“Migliorare” dei lager non è possibile. Lettera aperta alle ONG

Martedì 29 novembre a mezzanotte scade il termine per partecipare al bando con cui il governo italiano finanzierà progetti di «primissima emergenza a favore della popolazione dei centri migranti e rifugiati» in Libia.

Le Ong italiane possono accedere a un finanziamento totale di 2 milioni di euro, destinati a migliorare gestione e condizione di tre «centri migranti e rifugiati» dove «risiede parte della popolazione migrante mista in Libia».

Si tratta a nostro avviso di un bando offensivo e vergognoso per almeno tre motivi:

Quei centri non sono «centri migranti e rifugiati» ma sono veri e propri «campi di concentramento», come ampiamente documentato da ormai decine di media e organizzazioni di tutto il mondo. La definizione che il bando governativo ne dà (appunto «centri migranti e rifugiati») è talmente inesatta e ipocrita da usare il termine rifugiati in un Paese dove questa categoria non può esistere, perché non riconosce la Convenzione di Ginevra.

L’intervento è previsto in «centri» dove (lo dice il bando stesso) la capacità di effettiva sorveglianza delle autorità ufficiali libiche è «in molti casi limitata», perché in realtà sono «gestiti da milizie locali».

Le Ong italiane non hanno alcuna possibilità di agire in quei campi se non previo accordo con le milizie stesse, che ne gestiranno modalità di azione e relativo budget.

Il tutto serve a un’operazione d’immagine per raddolcire o addirittura coprire le conseguenze disumane e raccapriccianti delle misure di blocco e respingimento dei migranti messe in atto da Italia e Europa a partire da agosto scorso, costate per altro 100 volte di più di queste misure di «primissima emergenza».

Tutto ciò è inaccettabile.

Ci auguriamo che le Ong italiane sappiano non cedere a questo ricatto sin troppo evidente. Chiediamo alle persone, agli esseri umani che lavorano nelle Ong di avere la dignità di non partecipare a questo gioco e di unirsi a noi nel denunciare la scelta politica gravissima messa in atto dal governo italiano nell’attuare accordi con un Paese dove a governare sono milizie, violenza e razzismo.

La non partecipazione delle Ong al bando sarebbe un segnale importante per chiedere ai governi europei un’inversione di rotta necessaria: la chiusura dei campi di concentramenti libici, la liberazione di uomini, donne e bambini e la garanzia di corridoi umanitari di fuga verso luoghi di reale accoglienza e sicurezza.

Anche di questo parleremo il 3 dicembre a Roma al Forum «Per cambiare l’ordine delle cose», a cui hanno aderito più di 700 persone da oltre 120 città d’Italia.

Alessandro Leogrande, Igiaba Scego, Andrea Segre e Dagmawi Yimer




Gerusalemme: bisogna rispettare il diritto internazionale

Rilanciamo il comunicato redatto e firmato da diverse realtà, tra cui la comunità delle Piagge, che cercano di dare una voce più efficace all’informazione e coordinare azioni di attivismo collettivo a favore di una terra martoriata da 50 anni, la Palestina. (Nella foto, una donna palestinese ha trovato un uso costruttivo degli involucri dei gas lacrimogeni)

Nel 1945 l’Organizzazione delle Nazioni unite (ONU) è nata per promuovere il diritto internazionale e la risoluzione pacifica dei conflitti. L’autodeterminazione dei popoli è uno dei principi base che caratterizzano la carta delle nazioni. Sappiamo perfettamente che passare dalla carta alla realtà non è cosa semplice né immediata. E’ però vero che, seppur con le grandi difficoltà passate e presenti, l’ONU ha fatto conoscere all’opinione pubblica mondiale situazioni prima sconosciute. Con autorevolezza ha prodotto e produce importanti documenti di riferimento, ed ha votato risoluzioni riguardanti la situazione israelo-palestinese.

Tutte le associazioni italiane, aderenti alla Società Civile per la Palestina, ritengono che la drammatica situazione di violenza in cui versa attualmente Gerusalemme sia dovuta al non rispetto delle risoluzioni che l’ONU ha prodotto dal novembre del 1947 ad oggi. Riteniamo anche che il maggior responsabile di tali inadempimenti sia lo stato di Israele. Riteniamo infine che tutto questo sia stato permesso dalla sostanziale complicità degli ex stati coloniali europei e degli Stati Uniti.

In particolare la città vecchia e la zona ad est sono da cinquant’anni infatti sotto occupazione militare. Esse sono state in pratica annesse allo stato di Israele e separate dalla Cisgiordania con la costruzione di un muro. Negli ultimissimi anni, la presenza di coloni in città vecchia, con soldati e guardie del corpo, è aumentata esponenzialmente. Infine l’area sacra della spianata delle moschee viene sempre più visitata da gruppi di ebrei ultranazionalisti scortati. Essi provocano i pochi fedeli ammessi dall’autorità israeliana: donne, vecchi e bambini.

Con in mente e nel cuore la sincera speranza che la pace giunga in quella terra martoriata a noi cara, chiediamo al governo italiano di adoperarsi all’interno dell’ONU affinché:

  • cessino le violazioni del diritto internazionale e tutte le risoluzioni vengano rispettate;
  • si riconosca nei fatti il diritto ad esistere di uno stato di Palestina senza ulteriori rinvii e senza porre pre-condizioni;
  • si sospenda ogni accordo di collaborazione economico e militare con Israele fino al ripristino della legalità internazionale.

