Diaz, Vittorio Agnoletto: un film furbo e senza coraggio

una scena dal film "Diaz"

una scena dal film "Diaz"

Vittorio Agnoletto da il manifesto

Un grande battage pubblicitario annuncia da mesi l’uscita del film “Diaz. Don’t clean up this blood”.

Molti critici e giornalisti hanno convalidato quanto più volte ripetuto sia dal produttore che dal regista: “I fatti narrati in questo film sono tratti dagli atti processuali e dalle sentenze della corte di appello di Genova”; come dire: quello che si vede nel film è la verità oggi accertata.

Non c’è dubbio che le lunghe sequenze che mostrano le gravissime violenze agite dalla polizia alla Diaz e le torture praticate a Bolzaneto rendono visibile per la prima volta quanto è avvenuto nella scuola e nella caserma; su questo ha ragione Angelo Mastrandrea (il manifesto 7 aprile).

Questo è senza dubbio un merito che di per sé può motivare la visione del film. Il rischio dell’oblio è forte e non c’è dubbio che i nostri governanti siano impegnati, purchase da quasi undici anni, a cancellare dalla memoria collettiva quei fatti.

Chiunque uscirà dalla proiezione si sentirà fortemente coinvolto e indignato dalla ferocia delle violenze istituzionali alle quali avrà assistito. E’ l’efficacia del film, un pugno nello stomaco che non si dimentica. Ma tale riconoscimento non può esimerci dall’esercitare, anche in questo caso, un’analisi critica, tanto più rigorosa quanto più il film tende a essere presentato come aderente alla verità storica e processuale.

Ecco quindi le mie principali critiche:

1. Il film “sorvola sui nomi di chi allora quell’operazione condusse e giustificò” scrive su il Corriere della sera del 13 febbraio Giuseppina Manin dopo aver visto il film al festival di Berlino. E racconta che il produttore Domenico Procacci rispose: “In un primo tempo la sceneggiatura prevedeva l’elenco completo dei ragazzi e dei responsabili del massacro. Poi però la parte offesa ci ha chiesto di non citare i loro nomi. E a quel punto abbiamo deciso di togliere anche gli altri.” Il rispetto per le vittime avrebbe spinto gli autori a non citare i nomi dei carnefici! Non si capisce quale sia la connessione. Eppure quei nomi sono scritti proprio negli atti giudiziari ai quali il film fa riferimento: si ritrovano nella lista dei condannati. Sono personaggi importanti, di potere, condannati in appello per gravi reati e che oggi ricoprono ruoli di primissimo piano nelle forze dell’ordine. Nemmeno nelle poche righe che precedono i titoli di coda compaiono i loro nomi e nemmeno si spiega che costoro sono stati tutti promossi.

Guardando il film mi è tornato in mente quanto scrive Luis Mario Borri, uno dei sopravvissuti alla dittatura argentina, quando commenta le ricostruzioni di quella tragedia storica: “Da tempo alcuni puntano ossessivamente i riflettori sulla verità con il subdolo proposito di cacciare nella penombra la giustizia”.

Mi domando qual è il motivo di tanta cautela e mi chiedo se sia in relazione con la scelta pubblicizzata dal produttore di inviare, ancora prima di cominciare le riprese del film, una copia della sceneggiatura all’attuale capo della polizia Antonio Manganelli. Manganelli, all’epoca vicecapo della polizia, è colui che, stando a quanto affermato dall’ex questore Colucci, in una telefonata intercettata durante l’inchiesta, avrebbe detto: “Dobbiamo dargli una bella botta a ’sto magistrato “, riferendosi al pm Zucca. Difficile capire che titolo avesse Manganelli per leggere in anteprima la sceneggiatura.

2. La responsabilità di quanto è accaduto nella notte della Diaz sembra venir scaricata sul personaggio giunto da Roma, che poi sarebbe Arnaldo La Barbera, deceduto da tempo per malattia. E’ esattamente una delle tesi sostenute a suo tempo dagli imputati. Nulla emerge dal film sulla figura dell’allora capo della polizia, oggi potentissimo capo dei servizi segreti, Gianni De Gennaro.

Il Pubblico Ministero del processo Diaz, Enrico Zucca, in un’intervista rilasciata ad Altreconomia dopo aver assistito al film, ricorda i filmati d’archivio con “la presenza dei funzionari che comandavano l’operazione, un direttorio spesso riunito sul campo che decide nelle svolte cruciali. Quel gruppo…. scompare invece dal film”.

