro non torno. Ma sono amareggiata». Chi poi sta nel reparto esclusivamente maschile si dispera: «Non vi immaginate cosa mi sento dire. A volte mi sento umiliata, offesa».

Un altro boccone da ingoiare, dicono. Perché spiega Francesca c’è molto altro che non va. «Il badge è un messaggio subliminale, un’offesa, una violenza, un considerare la donna oggetto, che si può vendere, tanto tutto si deve vendere». Ma è solo l’ultima goccia. Prima, spiega Francesca , ci sono le difficoltà sulle maternitàe le domeniche. «Le ragazze con i contratti più recenti che hanno l’obbligatorietà del lavoro domenicale, circa la metà di noi, lavorano solo loro e tutte le 52 domeniche dell’anno.E non mi dite che , per i rapporti familiari e sociali, la domenica e il martedì sono la stessa cosa. Noi con il vecchio contratto le sostituiremmo a turno ma non ci vogliono perché costeremmo il 150 per cento di maggiorazione. Loro solo il 30: due euro l’ora netti in più, 16 in tutta la giornata». Conclude: «Non combattiamo contro le domeniche aperte. Ma allora ci vengano riconosciuti diritti e tutele come agli altri lavoratori delle urgenze, a cominciare dalla sanità. A livello economico e di turnazioni».

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2 commenti

  1. ivana dessanay

    quando la pubblicità e la vendita commerciale discrimina ed offende le donne. Condivido e partecipo alla denuncia collettiva al Garante

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