Il tesoro di via Palazzuolo


Discarica, ghetto, epicentro del degrado? Non tutti la vedono così, via Palazzuolo, una lunga strada fiorentina a due passi da Santa Maria Novella. Tutta l’area è da tempo sotto i riflettori dei media, pronti ad amplificare il disagio dei residenti e a dare risalto ad episodi di cronaca spicciola quali risse tra ubriachi e piccolo spaccio, “nulla di più di quanto accade in altre vie del centro”. La pensa così Elena, che abita nella zona, e che definisce via Palazzuolo “un luogo più vivo e ospitale di altri a Firenze, una strada ricca di storie vecchie e nuove, tutte da conoscere”.

L’occasione per scoprirle si presenta sabato 27 maggio, quando dalle cinque del pomeriggio si svolgerà la prima Caccia al tesoro antirazzista, “adatta a tutti da 0 a 99 anni”. Il gioco, strutturato in 13 tappe con indizi da risolvere, vuole essere un percorso di conoscenza di una delle strade più interculturali di Firenze, “uno di quei melting pot che ci piacciono tanto quando andiamo a Londra o a New York e che sembrano spaventarci quando nascono sotto casa”, dice Elena. “Il tesoro che cerchiamo con questo gioco, al di là dei premi previsti, è proprio la conoscenza reciproca, che pensiamo essere l’unico vero antidoto a razzismo, xenofobia, paura del diverso. A patto di lasciare a casa gli stereotipi e portare la curiosità, come recita l’invito!”.

Elena fa parte di Palazzuolo Strada Aperta, un gruppo di cittadini che si definisce “antirazzista e solidale, nato in uno spirito di apertura e rispetto, ponendo al centro le persone con le loro storie, i loro diritti inalienabili e il contributo che tutti possono dare al vivere comune”.

Il gruppo diffonde un foglio periodico agli abitanti della strada, organizza cene e tutti i sabati fa uscire in strada la book-bike, una bicicletta con carrellino che presta gratuitamente libri, in varie lingue, a passanti e residenti. Un anno fa ha anche inaugurato una piccola biblioteca intitolata alla memoria di Riccardo Torregiani, rimpianto attivista fiorentino scomparso prematuramente nell’estate del 2015.

“Il famigerato degrado di via Palazzuolo – spiega Elena, non è solo droga e sporcizia, ma piuttosto l’alienazione che l’avidità degli speculatori produce creando quartieri ghetto, senza spazi per incontrarsi e con servizi scadenti, mettendo i vecchi residenti contro i nuovi immigrati e alimentando la guerra tra poveri. A questo riguardo l’amministrazione è del tutto inerte, anzi, permette di convertire ad abitazione degli angusti fondi commerciali o autorizza la costruzione di alberghi di lusso che invaderanno altri spazi comuni. Il governo centrale, dal canto suo, invece di costruire politiche di inclusione sforna leggi securitarie come il decreto Minniti-Orlando, che si accanisce contro i più deboli. Di fronte a questa generale deriva, abbiamo sentito l’urgenza di fare qualcosa e con altre realtà abbiamo lanciato la Primavera antirazzista, di cui la Caccia al tesoro è solo l’ultimo evento. Per ora.”

L’appuntamento con la Caccia al tesoro antirazzista è sabato 27 maggio alle 17, con partenza dalla rotonda in via del Prato.

https://www.facebook.com/palazzuolostradaaperta/
http://www.palazzuolostradaaperta.esy.es/

c.s.

 




"Voglio fare il sarto", un progetto da sostenere


Samba, Youssif, Kajally e Ousman sono quattro giovani africani, sbarcati in Italia molti mesi fa e da allora “ospiti” di centri di accoglienza. Hanno fatto domanda di asilo, ma ci vorrà molto tempo prima che ne conoscano l’esito, prima di sapere se potranno costruirsi un futuro nel nostro paese o dovranno invece tornare indietro. In questo lungo limbo di inattività e incertezza che li attende, per loro come per centinaia di altri profughi “il rischio maggiore è quello di smarrire il senso e l’obiettivo del viaggio, di non riconoscersi più come persone dotate di talenti e capacità”.

Ne è convinta Maria Cristina Manca, antropologa, stilista, attivista con Medici Senza Frontiere, che ha cucito insieme le sue tante passioni per creare Waxmore, ditta artigianale e laboratorio di sartoria a Firenze. E si è inventata un corso di formazione di moda, taglio e cucito per richiedenti asilo dove si imparano le tecniche italiane, i termini, l’uso dei cartamodelli, ma anche a capire le tendenze moda e sviluppare la propria creatività. Insomma tutto ciò che un domani potrà essere utile per lavorare come sarti, qui o altrove.

