Italia-Libia, un accordo vergognoso #apritequellaporta


L’accordo Italia-Libia per chiudere le porte ai migranti è vergognoso, inefficace e inumano. Lo sostiene tra gli altri l’organizzazione Medici per i Diritti Umani MEDU, che ricorda come il governo libico non abbia il pieno controllo del territorio e come la Libia sia “oggi per i migranti un grande campo di concentramento, sfruttamento e tortura gestito da una miriade di milizie, gruppi armati e bande criminali”.

L’unico obiettivo, continua Medu, appare “quello di “fare muro” nel Canale di Sicilia per bloccare gli sbarchi in Italia senza preoccuparsi della sorte di centinaia di migliaia di donne, uomini e bambini destinati a rimanere intrappolati nell’inferno libico”, l’inferno di un paese che non ha neppure sottoscritto la Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951.

Medu svolge attività di cura e ascolto delle persone appena sbarcate in Italia, che vengono assistite nei progetti di riabilitazione delle vittime di tortura in Sicilia e a Roma (vedi ESODI Rotte migratorie dai paesi sub-sahariani verso l’Europa) e raccoglie le loro testimonianze: racconti atroci di percosse, torture, ustioni, minacce, stupri, oltraggi religiosi…

Di fronte a questa tragedia nella tragedia, ha senso cercare di bloccare il flusso inarrestabile di migliaia di individui in fuga da guerra, fame, miseria e catastrofi ambientali?

Una “proposta” alternativa viene da Gabriele Del Grande, da anni osservatore e reporter del fenomeno migratorio con il suo blog Fortress Europe, che sulla sua pagina Facebook la indirizza al capo del governo:

Caro Paolo Gentiloni, avendo passato dieci anni della mia vita a contare i morti lungo la rotta libica, mi permetto di darle un consiglio non richiesto. La rotta va chiusa, concordo. Basta morti, basta miliardi alle mafie libiche e basta miliardi all’assistenzialismo. Tuttavia state andando nella direzione sbagliata.

Arrestate duecentomila persone l’anno a Tripoli, e l’anno dopo ne avrete altrettante diniegate dagli uffici visti delle Ambasciate UE in Africa e pronte a bussare alla porta del contrabbando libico. E se non sarà Tripoli, sarà Izmir o Ceuta. Perché questo è il problema. I visti!

Ormai li rilasciate soltanto ai figli delle élite o a chi ha abbastanza soldi per corrompere un funzionario in ambasciata. E i lavoratori? E gli studenti? E la classe media? A tutti loro non resta che il contrabbando.

E il contrabbando non si sconfigge con gli accordi di polizia. Ci hanno già provato Prodi, Berlusconi e Monti. E l’unico risultato è stato accrescere le sofferenze dei viaggiatori e gli incassi delle mafie.

Il contrabbando, da che mondo è mondo, si sconfigge in un solo modo: legalizzando le merci proibite. In questo caso la merce proibita è il viaggio. Ed è giunta l’ora di legalizzarlo anche per l’Africa, così come avete fatto per l’Est Europa, i Balcani, l’America Latina, l’Asia.

Riscrivete le regole dei visti Schengen. Allentate le maglie. Fatelo gradualmente. Partite con un pacchetto di cinquanta-centomila visti UE all’anno per l’Africa. E se funziona, estendete il programma. Iniziate dai paesi più interessati dalle traversate: Eritrea, Somalia, Etiopia, Nigeria, Ghana, Gambia, Mali, Niger, Senegal, Egitto e Tunisia. Visti di turismo e ricerca lavoro, validi sei mesi in tutta la UE, rinnovabili di altri sei mesi e convertibili in permesso di lavoro dopo un anno senza bisogno di nessuna sanatoria.

Chi oggi investe tre-quattromila euro per il viaggio Lagos-Tripoli-Lampedusa, investirebbe gli stessi soldi per comprare un biglietto aereo, affittarsi una camera e cercare un lavoro. E se non lo trovasse, tornerebbe in patria sapendo che potrebbe ritentare l’anno successivo.

Che poi è esattamente quello che hanno fatto milioni di lavoratori arrivati in Italia dalla Romania, dalla Cina, dalle Filippine, dal Marocco, dall’Albania o dall’Ucraina. È quello che hanno fatto cinque milioni di lavoratori italiani emigrati all’estero. Ed è quello che vogliono fare ognuna delle duecentomila persone che ogni anno emigrano dall’Africa verso l’Europa: rimboccarsi le maniche cercando un’opportunità.