Luglio 2017

Per Società Civile per la Palestina: Amicizia italo palestinese Firenze -Assopace Palestina- BDS Italia- Comunità Le Piagge (Firenze)- Cospe-Gazzella (Roma)- Invicta Palestina- Il libro e l’ulivo- La tenda di Amal- Oltreilmare ( Roma)- Operazione colomba della Fondazione Giovanni XXIII -Pax Christi Italia- Rete ECO (Ebrei Contro Occupazione)- Ulaia /arte sud-Vento di terra




Verso nuove guerre “giuste”, calpestando la memoria

Rilanciamo questa riflessione di Lorenzo Guadagnucci, scritta all’indomani delle oscene dichiarazioni del segretario di stato USA, che ha sfruttato il tragico palcoscenico di Sant’Anna di Stazzema – dove il 12 agosto del 1944 furono trucidati dalle SS 560 civili – per annunciare nuove guerre “giuste”.
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Dunque Rex Tillerson, ministro degli esteri statunitense, ha scelto Sant’Anna di Stazzema per legittimare il recente lancio di missili in Siria e annunciare futuri interventi militari. “Noi vogliamo rispondere a quanti colpiscono gli innocenti in qualunque parte del mondo”, ha detto il segretario di stato, due giorni dopo l’attacco missilistico alla Siria e tre giorni prima del lancio della “madre di tutte le bombe” in Afghanistan. Parole che fanno tremare perché corrispondono – appunto –  a bombardamenti, esplosioni, lanci di missili: azioni di morte compiute in nome di “innocenti” ma che colpiscono – immancabilmente – altri “innocenti”.
Il messaggio di Tillerson, salito a Sant’Anna in  compagnia di Angelino Alfano e di Federica Mogherini durante una pausa del vertice G7 a Lucca, è molto chiaro, com’è chiaro il suo modo di considerare e fare tesoro di una memoria dolorosa, qual è il ricordo della “guerra ai civili” condotta dall’esercito di occupazione tedesco in Italia fra ’43 e ’45. Tillerson dice: a Sant’Anna furono barbaramente uccisi degli innocenti e in loro nome è giusto e necessario colpire chi compie oggi atti simili nel mondo.
Nel ’44 l’eccidio fu compiuto da reparti delle SS naziste, negli anni Duemila gli interlocutori sono altri, gli Hitler dei giorni nostri: da ultimo il siriano Assad, giudicato a tambur battente responsabile di un attacco chimico contro la popolazione; in precedenza c’erano stati l’Afghanistan, rifugio dei terroristi dell’11 settembre; l’Iraq del dittatore Saddam Hussein con le sue ipotetiche armi di distruzione di massa; la Libia di Gheddafi, caduto in disgrazia dopo una vita da amico/nemico dell’occidente; il gruppo Stato islamico, nato e cresciuto sotto le bombe occidentali.
Sono state guerre umanitarie, di esportazione della democrazia, di lotta al terrorismo, secondo variabili definizioni, con un bilancio a dir poco disastroso, sia per chi ha subito le aggressioni militari, costate centinaia di migliaia di morti, sia per chi le ha messe in atto (i governi occidentali guidati dagli Stati Uniti), se pensiamo all’attuale clima di insicurezza generale e alla guerra asimmetrica in corso, con gli atti terroristici che da Stoccolma e Mosca a Londra, da Nizza e Parigi a Berlino, hanno portato il conflitto anche in Europa.
Ma il punto, parlando di Sant’Anna di Stazzema, non è nemmeno l’efficacia di queste guerre, mai sottoposte a una vera e sincera analisi circa i risultati ottenuti. Il punto è il senso della memoria storica, il rapporto che vogliamo stabilire con chi visse e soprattutto morì in quel modo nel ’44, come “danno collaterale” di una guerra combattuta senza esclusione di colpi.
A che cosa pensiamo quando pensiamo a Sant’Anna? A che ci serve salire lassù? Perché lo facciamo? Che cosa proviamo camminando sul selciato davanti alla chiesetta, dove furono falciate a colpi di mitragliatrice circa 150 persone? E davanti all’ossario in cima al colle?
Sono possibili molte risposte. Una l’ha data Tillerson e quasi toglie il fiato, perché promette guerra e morte, ovviamente guerra giusta o necessaria o inevitabile, e morte – anche, anzi soprattutto – di innocenti (in ogni guerra accade così da un secolo a questa parte).
Ma non è per questo – per giustificare e legittimare nuove guerre – che saliamo a Sant’Anna. Se c’è una cosa che ci spinge, è la consapevolezza di raggiungere un luogo tanto speciale quanto disturbante, dove si è manifestato l’esito terribile di  pulsioni diffuse nelle società umane organizzate: l’uccisione di massa di innocenti, per mano di eserciti regolari, giustificate da superiori interessi politici.
E’ successo a Sant’Anna e in molti altri luoghi in Italia nello stesso periodo storico, ma è accaduto spesso anche nei decenni seguenti, a nazifascismo sconfitto,  ad esempio in Bosnia e Cecenia, se vogliamo restare in Europa; o in Vietnam e in Afghanistan, e poi in Iraq, Siria, Yemen, Somalia, Congo e altri paesi ancora, se volgiamo lo sguardo più lontano. E’ stato a volte ad opera di forze armate manovrate da regimi dittatoriali e altre volte le stragi  sono avvenute per mano di eserciti “democratici”.
Le stragi di civili inermi a colpi di mitra e di granate, con missili e bombe lanciate da droni, sono una costante, non un’eccezione, delle guerre moderne.
