Riace, un’altra Calabria. Non lontano da Rosarno un esempio riuscito di integrazione

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di Chiara Paganuzzi
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Mentre in Italia imperversano respingimenti e politiche xenofobe, segnali di resistenza politica e morale giungono dal nostro sud. Riace e dintorni. Terra della Locride. Una regione che nell’immaginario collettivo rimanda alla violenza della ‘ndrangheta, alla gestione collusa delle amministrazioni, ai boss della politica. Eppure non è di questa Locride che ci racconta Issa, afghano, sbarcato otto anni fa sulle coste reggine dello Ionio: “A Riace son tornato a vivere, ho trovato una casa e imparato un lavoro”. Sfinito dalle sofferenze del viaggio e dalla vita clandestina, Issa approda a Riace e trova una realtà che, oggi, ha quasi dell’incredibile. In questo borgo dalle antiche origini magno greche, gli immigrati e i richiedenti asilo non sono respinti né emarginati, ma vengono accolti e integrati nella realtà della vita locale.

Un’utopia? Nient’affatto. Tutto ha inizio nel 1998 quando a Riace, sulle stesse spiagge che restituirono i bronzi, sbarcano 300 profughi curdi. Nasce un’accoglienza spontanea. Un gruppo di giovani del luogo si dà da fare per alloggiare i profughi nelle case abbandonate degli emigrati. Di lì a poco viene fondata l’associazione “Città Futura  – Giuseppe Puglisi”  per dar seguito a un’esperienza che, quasi per caso, ha rivitalizzato una comunità intera. “Il senso dell’ospitalità è di casa qui a Riace, ha sempre occupato un posto prioritario tra i valori dell’antica comunità rurale calabrese” – ci spiega Cosimo Damiano, presidente dell’associazione. Oggi l’accoglienza di chi scappa dalla fame, dalle persecuzioni e dalle carestie è al centro del progetto di Città Futura e non ultimo dell’amministrazione comunale il cui sindaco, Domenico Lucano, è tra i fondatori.

Il segreto del successo? L’accoglienza dello straniero come motore di sviluppo locale, il recupero degli antichi mestieri artigianali e, non ultimo, virtuose iniziative eco-sostenibili che hanno meritato a Riace l’appellativo di eco-villaggio. Gli sbarchi sulle coste ioniche calabresi sembrano aver sottratto Riace all’inesorabile destino di spopolamento e di abbandono. Oggi il borgo pullula di botteghe artigiane in cui gli immigrati e i giovani del posto lavorano insieme il vetro, la stoffa, la ceramica e la ginestra. Grazie ai contributi della regione vengono finanziate delle “borse – lavoro” destinate sia ai tirocini formativi dei migranti sia alla retribuzione dei giovani artigiani. Le tradizioni di Riace, come l’antichissima lavorazione della Ginestra, si fondono con le tradizioni della cultura araba, eritrea, etiope, somala, curda, irakena, afghana. I manufatti che prendono vita nei laboratori del borgo intrecciano storie di culture lontane e, talvolta, anche di popoli in guerra.

Un’amministrazione determinata, trasforma Riace in un centro di seconda accoglienza riconosciuto e sostenuto dallo SPRAR (Sistema di Protezione e Richiedenti Asilo ). “A Riace – racconta Pina, anima e fondatrice del progetto – un intero paese si è costituito in comunità d’accoglienza. Non vi è spazio per le logiche repressive dei Centri d’Identificazione ed Espulsione  o per l’assistenzialismo di alcune realtà che conosciamo bene. Lo straniero che costa ai centri d’identificazione circa 60 euro al giorno, qui ne costa 20 e lavora, aiutando la nostra economia”.  Grazie a un prestito di Banca Etica, vengono ristrutturate altre case del centro storico in cui sono alloggiati turisti desiderosi di intraprendere una vacanza eco-solidale, curiosi, ricercatori, fotografi e giornalisti da tutta Europa. Viene aperto un ristorante, “Donna Rosa”, che offre prodotti e piatti tipici della tradizione locale. E’ promossa la raccolta differenziata con gli asini che – nonostante i temporanei impedimenti burocratici, sarà riavviata simbolicamente, a breve, con l’aiuto di un ragazzo immigrato e di un giovane del posto. Ma gli abitanti del borgo sembrano essere grati ai migranti anche per un’altra ragione. “Da quando sono arrivati i rifugiati con i loro bambini, la scuola elementare ha riaperto!” Ci racconta Cosimina con entusiamo, che si occupa dell’alfabetizzazione dei migranti e della scuola estiva dei loro figli – “Oggi su 23 iscritti, 11 sono figli di stranieri !”.

Tutto facile? No. Le difficoltà non sono mancate. A cominciare dalle intimidazioni mafiose: gli spari contro il ristorante Donna Rosa e l’avvelenamento dei cani del sindaco, poco prima delle elezioni del maggio 2009. Obiettivo: fermare la rielezione di Domenico Lucano e della sua coraggiosa lista “L’altra Riace: alla luce del Sole”. Già, perché la lotta alla speculazione edilizia e all’illegalità sono stati protagonisti della prima amministrazione Lucano. Ma il buon governo trionfa, anche se di soli 41 voti, e il visionario sindaco, conosciuto come “Mimmo dei Curdi” viene rieletto per un secondo mandato.

Il caso Riace è contagioso. Nel giro di pochi anni coinvolge numerosi comuni limitrofi, tra cui Stignano e Caulonia. E non finisce qua. La regione Calabria approva nel giugno del 2009 una legge sul diritto d’asilo che propone la trasferibilità del modello d’accoglienza della Locride. La legge porta il nome “Modello Riace”. Utilizzando finanziamenti europei, fornisce incentivi a quei progetti che includono i rifugiati, sviluppano l’edilizia popolare e ristrutturano i borghi. Chissà che questa contagiosa avventura di Riace possa contaminare, prima o poi, una politica sorda e avversa al rispetto della dignità umana.

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