Se un italiano a Londra o un cinese a Milano ce la possono fare da soli, perché un ghanese a Berlino o un congolese a Trieste non possono fare lo stesso?

Tra la repressione in frontiera e l’assistenzialismo in casa, c’è un terzo modello.

È il modello della cittadinanza globale. L’idea che modernità è anche poter scegliere dove inseguire la propria felicità. Ovunque essa sia. Fosse anche una chimera. Sapendo che potrai sempre tornare a casa. Perché c’è una porta girevole.

Per una metà della nostra generazione, quella dei passaporti rossi e blu, è già realtà. Per l’atra metà, quella dei passaporti verdi e neri, è soltanto un miraggio.

Nel mezzo c’è una zona grigia. Anzi una zona colorata. È un incredibile intreccio di fili che legano milioni di nuove famiglie euro-africane, euro-asiatiche, euro-arabe, euro-latine, euro-americane divise a metà da un’idea di confine ormai sorpassata dai fatti.

Inutile ingaggiare la Nato. Il flusso non si può fermare. Si può soltanto governare, dirigendolo verso gli uffici consolari e da lì verso gli aeroporti internazionali. Esattamente come avveniva fino alla fine degli anni Ottanta, prima che l’Europa alzasse i muri dei visti senza capire che l’improvviso aumento dell’immigrazione extra-europea non era dovuta all’eccessiva semplicità di rilascio dei titoli di viaggio, bensì alla globalizzazione.

Noi di quella globalizzazione e di quelle migrazioni siamo i figli. Orgogliosamente nati nelle nuove città-mondo europee e cresciuti viaggiando.

Caro Gentiloni, per una volta, provate a ascoltare anche noi.

#apritequellaporta




USA-Messico, il muro non è un'idea nuova


di Manlio Dinucci da il manifesto

È il 29 settembre 2006, al Senato degli Stati uniti si vota la legge «Secure Fence Act» presentata dall’amministrazione repubblicana di George W. Bush, che stabilisce la costruzione di 1100 km di «barriere fisiche», fortemente presidiate, al confine col Messico per impedire gli «ingressi illegali» di lavoratori messicani.

Dei due senatori democratici dell’Illinois, uno, Richard Durbin, vota «No»; l’altro invece vota «Sì»: il suo nome è Barack Obama, quello che due anni dopo sarà eletto presidente degli Stati uniti. Tra i 26 democratici che votano «Sì», facendo passare la legge, spicca il nome di Hillary Clinton, senatrice dello stato di New York, che due anni dopo diverrà segretaria di stato dell’amministrazione Obama.

Hillary Clinton, nel 2006, è già esperta della barriera anti-migranti, che ha promosso in veste di first lady. È stato infatti il presidente democratico Bill Clinton a iniziarne la costruzione nel 1994. Nel momento in cui entra in vigore il Nafta, l’Accordo di «libero» commercio nord-americano tra Stati uniti, Canada e Messico. Accordo che apre le porte alla libera circolazione di capitali e capitalisti, ma sbarra l’ingresso di lavoratori messicani negli Stati uniti e in Canada.

Il Nafta ha un effetto dirompente in Messico: il suo mercato viene inondato da prodotti agricoli statunitensi e canadesi a basso prezzo (grazie alle sovvenzioni statali), provocando il crollo della produzione agricola con devastanti effetti sociali per la popolazione rurale. Si crea in tal modo un bacino di manodopera a basso prezzo, che viene reclutata nelle maquiladoras: migliaia di stabilimenti industriali lungo la linea di confine in territorio messicano, posseduti o controllati per lo più da società statunitensi che, grazie al regime di esenzione fiscale, vi esportano semilavorati o componenti da assemblare, reimportando negli Usa i prodotti finiti da cui ricavano profitti molto più alti grazie al costo molto più basso della manodopera messicana e ad altre agevolazioni.

Nelle maquiladoras lavorano soprattutto ragazze e giovani donne. I turni sono massacranti, il nocivo altissimo, i salari molto bassi, i diritti sindacali praticamente inesistenti. La diffusa povertà, il traffico di droga, la prostituzione, la dilagante criminalità rendono estremamente degradata la vita in queste zone. Basti ricordare Ciudad Juárez, alla frontiera con il Texas, divenuta tristemente famosa per gli innumerevoli omicidi di giovani donne, per lo più operaie delle maquiladoras.