Saliamo a Sant’Anna di Stazzema coscienti che le nostre società, nel 1945, non hanno davvero voltato pagina, sebbene i cinque anni di guerra  mondiale e il biennio di occupazione tedesca diedero un’impronta decisiva sul piano storico, morale, politico e anche psicologico al dopoguerra di tutti. Rinacquero in Europa e nel mondo regimi democratici, fu creata l’Onu e approvata una solenne Dichiarazione sui diritti umani; nella nostra Costituzione “scritta col sangue dei resistenti” (e con quello dei caduti nelle stragi) entrò il decisivo articolo 11, per dire che l’Italia rifiuta la guerra come metodo per la risoluzione di controversie internazionali. Un articolo essenziale ma fra i più dimenticati, o meglio calpestati.
Salire a Sant’Anna di Stazzema ci aiuta a capire meglio da dove veniamo e ci spinge a guardare il mondo attorno a noi con il massimo di sincerità. L’aura che promana dai corpi sepolti all’ossario e nelle fosse comuni ancora sparse nella zona è un messaggio di verità che permette di scorgere nel mondo le sant’anna di oggi; che induce a provare empatia per chi subisce sulla propria pelle, nella propria casa, guerre decise chissà dove;  che spinge a cogliere nel volto di un profugo di guerra sbarcato a Lampedusa lo stesso sguardo, la stessa angoscia, dei bambini rimasti orfani nell’eccidio, a loro volta profughi (interni) di guerra e letteralmente “minori non accompagnati”.
Ecco dunque a che serve visitare i “luoghi della memoria”. Serve ad entrare in contatto diretto e personale con la storia, a vivere l’esperienza di calarsi nei panni altrui, in un’altra epoca, e da lì, stando in quei panni, in quel tempo, pensare al presente, a quel che abbiamo fatto finora, e al futuro,  a quel che potremo fare per non ripetere ancora quegli errori, per non assistere ancora a simili tragedie.
In questo senso Sant’Anna e  gli altri luoghi che compongono l’Atlante delle stragi sono siti  scomodi e preziosi. Fanno star male ma stimolano pensieri nuovi. Conoscere de visu la portata delle violenze che vi furono compiute, può essere un grande sprone ad agire, affinché le collettività cambino rotta, a patto che vi siano libertà di pensiero e apertura a battere sentieri che portano fuori dal discorso corrente, un discorso che oggi banalizza la violenza e  legittima la guerra come opzione possibile e anzi necessaria, mentre deride l’ipotesi di agire per spingere la guerra fuori della storia.
A Sant’Anna, dietro l’ossario, c’è una lapide coi quasi 400 nomi dei trucidati riconosciuti: nome, cognome, provenienza, età. E’ una lettura che sgomenta. Tante donne, tanti bambini, tanti cognomi che si ripetono. Il senso della memoria, a decenni dai fatti, è nel significato che vogliamo attribuire a come vissero e come morirono quelle persone, vite di scarto in tempo di guerra. Non furono eroi, non combatterono il nemico e nella storia – lo sappiamo – c’è poco posto per chi resta anonimo, ma tocca a noi stabilire se il loro sacrificio può essere un monito per l’oggi e un orientamento per il domani.
Possiamo quindi provare a  prendere sul serio il grido che arriva da chi perse la vita nelle azioni “eliminazioniste”, come le chiamano gli storici. E’ un grido di umanità e di rigetto della guerra, un rifiuto che nell’ultimo secolo ha accomunato le popolazioni civili di tutto il mondo, vittime principali e predilette dei “signori della guerra”.  E’ un grido che si è disperso però nel vento, perché la memoria pubblica è negoziazione, lotta politica, spesso anche manipolazione, e oggi chi comanda e pilota di fatto la gestione della memoria comune è poco disposto a mettere in discussione la pretesa razionalità, potremmo dire ovvietà, dello strumento bellico, insomma la legge del più forte, del più armato, del più spregiudicato.
Ci sarebbe dunque una memoria possibile, a volte declamata ma nei fatti emarginata, che poggia sul rifiuto popolare della guerra e quindi spinge a disobbedire alle regole strettissime della politica e della geopolitica; è una memoria intensa e difficile che diventa motore di cambiamento se vissuta davvero e trasformata in azione collettiva. E’ una memoria, questa, che potrebbe aiutare ad aprire un varco verso una società meno violenta e più resiliente, liberata dalla soggiogante e fasulla contrapposizione fra NOI, i civili, e LORO, i barbari, un clima d’odio che di muro in muro, di guerra in guerra, sta trascinando il mondo in un abisso.
C’è però un’altra memoria – e va per la maggiore – che si manifesta in forma di omaggio ai caduti, di ricordo formale di una fase storica gloriosa; è una memoria che consola e non disturba più di tanto.
E’ la memoria – quest’ultima – che ha ispirato l’altro giorno Rex Tillerson, il quale l’ha facilmente piegata alle sue esigenze del momento. Chissà se il segretario di stato ha davvero pensato alle persone nominate nella lapide dietro l’ossario, a come vissero e come morirono, chissà se ha provato a immaginare i loro volti e il loro grido, mentre pronunciava le sue funeste e potenti parole.
Chissà se Tillerson si è reso conto che Sant’Anna di Stazzema non è un luogo di potere, ma uno spazio fisico, etico e mentale abitato dalle anime di gente senza potere, gente che meriterebbe d’essere accolta meglio e ascoltata con più rispetto da noi che siamo venuti dopo.
dal blog Noi della Diaz