Uno dei dirigenti di polizia, la controfigura di Michelangelo Fournier, il funzionario che aveva il comando operativo del suo reparto durante l’assalto alla Diaz, viene persino dipinto come una persona logorata da dubbi amletici al punto di scusarsi con le vittime. Resta da capire quali siano in questo caso le fonti documentali.

Non si dice una parola invece sui due infermieri che per aver denunciato le torture di Bolzaneto hanno dovuto abbandonare l’amministrazione penitenziaria, sul poliziotto che per aver collaborato coi giudici si è trovato le quattro ruote dell’auto tagliate, sul vice capo vicario della polizia Andreassi che, per aver scelto di non partecipare all’operazione della Diaz, ha avuto la carriera stroncata. Tutti fatti, questi, ampiamente documentati.

3. Non una parola è detta sul ruolo dei politici coinvolti nei fatti di Genova: nulla su Fini, niente su Scajola. Un solo passaggio di repertorio, alla fine, su Berlusconi. Viene taciuta persino la visita che Roberto Castelli, allora ministro della Giustizia, fece alla caserma di Bolzaneto nella notte tra il 21 e il 22 luglio 2001. La politica sembra non aver avuto alcuna responsabilità.

4. Enrico Zucca nell’intervista citata, dopo aver ricordato la forte rimozione attuata dalla politica e dalle istituzioni sulle responsabilità, afferma: “Il film cautamente si adegua e non solo, in alcuni passi ricostruttivi sceglie la versione degli imputati (n.d.a. i poliziotti) rispetto a quella contrastante delle vittime. Se vogliamo l’unico messaggio netto che ha dato è che i black bloc erano – anche – alla Diaz”.

Non è un fatto di poco rilievo. La destra ha costruito tutta la sua campagna di criminalizzazione del movimento sostenendo la contiguità tra Genoa Social Forum e Black Bloc. Su argomenti di simile importanza non sono ammesse licenze da romanzo, specie se si afferma di fare un film basandosi sulle inchieste giudiziarie.

5. Il racconto è completamente decontestualizzato; non viene mai spiegato perché 300.000 persone quel luglio 2001 si siano recate a Genova. Cosa può capirne un giovane che oggi ha vent’anni? Per non parlare di chi lo vedrà tra qualche anno. C’è stata un forte repressione, ma perché? Cosa volevano quelle persone massacrate di botte? Mistero.

Gli autori replicano che il loro obiettivo non era raccontare la storia del movimento. Ma sarebbe stato sufficiente inserire qualche spezzone tratto da filmati di repertorio, ad esempio dall’intervento di Susan George in apertura del Forum il 16 luglio 2001, per dare un’idea delle nostre ragioni. Immagini facilmente recuperabili tra la documentazione video alla quale la produzione del film ha avuto pieno e illimitato accesso. Se non si spiegano le ragioni del movimento diventa impossibile spiegare le ragioni della repressione. Infatti.

Inutile anche cercare di capire che cosa sia stato il Genoa Social Forum. Non se ne parla, anzi sono inserite alcune scene dove viene rappresentata una riunione del GSF piena di zombie totalmente inconsapevoli della realtà che li circonda. Eppure è stata una delle esperienze più interessanti di organizzazione dei movimenti negli ultimi decenni. La ricostruzione di quella riunione è semplicemente un’invenzione. Viene da domandarsi: perché, dopo non averne spiegate le ragioni, si ritiene di dover squalificare il GSF?

In sintesi: lo spettatore resta sconvolto dalle violenze commesse dalla polizia, ma legittimato a pensare di trovarsi di fronte ad episodi isolati, appartenenti al passato e dovuti all’azione di alcune “mele marce.” Non ad azioni progettate e gestite da chi ancora oggi è ai vertici delle nostre istituzioni di sicurezza; e tutto ciò sta nella carte processuali, non nella fantasia di qualche estremista.

Certo se racconti le responsabilità, le documenti e fai nomi, se racconti tutti i tentativi, illegali, che sono stati fatti per impedire lo svolgimento dei processi, rischi la censura dei grandi media e un’ostilità politica generalizzata come avvenuto per il libro “L’eclisse della democrazia. Le verità nascoste sul G8 2001 a Genova” che ho scritto insieme a Lorenzo Guadagnucci, una delle vittime della Diaz.