Questa è la realtà al di là del muro: quello iniziato dal democratico Clinton, proseguito dal repubblicano Bush, rafforzato dal democratico Obama, lo stesso che il repubblicano Trump vuole completare su tutti i 3000 km di confine.

Ciò spiega perché tanti messicani rischiano la vita (sono migliaia i morti) per entrare negli Stati uniti, dove possono guadagnare di più, lavorando al nero a beneficio di altri sfruttatori. Attraversare il confine è come andare in guerra, per sfuggire agli elicotteri e ai droni, alle barriere di filo spinato, alle pattuglie armate (molte formate da veterani delle guerre in Iraq e Afghanistan), che vengono addestrate dai militari con le tecniche usate nei teatri bellici.

Emblematico il fatto che, per costruire alcuni tratti della barriera col Messico, l’amministrazione democratica Clinton usò negli anni Novanta le piattaforme metalliche delle piste da cui erano decollati gli aerei per bombardare l’Iraq nella prima guerra del Golfo, fatta dall’amministrazione repubblicana di George H.W. Bush. Utilizzando i materiali delle guerre successive, si può sicuramente completare la barriera bipartisan.




Pace in Medio Oriente? Possibile se cessasse colonialismo


Solidarietà all’intifada irachena dal Convegno tenutosi alle Piagge

I partecipanti al convegno “Guerre e Terrorismi in Medio Oriente. Alternative?” organizzato per il 28 maggio dalla Comunità delle Piagge, Fucina per la Nonviolenza, Pax Christi hanno inviato un caloroso messaggio di saluto e incoraggiamento agli attivisti e ai cittadini iracheni protagonisti della “intifada” di Baghdad iniziata il 30 aprile scorso e che ha portato centinaia di migliaia di persone a violare la “green zone”, a superare gli sbarramenti di cemento e filo spinato, ad occupare la sede di un parlamento che non è capace di uscire dal vicolo cieco delle divisioni etniche, causa prima e strumento colonialista di disgregazione del paese.

Le immagini proiettate durante il convegno – una massa senza fine di persone che occupano in maniera pacifica e nonviolenta le sedi del potere e chiedono la fine di politiche succubi ad interessi altrui, la nascita di una vera democrazia, l’avvento delle pace dopo decenni di guerra, sanzioni, sofferenze inumane – sono state molto emozionanti.

Nel dibattito seguito all’intervento di Ismaeel Dawood è stato stigmatizzato con stupore come sia stato possibile che un evento tanto importante possa essere stato ignorato dai media italiani che si ricordano del Medio Oriente solo per dare l’immagine di un paese disgregato, senza una coscienza civile che invece è vivissima e chiede con forza di vivere in pace e giustizia.

Il dibattito tenutosi durante la giornata, arricchito dai contributi degli ospiti Ismaeel Dawood (associazione La’Onf, nonviolenza in arabo), Karim Metref (Istituto Sereno Regis), Ermete Ferraro (MIR Napoli), Giulia Chiarini (Coordinamento Toscano per il Kurdistan), è stato quanto mai stimolante ed ha evidenziato come le politiche di divisione settaria di un territorio che da millenni è multireligioso e multiculturale, sono strumento di politiche colonialiste che impongono guerra e ingiustizia. Stimolare la coscienza civile e nonviolenta ben presente in tutta l’area – emergente con chiarezza nel Kurdistan – sarebbe la via maestra per riportare la pace nell’area martoriata da troppo tempo.

Comunità delle Piagge
Fucina per la Nonviolenza
Pax Christi




Le alternative alla guerra, sabato 28 alle Piagge


La Comunità delle Piagge e la Fucina per la Nonviolenza organizzano per sabato 28 maggio un convegno sulla crisi che sta devastando il Medio Oriente. Oltre all’analisi delle dinamiche alla base di questo conflitto si faranno ipotesi per una soluzione giusta che riporti la pace, si affiderà ad un dibattito tra i partecipanti la ricerca di alternative che portino fuori dal tetro tunnel in cui sono state cacciate le popolazioni, che elaborino modelli per riportare speranza in questa umanità del XXI secolo devastata da ingiustizie e guerra.