Italia-Libia, un accordo vergognoso #apritequellaporta

L’accordo Italia-Libia per chiudere le porte ai migranti è vergognoso, inefficace e inumano. Lo sostiene tra gli altri l’organizzazione Medici per i Diritti Umani MEDU, che ricorda come il governo libico non abbia il pieno controllo del territorio e come la Libia sia “oggi per i migranti un grande campo di concentramento, sfruttamento e tortura gestito da una miriade di milizie, gruppi armati e bande criminali”.

L’unico obiettivo, continua Medu, appare “quello di “fare muro” nel Canale di Sicilia per bloccare gli sbarchi in Italia senza preoccuparsi della sorte di centinaia di migliaia di donne, uomini e bambini destinati a rimanere intrappolati nell’inferno libico”, l’inferno di un paese che non ha neppure sottoscritto la Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951.

Medu svolge attività di cura e ascolto delle persone appena sbarcate in Italia, che vengono assistite nei progetti di riabilitazione delle vittime di tortura in Sicilia e a Roma (vedi ESODI Rotte migratorie dai paesi sub-sahariani verso l’Europa) e raccoglie le loro testimonianze: racconti atroci di percosse, torture, ustioni, minacce, stupri, oltraggi religiosi…

Di fronte a questa tragedia nella tragedia, ha senso cercare di bloccare il flusso inarrestabile di migliaia di individui in fuga da guerra, fame, miseria e catastrofi ambientali?

Una “proposta” alternativa viene da Gabriele Del Grande, da anni osservatore e reporter del fenomeno migratorio con il suo blog Fortress Europe, che sulla sua pagina Facebook la indirizza al capo del governo:

Caro Paolo Gentiloni, avendo passato dieci anni della mia vita a contare i morti lungo la rotta libica, mi permetto di darle un consiglio non richiesto. La rotta va chiusa, concordo. Basta morti, basta miliardi alle mafie libiche e basta miliardi all’assistenzialismo. Tuttavia state andando nella direzione sbagliata.

Arrestate duecentomila persone l’anno a Tripoli, e l’anno dopo ne avrete altrettante diniegate dagli uffici visti delle Ambasciate UE in Africa e pronte a bussare alla porta del contrabbando libico. E se non sarà Tripoli, sarà Izmir o Ceuta. Perché questo è il problema. I visti!

Ormai li rilasciate soltanto ai figli delle élite o a chi ha abbastanza soldi per corrompere un funzionario in ambasciata. E i lavoratori? E gli studenti? E la classe media? A tutti loro non resta che il contrabbando.

E il contrabbando non si sconfigge con gli accordi di polizia. Ci hanno già provato Prodi, Berlusconi e Monti. E l’unico risultato è stato accrescere le sofferenze dei viaggiatori e gli incassi delle mafie.

Il contrabbando, da che mondo è mondo, si sconfigge in un solo modo: legalizzando le merci proibite. In questo caso la merce proibita è il viaggio. Ed è giunta l’ora di legalizzarlo anche per l’Africa, così come avete fatto per l’Est Europa, i Balcani, l’America Latina, l’Asia.

Riscrivete le regole dei visti Schengen. Allentate le maglie. Fatelo gradualmente. Partite con un pacchetto di cinquanta-centomila visti UE all’anno per l’Africa. E se funziona, estendete il programma. Iniziate dai paesi più interessati dalle traversate: Eritrea, Somalia, Etiopia, Nigeria, Ghana, Gambia, Mali, Niger, Senegal, Egitto e Tunisia. Visti di turismo e ricerca lavoro, validi sei mesi in tutta la UE, rinnovabili di altri sei mesi e convertibili in permesso di lavoro dopo un anno senza bisogno di nessuna sanatoria.

Chi oggi investe tre-quattromila euro per il viaggio Lagos-Tripoli-Lampedusa, investirebbe gli stessi soldi per comprare un biglietto aereo, affittarsi una camera e cercare un lavoro. E se non lo trovasse, tornerebbe in patria sapendo che potrebbe ritentare l’anno successivo.

Che poi è esattamente quello che hanno fatto milioni di lavoratori arrivati in Italia dalla Romania, dalla Cina, dalle Filippine, dal Marocco, dall’Albania o dall’Ucraina. È quello che hanno fatto cinque milioni di lavoratori italiani emigrati all’estero. Ed è quello che vogliono fare ognuna delle duecentomila persone che ogni anno emigrano dall’Africa verso l’Europa: rimboccarsi le maniche cercando un’opportunità.

Se un italiano a Londra o un cinese a Milano ce la possono fare da soli, perché un ghanese a Berlino o un congolese a Trieste non possono fare lo stesso?

Tra la repressione in frontiera e l’assistenzialismo in casa, c’è un terzo modello.