Se invece si sceglie di non toccare i punti più delicati e impegnativi, allora non si può affermare di raccontare nel film quanto emerso dalle verità processuali. La verità è tale se, oltre a non raccontare falsità, la si racconta tutta, senza scegliere quale parte di verità raccontare e quale tacere. Per questo concordo con Guadagnucci: un film così si poteva fare nel 2002, non nel 2012, ad inchieste concluse.

Siamo di fronte a un film commerciale, costruito con astuzia, che riesce ad essere molto attento e rispettoso delle compatibilità politiche e degli attuali rapporti di forza negli apparati, senza pestare i piedi a nessuno, e nello stesso tempo capace di presentarsi come paladino dei diritti e solidale con le vittime.

Queste cose, almeno tra di noi, dobbiamo dircele

P.S.: Domenico Procacci, il produttore del film, in un’intervista rilasciata oggi, 12 aprile, ad un quotidiano nazionale, risponde “Né con la polizia, né con Agnoletto”.

Ma le vicende genovesi legate alla Diaz non sono una partita di calcio con le tifoserie. Sono un fatto storico dove ci sono state delle vittime e dei carnefici, dove c’è stato chi è rimasto invalido e chi ha dato ordine di massacrare le persone. Su quanto accaduto quella notte c’è una verità storica ricostruita anche nei tribunali grazie al lavoro di magistrati che non hanno guardato in faccia a nessuno. Chi pretende di mantenere l’equidistanza sulla vicenda Diaz tra le vittime e i vertici della polizia si commenta da solo.

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12 Comments

  1. Pingback: Piero Ricca » Il film sulla Diaz

  2. isabella

    Perfettamente d’accordo con Agnoletto, noi manifestanti sembravamo un po’ scemotti e c’era pure il poliziotto buono, quello che ti massacra e poi chiama l’ambulanza!. E poi le manganellate date quasi con educazione alla Diaz, e le umiliazioni fatteci con una certa dose di cortesia. Non che facciano una bella figura i poliziotti, ma ti viene quasi voglia di abbracciarli e di volergli bene. E invece vogliamo i nomi dei carnefici e vogliamo pure sapere dove vivono e cosa fanno! Nel 2001 non era possibile ma nel 2012 sì che lo è: lo dicono gli atti processuali, lo dicono le brillanti carriere che hanno fatto. Che qualcuno faccia i nomi e ci renda giustizia!

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  4. alberto

    Isabella, non giustifico mai la violenza,mai, ma ricorda che nel medesimo contesto non ricordo punizioni ne esemplari ma nemmeno “classiche” per coloro che misero a ferro e fuoco una città, ferirono cittadini e forze dell’ordine, incendiarono…tutto finì a tarallucci e vino per i soliti motivi italiani, altrove ci sarebbero stati migliaia di arresti e forse…non si sarebbe arrivati all’episodio della Diaz.in un paese come il nostro ed in un periodo come questo che viviamo, fare uscire un film del genere è un successo sicuro e calcolato.ragiona su questo. Agnoletto…scusa ma per me non è degno di risposta. belle cose.

  5. Roberto Cubano

    Per una volta, dissento da Agnoletto. A me il film è sembrato per niente furbo, e assai coraggioso. Non è onesto definire furbo e poco coraggioso un film così sol perchè non ha mai esplicitamente citato Fini o De Gennaro. Ha comunque (compiutamente) raccontato come sono andate le cose in quel frangente senza ipocrisie, e schierandosi chiaramente. Ero al cinema assieme ad altri otto amici e nessuno (sottolineo NESSUNO) ha avuto l’impressione che il regista si sia mai (anche solo per un attimo) schierato dalla parte dei poliziotti, nessuno ha mai pensato al GSF (per come è stato rappresentato) come ad una “riunione di zombies”, tutti abbiamo sentito quelle manganellate e quelle botte sulla nostra pelle, ad opera di poliziotti che tutto sembrano essere fuorchè gentili (come Agnoletto, invece, li descriverebbe). Certo, è fiction… non è un documentario. Ma questo è ampiamente dichiarato, e nelle facoltà di chi il film l’ha voluto e fatto. Molto meglio averne, di film così, che non averne affatto.