I relatori della sezione mattutina saranno: Alberto L’Abate, Fucina per la Nonviolenza Firenze; Ismael Dawood, iracheno, membro delle associazioni “Un Ponte Per…” e “La’Onf” (in arabo significa nonviolenza); Karim Metref, algerino, formatore alla nonviolenza dell’Istituto Sereno Regis di Torino; Ermete Ferraro, esponente del MIR di Napoli; Giulia Chiarini, CTK, Coordinamento Toscano per il Kurdistan.

Il programma
Guerra e terrorismi in 
Medio Oriente. Alternative?

Giornata di riflessione e dibattito sulla guerra che sta dilagando attorno al Mediterraneo e oltre, alla ricerca di una prospettiva di pace, convivenza, valori alternativi alla tragedia presente. La nonviolenza può dare risposte?

Sabato 28 maggio 2016

presso Il Centro Sociale delle Piagge
Piazza Ilaria Alpi e Milan Hrovatin

Ore 10.30 – 13.30 Relazioni

Alberto L’Abate In ricordo di Nanni Salio

Ismaeel Dawood Le ragioni della guerra

Oleodotti, gasdotti, materie prime, rotte delle merci nel quadro della crisi politica e nella guerra in Medio Oriente. Una geopolitica che schiaccia gli esseri umani.

Karim Metref Occidente e Oriente; un dialogo mancato?

L’Occidente davanti al baratro da esso stesso creato nei secoli; l’incomprensione verso un Sud del Mediterraneo alla ricerca di una strada di liberazione e affrancamento che trova invece, nei paladini della democrazia liberale, sfruttamento, emarginazione, pregiudizi, un muro pseudoculturale. L’uguaglianza non è più un valore europeo?

Ermete Ferraro Nonviolenza invece della guerra

Dai fallimenti e dagli errori occidentali, dal protagonismo politico e militare di paesi che vogliono imporre la loro egemonia in Medio Oriente, verso una proposta nonviolenta di soluzione della crisi bellica.

Giulia Chiarini Una proposta positiva nata dal conflitto

Dal Medio Oriente una proposta di convivenza e di rinascita politica, economica e culturale di una regione devastata da troppi interessi estranei: la scelta politica del popolo curdo, una prospettiva che ha da dire molto anche al nostro occidente e alla sua agonizzante democrazia liberale.

Ore 13.30 – 15.00 Pausa conviviale

Ore 15.00 – 16.00 Gruppi di lavoro coordinati dagli stessi relatori

Ore 16.00 – 16.30 Relazioni

Ore 16.30 Dibattito e conclusioni




Palestina, anche gli animali soffrono


Venerdì 15.4 – Incontro e cena con la Palestinian Animal League

In una terra martoriata come la Palestina, si può pensare anche agli animali? Lo spiegherà venerdì 15 aprile Ahmad Safi della Palestinian Animal League, nella tappa fiorentina del suo speaking tour, prevista per le ore 20 al Circolo Lavoratori di via delle Porte Nuove 33, con tanto di cena gourmet vegan.

La Palestina non può essere solo la gente. Deve essere la terra, gli alberi, l’aria, l’ambiente, gli animali e gli uccelli“. Sono le parole con cui Safi nel 2011 convinse la burocrazia ad accettare la richiesta per la costituzione di PAL, la prima organizzazione per i diritti di tutti i viventi nei Territori occupati.

L’incontro di venerdì è un’occasione per affrontare la questione palestinese da un punto di vista antispecista, ovvero senza stabilire gerarchie di importanza tra gli esseri viventi. Lo scopo del tour di Ahmad Safi è far conoscere l’oppressione della Palestina, dando voce – diversamente dal solito – a ogni specie vivente. L’ingiustizia e la violenza infatti non distinguono tra umani e non umani.

In Palestina gli animali soffrono esattamente come gli umani, anche se non vengono fermati ai check point. Soffrono per i fili spinati ovunque, per il muro che blocca gli spostamenti della fauna selvatica, per le conseguenze dell’abitare in una terra occupata dall’esercito, per la scarsità o l’inaccessibilità delle fonti di acqua, che spesso vengono sequestrate e militarizzate.

PAL con il supporto dei suoi volontari porta assistenza veterinaria e realizza altri interventi per migliorare la condizione degli animali, anche con programmi di educazione e sensibilizzazione delle comunità locali e soprattutto dei bambini, stimolando il rispetto per la vita e la ricerca di giustizia sia per le persone che per gli animali.