È il modello della cittadinanza globale. L’idea che modernità è anche poter scegliere dove inseguire la propria felicità. Ovunque essa sia. Fosse anche una chimera. Sapendo che potrai sempre tornare a casa. Perché c’è una porta girevole.

Per una metà della nostra generazione, quella dei passaporti rossi e blu, è già realtà. Per l’atra metà, quella dei passaporti verdi e neri, è soltanto un miraggio.

Nel mezzo c’è una zona grigia. Anzi una zona colorata. È un incredibile intreccio di fili che legano milioni di nuove famiglie euro-africane, euro-asiatiche, euro-arabe, euro-latine, euro-americane divise a metà da un’idea di confine ormai sorpassata dai fatti.

Inutile ingaggiare la Nato. Il flusso non si può fermare. Si può soltanto governare, dirigendolo verso gli uffici consolari e da lì verso gli aeroporti internazionali. Esattamente come avveniva fino alla fine degli anni Ottanta, prima che l’Europa alzasse i muri dei visti senza capire che l’improvviso aumento dell’immigrazione extra-europea non era dovuta all’eccessiva semplicità di rilascio dei titoli di viaggio, bensì alla globalizzazione.

Noi di quella globalizzazione e di quelle migrazioni siamo i figli. Orgogliosamente nati nelle nuove città-mondo europee e cresciuti viaggiando.

Caro Gentiloni, per una volta, provate a ascoltare anche noi.

#apritequellaporta




USA-Messico, il muro non è un’idea nuova

di Manlio Dinucci da il manifesto

È il 29 settembre 2006, al Senato degli Stati uniti si vota la legge «Secure Fence Act» presentata dall’amministrazione repubblicana di George W. Bush, che stabilisce la costruzione di 1100 km di «barriere fisiche», fortemente presidiate, al confine col Messico per impedire gli «ingressi illegali» di lavoratori messicani.

Dei due senatori democratici dell’Illinois, uno, Richard Durbin, vota «No»; l’altro invece vota «Sì»: il suo nome è Barack Obama, quello che due anni dopo sarà eletto presidente degli Stati uniti. Tra i 26 democratici che votano «Sì», facendo passare la legge, spicca il nome di Hillary Clinton, senatrice dello stato di New York, che due anni dopo diverrà segretaria di stato dell’amministrazione Obama.

Hillary Clinton, nel 2006, è già esperta della barriera anti-migranti, che ha promosso in veste di first lady. È stato infatti il presidente democratico Bill Clinton a iniziarne la costruzione nel 1994. Nel momento in cui entra in vigore il Nafta, l’Accordo di «libero» commercio nord-americano tra Stati uniti, Canada e Messico. Accordo che apre le porte alla libera circolazione di capitali e capitalisti, ma sbarra l’ingresso di lavoratori messicani negli Stati uniti e in Canada.

Il Nafta ha un effetto dirompente in Messico: il suo mercato viene inondato da prodotti agricoli statunitensi e canadesi a basso prezzo (grazie alle sovvenzioni statali), provocando il crollo della produzione agricola con devastanti effetti sociali per la popolazione rurale. Si crea in tal modo un bacino di manodopera a basso prezzo, che viene reclutata nelle maquiladoras: migliaia di stabilimenti industriali lungo la linea di confine in territorio messicano, posseduti o controllati per lo più da società statunitensi che, grazie al regime di esenzione fiscale, vi esportano semilavorati o componenti da assemblare, reimportando negli Usa i prodotti finiti da cui ricavano profitti molto più alti grazie al costo molto più basso della manodopera messicana e ad altre agevolazioni.

Nelle maquiladoras lavorano soprattutto ragazze e giovani donne. I turni sono massacranti, il nocivo altissimo, i salari molto bassi, i diritti sindacali praticamente inesistenti. La diffusa povertà, il traffico di droga, la prostituzione, la dilagante criminalità rendono estremamente degradata la vita in queste zone. Basti ricordare Ciudad Juárez, alla frontiera con il Texas, divenuta tristemente famosa per gli innumerevoli omicidi di giovani donne, per lo più operaie delle maquiladoras.

Questa è la realtà al di là del muro: quello iniziato dal democratico Clinton, proseguito dal repubblicano Bush, rafforzato dal democratico Obama, lo stesso che il repubblicano Trump vuole completare su tutti i 3000 km di confine.

Ciò spiega perché tanti messicani rischiano la vita (sono migliaia i morti) per entrare negli Stati uniti, dove possono guadagnare di più, lavorando al nero a beneficio di altri sfruttatori. Attraversare il confine è come andare in guerra, per sfuggire agli elicotteri e ai droni, alle barriere di filo spinato, alle pattuglie armate (molte formate da veterani delle guerre in Iraq e Afghanistan), che vengono addestrate dai militari con le tecniche usate nei teatri bellici.

Emblematico il fatto che, per costruire alcuni tratti della barriera col Messico, l’amministrazione democratica Clinton usò negli anni Novanta le piattaforme metalliche delle piste da cui erano decollati gli aerei per bombardare l’Iraq nella prima guerra del Golfo, fatta dall’amministrazione repubblicana di George H.W. Bush. Utilizzando i materiali delle guerre successive, si può sicuramente completare la barriera bipartisan.




