Le donne della rivoluzione oggi in piazza. Un milione al Cairo, senza velo in Iran

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Fonte: Libia e Iran oggi si ritrovano in piazza per non dimenticare il ruolo delle donne nella rivoluzione. “Le donne hanno giocato e continuano a giocare una parte fondamentale nelle rivolte della regione medio-orientale, e quello che conta è che sono scese in piazza, fisicamente, mostrando tutti i loro numeri”. Con queste parole Nadim Houry, ricercatrice di Human Rights Watch, ha commentato la forza rivoluzionaria delle donne del Nord Africa. “E’ un segno di speranza, adesso dovrebbero avere la possibilità di assumere un ruolo chiave nelle nuove strutture governative post-rivoluzione”. “Le donne sono state fondamentali in Tunisia, Egitto e Libia e sono state un fattore chiave della diffusione della rivoluzione in ogni città”, ha affermato  Tawakkul Karman, attivista yemenita che organizza la partecipazione femminile nelle proteste di queste settimane a Sanaa.
Ed è proprio nello spirito di evidenziare la presenza delle donne nelle società arabe che in Egitto è in programma per oggi la Million Women March, un corteo con un milione di donne in piazza Tahir al Cairo, simbolo della protesta contro l’ex-presidente Hosni Mubarak. “Si dimenticano del ruolo delle donne nella rivoluzione”, ha detto Dina Abou El-Soud, 35enne organizzatrice della mobilitazione accusando il governo militare al potere in Egitto di aver dimenticato il ruolo delle donne nella rivolta e di mantenere un sistema politico dominato da figure maschili. Il timore delle attiviste è che i cambiamenti politici sostenuti dal Consiglio supremo delle forze armate rafforzino solo il sistema patriarcale di potere.
In Libia “13 membri della coalizione della rivoluzione, tre sono donne, di cui due non velate”, dice a TMNNews Hanaa el Gallal, una dei portavoce della rivolta, giurista specializzata in diritto internazionale e in diritti umani. “Con gli uomini abbiamo pianto insieme, condiviso i successi, ma all’esterno, visto che siamo musulmani, gli uomini tengono a proteggere le donne, come i bambini”. Come lei, tante altre donne sono in prima fila nella mobilitazione popolare contro il leader Muammar Gheddafi, pur rimanendo fedeli al ruolo assegnato alla donna da una società di fatto conservatrice. “Faccio la mia parte”, spiega Najah Kablan, insegnante di inglese, velata come la grande maggioranza delle libiche. “Raccogliamo gli slogan inventati dalla gente per stamparli sui manifesti da esporre in strada. Ci sono anche i miei due figli, lavoriamo in famiglia”, aggiunge la donna.  “Portiamo acqua e cibo ai manifestanti”, dice Najwa al Tir, una ragazza velata che indossa l’uniforme dei volontari. “Resteremo qui fino a quando Gheddafi non se ne andrà, 42 anni sono sufficienti, vogliamo la libertà!” conclude.
Anche in Iran, secondo il sito d’informazione femminista Sharzadnews, oggi le donne scendono in piazza a Teheran per chiedere libertà e uguaglianza. La sezione femminile dell’associazione nazionale dei giovani iraniani, con un comunicato inviato ai siti di opposizione ‘Iranpressnews’ e ‘Cyrusnews’, precisa di voler partecipare alla manifestazione senza il velo islamico. Diverse le associazioni e le organizzazioni femministe che hanno aderito, con un invito da parte delle attiviste  “a compiere un simile gesto simbolico per dimostrare al mondo che le donne in Iran vogliono essere libere di poter scegliere il tipo di abbigliamento da indossare e che non tollerano più l’imposizione dell’hijab da parte dello stato islamico”. Dopo la rivoluzione islamica del 1979 l’uso dell’hijab (il velo islamico) per le donne iraniane era diventato obbligatorio. Due giorni fa il Consiglio per il coordinamento dell’Onda Verde ha invitato tutti i sostenitori del fronte riformista a scendere in piazza domani per manifestare il proprio appoggio al movimento delle donne iraniane. Anche il Premio Nobel per la pace, Shirin Ebadi, ha esortato gli iraniani a manifestare l’8 marzo in segno di solidarietà con le donne.

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