Il motto di PAL è Aiutare gli Animali, Valorizzare le Persone. Con questo spirito PAL si occupa di istruire e formare una nuova generazione di palestinesi sensibili all’amore e al rispetto per la natura tutta.

A fianco di altre ONG, PAL ha realizzato anche giornate di svago per i bambini dei campi profughi della Cisgiordania e campi estivi dove ai giovani viene data la possibilità di partecipare ad escursioni per conoscere l’ambiente naturale del posto.

Fra i progetti recenti, un piano per affrontare in modo non cruento il problema del randagismo e un altro per migliorare le condizioni di asini e cavalli educando i proprietari.

L’appuntamento con l’incontro “Terra e libertà” è venerdì 15 aprile alle 20 al Circolo Lavoratori Porta al Prato, in via delle Porte Nuove 33 a Firenze.

La cena costa 18 euro e i proventi verranno destinati alla Palestinian Animal League. MENU: Aperitivo di benvenuto con Estratto di frutta e verdura e Polpettine saporite, Primi: Fusilli con cavolo nero e scaglie di cocco, Spaghetti al sapore di mare Secondi: Stufato di seitan al Chianti e aromi accompagnato da radicchio marinato alla veneta, Dolce: Crostata al limone. Prenotazioni a restiamoanimali@gmail.com

“Cos’è la Palestina? Se la Palestina è solo il popolo, allora noi potremmo essere Palestinesi ovunque. Se la Palestina è solo il popolo allora perché così tanti Palestinesi sono morti, sono stati feriti o imprigionati come parte della resistenza contro l’occupazione? La Palestina non può essere solo la gente. Deve essere la terra, gli alberi, l’aria, l’ambiente, gli animali e gli uccelli. Tutte queste cose formano la Palestina”.




"Le vostre guerre non le vogliamo", l'appello contro il vertice NATO di Firenze


BASTA GUERRE, online BASTA MORTI. LE VOSTRE GUERRE NON LE VOGLIAMO

Quanto successo in Francia, dove una serie di attentati ha mietuto oltre 100 vittime, è di una gravità estrema; dopo lo sconcerto e la condanna di quanto accade occorre però ricordare che la strage di Parigi arriva dopo una serie di altre stragi in paesi che sentiamo lontani dall’Europa, ma che invece ne sono alle porte, sono dentro il Mediterraneo: pensiamo agli ultimi attacchi suicidi in Iraq, in Libano, in Turchia contro gli oppositori, in Afghanistan, in Yemen, l’abbattimento di un aereo russo, tutte estensioni terribili della guerra che insanguina la Siria e il Medio Oriente da quattro anni.

Quello che sta accadendo a Parigi – e che potrebbe accadere anche in altri paesi – indigna particolarmente i media perché risulta colpito un paese europeo, mentre dimentichiamo le responsabilità degli stessi paesi occidentali che hanno coccolato, finanziato, addestrato, armato quei ragni velenosi che oggi li mordono.

È bene ricordare proprio in questo drammatico momento che il terrorismo dell’ISIS non nasce dal nulla, ma gli USA e UE stessi ed i loro alleati sono i promotori dell’ISIS e della guerra che sta insanguinando il Medio Oriente: paesi come l’Arabia Saudita, vari Emirati del Golfo Persico, la stessa Turchia hanno responsabilità enormi, ma addirittura il nostro Presidente del Consiglio Matteo Renzi è stato recentemente ad omaggiarli, abbagliato solo dalle riserve finanziarie di quelle bellicose petromonarchie. Queste sono guerre create, volute e portate avanti dai nostri stessi governanti, ma i morti sono i nostri, persone comuni, ragazzi, lavoratori fuori per il venerdì sera. Non sono le nostre guerre e noi non vogliamo esserne arruolati, rifiutiamo da subito la logica del combattere tutti insieme questi nemici. Rifiutiamo che le nostre città siano teatro di guerra. Non accettiamo che venga fatto un accostamento strumentale fra terroristi e profughi, le prime vittime di queste guerre.

E allora è ancora più importante oggi dire che Firenze non può ospitare il vertice NATO del 25/26 novembre, un vero e proprio vertice di GUERRA, con la nostra città militarizzata, praticamente al fronte.

Il dolore per le troppe vittime civili è difficile da placare, ma solo l’abbandono di folli politiche di guerra può dare una dignità a queste morti.