Pace in Medio Oriente? Possibile se cessasse colonialismo

Solidarietà all’intifada irachena dal Convegno tenutosi alle Piagge

I partecipanti al convegno “Guerre e Terrorismi in Medio Oriente. Alternative?” organizzato per il 28 maggio dalla Comunità delle Piagge, Fucina per la Nonviolenza, Pax Christi hanno inviato un caloroso messaggio di saluto e incoraggiamento agli attivisti e ai cittadini iracheni protagonisti della “intifada” di Baghdad iniziata il 30 aprile scorso e che ha portato centinaia di migliaia di persone a violare la “green zone”, a superare gli sbarramenti di cemento e filo spinato, ad occupare la sede di un parlamento che non è capace di uscire dal vicolo cieco delle divisioni etniche, causa prima e strumento colonialista di disgregazione del paese.

Le immagini proiettate durante il convegno – una massa senza fine di persone che occupano in maniera pacifica e nonviolenta le sedi del potere e chiedono la fine di politiche succubi ad interessi altrui, la nascita di una vera democrazia, l’avvento delle pace dopo decenni di guerra, sanzioni, sofferenze inumane – sono state molto emozionanti.

Nel dibattito seguito all’intervento di Ismaeel Dawood è stato stigmatizzato con stupore come sia stato possibile che un evento tanto importante possa essere stato ignorato dai media italiani che si ricordano del Medio Oriente solo per dare l’immagine di un paese disgregato, senza una coscienza civile che invece è vivissima e chiede con forza di vivere in pace e giustizia.

Il dibattito tenutosi durante la giornata, arricchito dai contributi degli ospiti Ismaeel Dawood (associazione La’Onf, nonviolenza in arabo), Karim Metref (Istituto Sereno Regis), Ermete Ferraro (MIR Napoli), Giulia Chiarini (Coordinamento Toscano per il Kurdistan), è stato quanto mai stimolante ed ha evidenziato come le politiche di divisione settaria di un territorio che da millenni è multireligioso e multiculturale, sono strumento di politiche colonialiste che impongono guerra e ingiustizia. Stimolare la coscienza civile e nonviolenta ben presente in tutta l’area – emergente con chiarezza nel Kurdistan – sarebbe la via maestra per riportare la pace nell’area martoriata da troppo tempo.

Comunità delle Piagge
Fucina per la Nonviolenza
Pax Christi




Le alternative alla guerra, sabato 28 alle Piagge

La Comunità delle Piagge e la Fucina per la Nonviolenza organizzano per sabato 28 maggio un convegno sulla crisi che sta devastando il Medio Oriente. Oltre all’analisi delle dinamiche alla base di questo conflitto si faranno ipotesi per una soluzione giusta che riporti la pace, si affiderà ad un dibattito tra i partecipanti la ricerca di alternative che portino fuori dal tetro tunnel in cui sono state cacciate le popolazioni, che elaborino modelli per riportare speranza in questa umanità del XXI secolo devastata da ingiustizie e guerra.

I relatori della sezione mattutina saranno: Alberto L’Abate, Fucina per la Nonviolenza Firenze; Ismael Dawood, iracheno, membro delle associazioni “Un Ponte Per…” e “La’Onf” (in arabo significa nonviolenza); Karim Metref, algerino, formatore alla nonviolenza dell’Istituto Sereno Regis di Torino; Ermete Ferraro, esponente del MIR di Napoli; Giulia Chiarini, CTK, Coordinamento Toscano per il Kurdistan.

Il programma
Guerra e terrorismi in 
Medio Oriente. Alternative?

Giornata di riflessione e dibattito sulla guerra che sta dilagando attorno al Mediterraneo e oltre, alla ricerca di una prospettiva di pace, convivenza, valori alternativi alla tragedia presente. La nonviolenza può dare risposte?

Sabato 28 maggio 2016

presso Il Centro Sociale delle Piagge
Piazza Ilaria Alpi e Milan Hrovatin

Ore 10.30 – 13.30 Relazioni

Alberto L’Abate In ricordo di Nanni Salio

Ismaeel Dawood Le ragioni della guerra

Oleodotti, gasdotti, materie prime, rotte delle merci nel quadro della crisi politica e nella guerra in Medio Oriente. Una geopolitica che schiaccia gli esseri umani.

Karim Metref Occidente e Oriente; un dialogo mancato?

L’Occidente davanti al baratro da esso stesso creato nei secoli; l’incomprensione verso un Sud del Mediterraneo alla ricerca di una strada di liberazione e affrancamento che trova invece, nei paladini della democrazia liberale, sfruttamento, emarginazione, pregiudizi, un muro pseudoculturale. L’uguaglianza non è più un valore europeo?

Ermete Ferraro Nonviolenza invece della guerra

Dai fallimenti e dagli errori occidentali, dal protagonismo politico e militare di paesi che vogliono imporre la loro egemonia in Medio Oriente, verso una proposta nonviolenta di soluzione della crisi bellica.

Giulia Chiarini Una proposta positiva nata dal conflitto

Dal Medio Oriente una proposta di convivenza e di rinascita politica, economica e culturale di una regione devastata da troppi interessi estranei: la scelta politica del popolo curdo, una prospettiva che ha da dire molto anche al nostro occidente e alla sua agonizzante democrazia liberale.