  6. raniero

    io sono andato ieri a vedere il film . e per quello che mi riguarda è stato una botta nello stomaco . Conosco e conoscevo fatti, cronache processi e quant’altro . Vederli rappresentati in un film , sapendo bene che sono stati dei fatti “realmente accaduti” , dà comunque reazioni intense . chi lo vedrà sarà spesso chi è a favore di quanto espresso dal GSF, gli altri comunque torneranno a casa con l’impressione che la polizia ( e non solo ) ha fatto delle cose che assolutamente non poteva e non doveva fare in uno stato che si ritiene civile e difensore delle proprie leggi . Cioè può spostare le opinioni degli spettatori in quel senso. Non è poco …..dirò alle mie figlie che vadano a vederlo …

  7. Giancarlo Zani

    non ho visto il film perché è appena uscito, però francamente devo dire con chiarezza che bisogna riconoscere agli autori e al produttore il merito di aver avuto il coraggio di riprendere una situazione così tragica, nata dal governo berlusconi e dalla destra tutta, della nostra storia recente. E’ evidente che la destra era ossessionata dalla paura e mise in atto nella città di Genova una serie di provvedimenti logistici che avevano dell’incredibile ed erano costosissimi e il risultato repressivo fu quello che abbiamo assistito.Proprio da vergognarsi e se un regista, con i limiti e lo spazio che può avere per ricordarcelo, sono contento.

  8. Massimo Preti

    Sinceramente dire che questo film è furbo è una offesa bella e buona. Certo si poteva denunciare più a fondo i responsabili di quella che è stata una delle più clamorose violazioni dei principali diritti degli essere umani.
    Però se si doveva denunciare tutto quello elencato da Agnoletto il film doveva durare 6 ore e non 2.
    Inoltre visto il paese in cui viviamo (più simile ad una dittatura che a una democrazia) per fare un film come “Diaz” ci vogliono gli “attributi” ed anche belli grossi
    E quindi grazie a Vicari e a Procacci e, già che ci siamo a Giordana autore di “Romanzo di una strage”, che fanno ancora film di denuncia.

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  10. raffaella

    Ho visto il film, all’epoca ero troppo piccola per andare al g8 ma comunque già grande per sostenere chi manifestava e seguire i fatti durante e dopo la manifestazione. Che ci siano stati abusi di potere,che siano stati violati i diritti umani soprattutto nella Diaz e nella caserma di Bolzaneto è cosa ormai certa ed è il leitmotiv a del film. Detto questo, credo che ridurre il discorso a poliziotto buono/cattivo e manifestante black bloc/pacifista sia ormai riduttivo e scontato. L’intento del film, che a parer mio è stato anche raggiunto, era risottolineare le violenze, riportare alla memoria il clima vergognoso presente in quei giorni a Genova, per non dimenticare anche a distanza di più di dieci anni. Per il resto, un film secondo me non è un buon film se ti manda a casa con la risposta già bella e pronta, lo è invece se ti porta a riflettere e a cercare da solo i motivi di un tale scempio. Di chi fu la colpa?dello Stato, delle istituzioni che ne fanno parte, dei vertici alti, e basta., e anche se non si vede, questa è la conclusione, il resto sono le conseguenze,vergognose, che da questo derivano.
    Quindi, il film è furbo per chi non si ferma a pensare, è senza coraggio per chi non va oltre il discorso poliziotto/blackbloc, per il resto, mi è sembrato un ottimo spunto di riflessione.

  11. Pingback: Diaz è un film. E ti fa torcere le budella | Via Paolo Fabbri

  12. Gianluca Fossanova

    DIAZ E ROMANZO DI UNA STRAGE SONO Uno meno l’altro più , SEMPLICE REVISIONISMO. tra i due romanzo d una strage e proprio fuorviante ! Concordo cn Vittorio agnoletTto, SE UNA COSA LA SI RACCONTA LA SI RACCONTA TUTTA, COMUNQUE DUE FILM COSI’ sono d DENUNCIA. NON E FINZIONE SONO FILM STORICI, E COME TALI DEVONO ESSER GIRATI…SE NO COME PRODUTTORE DAI UN CONTRIBUTO NEGATIVO. IN ROMANZO D UNA STRAGE NON TAGLIANO INVECE LA VERITÀ, NE AGGIUNGONO DEI PEZZI. QUESTI NON SONO IN BUONAFEDE. SALUTI !

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