NO alla guerra, basta morti. Rifiutiamo il vertice NATO a Firenze: 25 novembre ore 17.30 MANIFESTAZIONE a Firenze Piazza Unità d’Italia

Assemblea Fiorentina contro il vertice NATO di Firenze




"No alla guerra", l'appello di Basta morti nel Mediterraneo - Firenze


Di fronte agli attacchi terroristici di Parigi, che hanno seminato distruzione di vite umane e dolore, rinnoviamo il nostro rifiuto netto, radicale, contro qualsiasi forma di violenza, contro l’aggressione di persone ignare e disarmate, contro l’odio distruttivo che semina morte e disperazione. Ci sentiamo vicini e solidali con le vittime di queste orrende stragi, così come con le vittime di tutte le stragi che insanguinano il mondo, ultima quella dell’attentato a Beirut del 12 novembre, che ha provocato 43 morti e più di 180 feriti.
Ci sentiamo anche vicini e solidali con le migliaia e migliaia di vittime in Siria, in Afghanistan, in Libia, in Palestina, in Iraq, morti nelle guerre scatenate dalle alleanze occidentali, NATO in testa, e dai signori della guerra: morti di cui abbiamo perso il conto.

Il terrorismo fondamentalista è figlio di queste guerre: non guerre di religione, ma guerre per il potere, per lo sfruttamento di risorse economiche, per il controllo di regioni strategiche. L’Europa addita il terrorismo fondamentalista come il principale nemico, ma è in ottimi rapporti con chi quel terrorismo ha finanziato e finanzia, con chi lo sostiene attraverso il commercio di armi: l’Arabia Saudita, alcuni Emirati del Golfo, la stessa Turchia, che bombarda le  curde e i curdi combattenti, primo baluardo contro l’ISIS.

L’ISIS porta la guerra in Europa, e l’Europa chiude le frontiere ai profughi, le prime vittime dell’ISIS, i più inermi e indifesi, i primi ad essere bombardati: rifiutiamo con decisione qualsiasi accostamento tra terroristi e profughi, e ribadiamo che l’Europa ha il dovere non solo di accogliere le persone  che fuggono dalle guerre, ma di aiutarle a raggiungere luoghi sicuri attraverso corridoi umanitari.

Non vogliamo essere colonialisti,
Non vogliamo produrre e vendere armi,
Non vogliamo inviare i nostri militari a uccidere e bombardare civili inermi,
Non vogliamo chiudere le frontiere ai profughi disarmati.

La violenza produce violenza. La chiusura delle frontiere e l’annullamento delle conquiste civili e della convivenza democratica costituirebbero la vittoria del terrorismo.
Vicini alla popolazione francese, e a tutte le vittime delle guerre, ricordiamo che proprio in Francia, tanto tempo fa, furono messe in fila le uniche armi che potranno costruire un mondo giusto: LIBERTÀ, UGUAGLIANZA, FRATERNITÀ.

Noi staremo sempre dalla parte di chi vuol costruire la convivialità delle differenze, dove popoli diversi per cultura, colore della pelle e religione possano vivere insieme nella reciprocità e nella pace. Questa è l’unica strada possibile, perché l’umanità o sarà un’umanità di pace o non sarà.

Coordinamento “Basta morti nel Mediterraneo”, Comunità delle Piagge, Rete Antirazzista Fiorentina, Gruppo Emergency Firenze, Fuori Binario, Comitato 1°Marzo, Comitato Fermiamo la guerra, Libere Tutte-Firenze, Il Giardino dei ciliegi, Rete Donne SEL, Coordinamento contro la violenza di genere ed il sessismo, L’Altra Europa con Tsipras – Comitato Fiorentino, Statunitensi contro la Guerra (Firenze), FLC-CGIL Università di Firenze, Comitato Nazionale No Guerra No Nato, Alternativa, Gruppo Consiliare Comune, Firenze riparte a sinistra con SEL, FaS, PRC, Le Musiquorum, Ass. Pantagruel, Gruppo Emergency Sesto Fiorentino e Calenzano, Rifondazione Comunista Firenze, SEL Firenze, Giovani comuniste/i Firenze, Cooperativa Sociale Macramè, Ass. PAWA, Ass. Pantagruel, Istituto Ernesto De Martino, Associazione politico-culturale “Sinistra Unita per Montale”, Una Città in Comune, Consiglio della Casa del popolo di Settignano, associazione culturale Agliana in Comune, Circolo Sel Agliana, Federazione Provinciale Sel Pistoia.