Ore 13.30 – 15.00 Pausa conviviale

Ore 15.00 – 16.00 Gruppi di lavoro coordinati dagli stessi relatori

Ore 16.00 – 16.30 Relazioni

Ore 16.30 Dibattito e conclusioni




Palestina, anche gli animali soffrono

Venerdì 15.4 – Incontro e cena con la Palestinian Animal League

In una terra martoriata come la Palestina, si può pensare anche agli animali? Lo spiegherà venerdì 15 aprile Ahmad Safi della Palestinian Animal League, nella tappa fiorentina del suo speaking tour, prevista per le ore 20 al Circolo Lavoratori di via delle Porte Nuove 33, con tanto di cena gourmet vegan.

La Palestina non può essere solo la gente. Deve essere la terra, gli alberi, l’aria, l’ambiente, gli animali e gli uccelli“. Sono le parole con cui Safi nel 2011 convinse la burocrazia ad accettare la richiesta per la costituzione di PAL, la prima organizzazione per i diritti di tutti i viventi nei Territori occupati.

L’incontro di venerdì è un’occasione per affrontare la questione palestinese da un punto di vista antispecista, ovvero senza stabilire gerarchie di importanza tra gli esseri viventi. Lo scopo del tour di Ahmad Safi è far conoscere l’oppressione della Palestina, dando voce – diversamente dal solito – a ogni specie vivente. L’ingiustizia e la violenza infatti non distinguono tra umani e non umani.

In Palestina gli animali soffrono esattamente come gli umani, anche se non vengono fermati ai check point. Soffrono per i fili spinati ovunque, per il muro che blocca gli spostamenti della fauna selvatica, per le conseguenze dell’abitare in una terra occupata dall’esercito, per la scarsità o l’inaccessibilità delle fonti di acqua, che spesso vengono sequestrate e militarizzate.

PAL con il supporto dei suoi volontari porta assistenza veterinaria e realizza altri interventi per migliorare la condizione degli animali, anche con programmi di educazione e sensibilizzazione delle comunità locali e soprattutto dei bambini, stimolando il rispetto per la vita e la ricerca di giustizia sia per le persone che per gli animali.

Il motto di PAL è Aiutare gli Animali, Valorizzare le Persone. Con questo spirito PAL si occupa di istruire e formare una nuova generazione di palestinesi sensibili all’amore e al rispetto per la natura tutta.

A fianco di altre ONG, PAL ha realizzato anche giornate di svago per i bambini dei campi profughi della Cisgiordania e campi estivi dove ai giovani viene data la possibilità di partecipare ad escursioni per conoscere l’ambiente naturale del posto.

Fra i progetti recenti, un piano per affrontare in modo non cruento il problema del randagismo e un altro per migliorare le condizioni di asini e cavalli educando i proprietari.

L’appuntamento con l’incontro “Terra e libertà” è venerdì 15 aprile alle 20 al Circolo Lavoratori Porta al Prato, in via delle Porte Nuove 33 a Firenze.

La cena costa 18 euro e i proventi verranno destinati alla Palestinian Animal League. MENU: Aperitivo di benvenuto con Estratto di frutta e verdura e Polpettine saporite, Primi: Fusilli con cavolo nero e scaglie di cocco, Spaghetti al sapore di mare Secondi: Stufato di seitan al Chianti e aromi accompagnato da radicchio marinato alla veneta, Dolce: Crostata al limone. Prenotazioni a restiamoanimali@gmail.com

“Cos’è la Palestina? Se la Palestina è solo il popolo, allora noi potremmo essere Palestinesi ovunque. Se la Palestina è solo il popolo allora perché così tanti Palestinesi sono morti, sono stati feriti o imprigionati come parte della resistenza contro l’occupazione? La Palestina non può essere solo la gente. Deve essere la terra, gli alberi, l’aria, l’ambiente, gli animali e gli uccelli. Tutte queste cose formano la Palestina”.




“Le vostre guerre non le vogliamo”, l’appello contro il vertice NATO di Firenze

BASTA GUERRE, BASTA MORTI. LE VOSTRE GUERRE NON LE VOGLIAMO

Quanto successo in Francia, dove una serie di attentati ha mietuto oltre 100 vittime, è di una gravità estrema; dopo lo sconcerto e la condanna di quanto accade occorre però ricordare che la strage di Parigi arriva dopo una serie di altre stragi in paesi che sentiamo lontani dall’Europa, ma che invece ne sono alle porte, sono dentro il Mediterraneo: pensiamo agli ultimi attacchi suicidi in Iraq, in Libano, in Turchia contro gli oppositori, in Afghanistan, in Yemen, l’abbattimento di un aereo russo, tutte estensioni terribili della guerra che insanguina la Siria e il Medio Oriente da quattro anni.

Quello che sta accadendo a Parigi – e che potrebbe accadere anche in altri paesi – indigna particolarmente i media perché risulta colpito un paese europeo, mentre dimentichiamo le responsabilità degli stessi paesi occidentali che hanno coccolato, finanziato, addestrato, armato quei ragni velenosi che oggi li mordono.

È bene ricordare proprio in questo drammatico momento che il terrorismo dell’ISIS non nasce dal nulla, ma gli USA e UE stessi ed i loro alleati sono i promotori dell’ISIS e della guerra che sta insanguinando il Medio Oriente: paesi come l’Arabia Saudita, vari Emirati del Golfo Persico, la stessa Turchia hanno responsabilità enormi, ma addirittura il nostro Presidente del Consiglio Matteo Renzi è stato recentemente ad omaggiarli, abbagliato solo dalle riserve finanziarie di quelle bellicose petromonarchie. Queste sono guerre create, volute e portate avanti dai nostri stessi governanti, ma i morti sono i nostri, persone comuni, ragazzi, lavoratori fuori per il venerdì sera. Non sono le nostre guerre e noi non vogliamo esserne arruolati, rifiutiamo da subito la logica del combattere tutti insieme questi nemici. Rifiutiamo che le nostre città siano teatro di guerra. Non accettiamo che venga fatto un accostamento strumentale fra terroristi e profughi, le prime vittime di queste guerre.

