Afghangate, le verità nascoste su una guerra sempre più sporca. Wikileaks e l’ira di Obama

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di Antonio Marafioti da Peacereporter

Uccisione deliberata di civili innocenti, aumento massiccio dei droni radiocomandati e pericolosi voltafaccia da parte degli alleati di sempre. Il rapporto pubblicato dal sito specializzato nella divulgazione di notizie riservate Wikileaks.org rischia di far scoppiare il caso Afghangate. Novantaduemila fascicoli segreti protocollati Pentagono e già ripresi, fra gli altri, dal New York Times rivelano le barbarie e i costi dei conflitti e fanno capire, ove ce ne fosse bisogno, che negli Stati Uniti il rapporto guerra crisi economica è fondamentalmente unilaterale: le guerre provocano le crisi ma dalle crisi non sono inficiate. Perché se c’è una voce del bilancio pubblico di Washington che non può subire variazioni è proprio quella del rifinanziamento delle missioni militari. Le ultime due, Iraq e Afghanistan, sono costate ai contribuenti statunitensi ben 1.021 miliardi di dollari dal 2004. Prima del loro costo c’è solo quello della Seconda Guerra mondiale costata, con valuta odierna, 4.100 miliardi di dollari.

Non solo denaro. Oltre l’impressionante quantità di denaro che le operazioni “Iraqi Freedom” e “Enduring Freedom” hanno richiesto dal gennaio 2004 al dicembre 2009, il dato più allarmante del protocollo “top secret” è quello sulla violazione sistematica dei diritti, umani e di guerra, da parte delle truppe a stelle e strisce. La Task Force 373, per esempio, è un gruppo speciale di uomini dell’Esercito e della Marina scelto per la cattura di settanta alti comandanti ribelli. Dagli incartamenti si è appreso che le missioni loro riservate si sono intensificate durante il mandato presidenziale di Barack Obama e che la loro imprecisione nel lavoro di “cattura ed elimina” ha portato all’uccisione di diversi civili e all’aumento della tensione col governo di Kabul. E ancora l’aumento dell’utilizzo di droni radiocomandati da parte degli alleati e dei missili a ricerca di calore, gli Stinger, da parte talebana che gli alti comandi militari USA non hanno mai rivelato. A questi ultimi, e soprattutto alla Central Intelligence Agency (CIA) sarebbe inoltre sfuggito il doppio gioco del Pakistan, ufficialmente Paese amico, che da quanto si apprende dal dossier, avrebbe sempre tramato complotti ai danni del potente alleato. In particolare il ruolo del Directorate for Inter-Services-Intelligence (gli 007 al servizio del governo di Islamabad) avrebbero incontrato più di una volta i leader taleban per organizzare attentati contro marines e politici afgani.

Da Washington. Già accerchiato e indebolito da grane di politica interna, vedi caso BP e legge sull’immigrazione in Arizona, il presidente Obama non ha mascherato la propria ira nei confronti di chi ha pubblicato il dossier che, oltre il sito di Julian Assange, è comparso sui portali del New York Times, del Guardian e del tedesco Der Spiegel. “Possono mettere a rischio la vita degli americani e dei nostri alleati e minacciare la nostra sicurezza nazionale” ha tuonato James Jones, il consigliere per la sicurezza nazionale. Quello che ora preoccupa di più l’establishment obamiano sarebbe proprio il rapporto con il governo guidato da Yousaf Raza Gillani. In attesa di un colloquio con Husain Haqqani, ambasciatore di Islamabad negli USA, che ha definito “irresponsabile” la fuga di notizie riservate, Obama cercherà di non farsi schiacciare dalla pressione diplomatica e continuare i rapporti con l’alleato asiatico come se nulla fosse accaduto. Proprio come riportato nell’incartamento riservato per il quale nonostante ripetuti avvisi di un intervento diretto nell’area l’amministrazione democratica non ha mai ceduto alla tentazione di inimicarsi uno dei principali alleati in Asia. A testimonianza di ciò c’è stato l’annuncio del Segretario di Stato Hillary Clinton la quale, dopo aver sostenuto che i due paesi sono “partner uniti da una causa comune”, ha annunciato lo stanziamento di 500 milioni di dollari in aiuti a Islamabad.
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