La Gabbia dei Trattati, per capire meglio chi ammazza la democrazia


Consigli di lettura. È appena uscito il libro di Matteo Bortolon La Gabbia dei Trattati dedicato a WTO, CAFTA, TISA, TTIP: sigle ignote all’uomo della strada, trascurate nei talk show, disertate dai giornali, se non come necessità inaggirabili perché garantiscono il “libero commercio”. Sigle dietro le quali esiste un formidabile potere, il progetto di una società fondata sul profitto e sul consumo, in mano alle multinazionali e alle forze a loro asservite. Sigle che designano i Trattati di libero mercato. Accordi negoziati la cui opacità e segretezza è proporzionale alla forza di piegare le sovranità democratiche alle implacabili regole del commercio globale.

Accordi che estendendosi sull’intero pianeta costituiscono una vera gabbia d’acciaio per i popoli e gli Stati, sovvertendo dall’interno le costituzioni democratiche e piegando le politiche agli interessi forti. Merci, servizi pubblici, energia, alimentazione ambiente; nessuna sfera della vita pubblica ne risulta immune.

La Gabbia dei Trattati è un libro scritto fra un incontro e l’altro sul TTIP del comitato fiorentino; è un testo militante, forgiato dalla fatica di fare cittadinanza attiva, non per specialisti o accademici soltanto. Partendo dall’ondata liberoscambista degli anni Novanta, si vede come nel decennio successivo i Trattati da un lato concretizzino l’avanzata dell’agenda corporativa, dall’altra suscitino proteste e opposizioni da parte dei popoli tanto da intralciarne seriamente il cammino. Dopo aver visto il sostanziale fallimento dei grandi accordi globali a favore di una vera e propria proliferazione di accordi bilaterali nel primo decennio del XXI secolo, si presentano i nuovi micidiali accordi dell’epoca della Grande Crisi (TTIP, TPP, CETA) nel segno di un nuovo progetto strategico di dominazione egemonica. E della reazione popolare ad essi, che tenta di ridare la parola ai cittadini e ai movimenti.

La Gabbia dei Trattati, di Matteo Bortolon per Dissensi Edizioni: acquistalo qui

 




"El presidente de la paz", martedì 27 ottobre alle Piagge il libro su Ugo Chavez


Comunità delle Piagge e La Città invisibile – perUnaltracittà vi invitano alla presentazione del libro El presidente de la paz“. Ugo Chavez. Resistenza all’imperialismo bellico, solidarietà internazionalista, cammino verso l’ecosocialismo di Marinella Correggia. Introdurranno l’incontro con l’autrice Alessandro Santoro, Sonia Savioli e Alberto Bencistà. Appuntamento martedì 27 ottobre 2015 alle ore 21.15 al Centro sociale Il Pozzo di via Lombardia 1p alle Piagge.

Dal sito ufficiale del libro:

Il mondo si divide fra chi fa le guerre e chi le contrasta. Fra chi sfrutta i popoli impoveriti e chi costruisce alleanze paritarie. Fra chi cerca di mantenere l’iniquo disordine mondiale e chi disegna i lineamenti di una nuova realtà.

Hugo Chávez, presidente della Repubblica bolivariana del Venezuela scomparso nel 2013 è stato capace, insieme ai paesi dell’Alleanza Alba, di portare avanti iniziative per la prevenzione dei conflitti, costruire relazioni internazionali emancipatrici e pacifiche ben al di là del continente sudamericano (con particolare attenzione all’Africa), avviare la sperimentazione di un modello economico e culturale equo e sostenibile, di valenza planetaria.

Su questi aspetti poco conosciuti del presidente venezuelano si sofferma questo testo, la cui versione spagnola ha vinto il Primo concorso letterario “El pensamiento y la obra de Hugo Chávez Frias”, organizzato dall’associazione Tricontinental de las relaciones internacionales y de la solidariedad (Trisol) di Caracas.

Il  ricavato dalla vendita del volume sarà inviato ai Fratelli Maristi di Aleppo in Siria per finanziare questi progetti.




Stop TTIP: raggiunti i tre milioni di firme


L’Europa si mobilita contro i trattati di libero scambio

Dal 10 al 17 ottobre, forti dei 3 milioni di firme raccolte in tutto il continente, centinaia di migliaia di persone scenderanno in piazza per chiedere l’interruzione dei negoziati sul TTIP e gli altri accordi di libero scambio. L’obiettivo della mobilitazione internazionale è intrecciare le molteplici istanze promosse dalla società civile, costruendo un grande blocco di opinione pubblica contraria ad un sistema di commercio internazionale che mette i diritti umani e civili in secondo piano rispetto agli interessi delle grandi multinazionali e dei gruppi finanziari.