E allora è ancora più importante oggi dire che Firenze non può ospitare il vertice NATO del 25/26 novembre, un vero e proprio vertice di GUERRA, con la nostra città militarizzata, praticamente al fronte.

Il dolore per le troppe vittime civili è difficile da placare, ma solo l’abbandono di folli politiche di guerra può dare una dignità a queste morti.

NO alla guerra, basta morti. Rifiutiamo il vertice NATO a Firenze: 25 novembre ore 17.30 MANIFESTAZIONE a Firenze Piazza Unità d’Italia

Assemblea Fiorentina contro il vertice NATO di Firenze




“No alla guerra”, l’appello di Basta morti nel Mediterraneo – Firenze

Di fronte agli attacchi terroristici di Parigi, che hanno seminato distruzione di vite umane e dolore, rinnoviamo il nostro rifiuto netto, radicale, contro qualsiasi forma di violenza, contro l’aggressione di persone ignare e disarmate, contro l’odio distruttivo che semina morte e disperazione. Ci sentiamo vicini e solidali con le vittime di queste orrende stragi, così come con le vittime di tutte le stragi che insanguinano il mondo, ultima quella dell’attentato a Beirut del 12 novembre, che ha provocato 43 morti e più di 180 feriti.
Ci sentiamo anche vicini e solidali con le migliaia e migliaia di vittime in Siria, in Afghanistan, in Libia, in Palestina, in Iraq, morti nelle guerre scatenate dalle alleanze occidentali, NATO in testa, e dai signori della guerra: morti di cui abbiamo perso il conto.

Il terrorismo fondamentalista è figlio di queste guerre: non guerre di religione, ma guerre per il potere, per lo sfruttamento di risorse economiche, per il controllo di regioni strategiche. L’Europa addita il terrorismo fondamentalista come il principale nemico, ma è in ottimi rapporti con chi quel terrorismo ha finanziato e finanzia, con chi lo sostiene attraverso il commercio di armi: l’Arabia Saudita, alcuni Emirati del Golfo, la stessa Turchia, che bombarda le  curde e i curdi combattenti, primo baluardo contro l’ISIS.

L’ISIS porta la guerra in Europa, e l’Europa chiude le frontiere ai profughi, le prime vittime dell’ISIS, i più inermi e indifesi, i primi ad essere bombardati: rifiutiamo con decisione qualsiasi accostamento tra terroristi e profughi, e ribadiamo che l’Europa ha il dovere non solo di accogliere le persone  che fuggono dalle guerre, ma di aiutarle a raggiungere luoghi sicuri attraverso corridoi umanitari.

Non vogliamo essere colonialisti,
Non vogliamo produrre e vendere armi,
Non vogliamo inviare i nostri militari a uccidere e bombardare civili inermi,
Non vogliamo chiudere le frontiere ai profughi disarmati.

La violenza produce violenza. La chiusura delle frontiere e l’annullamento delle conquiste civili e della convivenza democratica costituirebbero la vittoria del terrorismo.
Vicini alla popolazione francese, e a tutte le vittime delle guerre, ricordiamo che proprio in Francia, tanto tempo fa, furono messe in fila le uniche armi che potranno costruire un mondo giusto: LIBERTÀ, UGUAGLIANZA, FRATERNITÀ.

Noi staremo sempre dalla parte di chi vuol costruire la convivialità delle differenze, dove popoli diversi per cultura, colore della pelle e religione possano vivere insieme nella reciprocità e nella pace. Questa è l’unica strada possibile, perché l’umanità o sarà un’umanità di pace o non sarà.

Coordinamento “Basta morti nel Mediterraneo”, Comunità delle Piagge, Rete Antirazzista Fiorentina, Gruppo Emergency Firenze, Fuori Binario, Comitato 1°Marzo, Comitato Fermiamo la guerra, Libere Tutte-Firenze, Il Giardino dei ciliegi, Rete Donne SEL, Coordinamento contro la violenza di genere ed il sessismo, L’Altra Europa con Tsipras – Comitato Fiorentino, Statunitensi contro la Guerra (Firenze), FLC-CGIL Università di Firenze, Comitato Nazionale No Guerra No Nato, Alternativa, Gruppo Consiliare Comune, Firenze riparte a sinistra con SEL, FaS, PRC, Le Musiquorum, Ass. Pantagruel, Gruppo Emergency Sesto Fiorentino e Calenzano, Rifondazione Comunista Firenze, SEL Firenze, Giovani comuniste/i Firenze, Cooperativa Sociale Macramè, Ass. PAWA, Ass. Pantagruel, Istituto Ernesto De Martino, Associazione politico-culturale “Sinistra Unita per Montale”, Una Città in Comune, Consiglio della Casa del popolo di Settignano, associazione culturale Agliana in Comune, Circolo Sel Agliana, Federazione Provinciale Sel Pistoia.