A cominciare da sabato 10 ottobre, le campagne internazionali Stop TTIP organizzeranno eventi, mobilitazioni, presidi in centinaia di città, tutti con un intento preciso: fermare il Trattato transatlantico fra USA e Ue, bloccare il negoziato TiSA sulla liberalizzazione di tutti i servizi e impedire la ratifica del CETA, l’accordo di libero scambio fra Ue e Canada.

«I movimenti tornano in piazza per affermare che serve una netta inversione di rotta – dichiara Marco Bersani, fra i portavoce della Campagna Stop TTIP Italia – Il TTIP dev’essere fermato subito per riaprire la strada ad un nuovo modello sociale, fatto di beni comuni, diritti e democrazia, in Italia e in Europa».

La più grande manifestazione è attesa a Berlino, e ad essa parteciperà anche una parte della campagna italiana. Nel nostro Paese sono previsti presidi in decine di centri urbani, dove loschi businessmen & women si riverseranno nelle strade per svendere ai cittadini acqua, sanità, cibo e diritti. Alla parte creativa verrà affiancata una massiva campagna di pressione istituzionale, con valanghe di tweet ed e-mail che affolleranno gli account dei parlamentari italiani troppo “distratti” in merito a un tema che riguarda da vicino la vita di ciascun cittadino.

Il 6 ottobre, nel frattempo, si è conclusa con un successo senza precedenti la prima fase della raccolta di firme dell’iniziativa autorganizzata dei cittadini europei contro il TTIP e il CETA. È stato superato anche il tetto dei 3 milioni di adesioni, a dimostrazione che esiste una opposizione vasta e trasversale agli accordi di libero scambio. Questo dissenso è in costante crescita e non può più essere trascurato dalle istituzioni: il processo di ratifica del CETA non deve avvenire ignorando le preoccupazioni della società civile, così come le trattative su TTIP, TiSA e TPP non godono del consenso necessario per proseguire. La continua mancanza di trasparenza da parte dei negoziatori è inaccettabile e le numerose mine per la democrazia contenute in questi accordi devono essere disinnescate. Ne è un esempio il TPP, Trans Pacific Partnership, “fratello” del TTIP sul fronte del Pacifico. Dopo un lungo negoziato segreto, gli Stati Uniti insieme ad altri 11 Paesi di America, Asia e Oceania sono giunti ad un accordo che ora passerà al vaglio dei governi nazionali.

«Oltre ad essere svincolato dal rispetto dei patti internazionali sul cambiamento climatico, il TPP presenta innumerevoli punti critici – descrive Elena Mazzoni, tra i coordinatori della Campagna Stop TTIP Italia – Porterà ad un aumento della deforestazione e dell’inquinamento, renderà più difficile l’accesso ai farmaci generici per le fasce più povere di popolazione e conterrà una clausola ISDS che permetterà di anteporre i profitti delle multinazionali ai diritti dei popoli».

«Le mobilitazioni delle prossime settimane, e l’obiettivo di tre milioni di firme raggiunto e superato, segnano la prima grande vittoria dei movimenti della società civile – dichiara Monica di Sisto, portavoce della Campagna Stop TTIP Italia – Ogni minimo tentativo da parte della Commissione europea e dei governi di tenere sotto silenzio un negoziato così importante è fallito miseramente, e più si scoprono le carte più risulta insostenibile la ricetta che le lobbies economiche vogliono propinarci. Ci sono milioni di cittadini che non sono disposti a mettere sul piatto standard di qualità, un tessuto economico fatto di piccola e media impresa, una pesante riorganizzazione del tessuto sociale europeo in cambio delle finte promesse fatte da chi, grazie a questo trattato, risulterà vincitore. Dalla crisi si esce in modo diverso: scommettendo sui territori, su un’agricoltura sostenibile e sempre più localizzata, sulla difesa dei diritti e non sul loro lento smantellamento. Questo sosteniamo come Campagna Stop TTIP Italia e questo verrà ribadito in centinaia di piazze di tutta Europa nei prossimi giorni».

http://stop-ttip-italia.net/