“Sono 800 ore tra teoria e pratica, in tutto 6 mesi di un percorso impegnativo che i ragazzi stanno affrontando con entusiasmo – racconta Maria Cristina. Abbiamo iniziato a febbraio dopo una selezione degli aspiranti, dando la precedenza a chi aveva già delle nozioni di base e conosceva discretamente la lingua italiana. Tre su quattro erano già sarti al loro paese, dove si lavora in modo molto diverso, “espresso”: al mercato si sceglie la pezza tra le tante presenti, tutte diverse, poi si va al banco del sarto e si ordina l’abito, che in poche ore viene tagliato e cucito, senza modello”.

Così, tre giorni alla settimana e due sabati al mese, Samba, Youssif, Kajally e Ousman prendono treno e autobus per passare la giornata nel laboratorio Waxmore. Il nome nasce dall’unione della parola “wax”, che indica i tipici tessuti africani con disegni coloratissimi, e “more”, ovvero di più. Infatti le creazioni Waxmore mescolano tessuti italiani a tinta unita e tessuti wax per tornare a un concetto di unicità: unico il capo (come lo è la stoffa utilizzata), uniche le mani che lo lavorano, unico il progetto e unico chi lo indossa, con il proprio e personale stile.

Finora Maria Cristina ha fatto tutto da sola, ma da qualche giorno è attivo su Eppela un crowdfunding per sostenere i costi del progetto – materiali, macchine da cucire, docenti, spese generali. “Solo con il supporto di donazioni private sarà possibile concretizzare le altre idee che abbiamo, come la collaborazione con il liceo artistico di Montemurlo o con il Museo del Tessuto di Prato. Se raggiungiamo la prima tappa di 5mila euro, gli altri 5mila li metterà la Fondazione Il cuore si scioglie”.

Fino al 22 aprile è possibile contribuire con una donazione per sostenere il progetto “Voglio fare il sarto” e aggiudicarsi una delle colorate “ricompense” Waxmore.

www.eppela.com/vogliofareilsarto

(c.s.)




EdizioniPiagge: "Salvini a Firenze Libro Aperto? Chiudiamo lo stand"


Cosa c’entra Salvini con i libri? Se lo sono chiesti quelli di EdizioniPiagge quando hanno scoperto che venerdì 17 il segretario della Lega Nord sarebbe stato ospite “a sorpresa” della manifestazione Firenze Libro aperto, dove sarà presente con un proprio stand anche la piccola casa editrice indipendente. E la cosa non gli è andata giù: “La presenza di Salvini all’interno del Festival è negativa, divisiva e assolutamente contrastante con questo evento” hanno scritto, preannunciando che chiuderanno il proprio spazio per tutta la durata della visita dello sgradito ospite.

Non solo, EdizioniPiagge chiede alla direzione del festival di annullare l’evento, perché “non c’è traccia di nessuna “trama culturale” nel dare spazio e visibilità alle pericolose posizioni razziste di Salvini” assolutamente incompatibili “con i valori e i gesti che ispirano da sempre la nostra attività” e invita gli altri espositori a mettere in atto la stessa protesta, rimandando alla presentazione del pomeriggio un approfondimento sui motivi.

Lo stand di EdizioniPiagge è il C16, dove tra le tante pubblicazioni spicca l’ultimo nato “Lessico generazionale. Adulti che si occupano di giovani“, una raccolta di contributi sul tema a cura di Stefano De Martin.

Sono in programma inoltre le presentazioni di due libri:
– Venerdì 17 ore 16, c/o il Caffé Orchidea: “Uno strano amore”, con i curatori Umberto Benedetti e Stefano De Martin. Intervengono don Alessandro Santoro e Maria Cristina Mannocchi.
– Sabato 18 ore 18.00, c/o la Sala Turchese: “Nel bosco dei grandi castagni”, incontro-laboratorio con l’autrice e l’illustratrice Francesca Manuelli e Elisa Marcucci. Per bambini dai 6 agli 11 anni.




Profughi somali, punto e a capo: si rioccupa.


Nuova occupazione dei rifugiati somali questa mattina a Firenze. Con il supporto del Movimento lotta per la casa, larga parte degli sfollati dal magazzino di Sesto ha preso possesso stamani di uno stabile in disuso, di proprietà della Curia, da alcuni anni in vendita con progetto di essere trasformato in appartamenti.

“Si tratta di un ex convitto dei Gesuiti dove manca ovviamente tutto – ci ha detto Luca del Movimento – per cui facciamo appello alla solidarietà dei cittadini perché portino materassi, coperte, vestiti, cibo. Non tutto quello che era stato distribuito al Palazzetto a Sesto potrà essere recuperato”.

L’occupazione di oggi è la conseguenza del rifiuto collettivo del “piano di accoglienza” proposto dalle istituzioni. Un piano tutt’altro che organico, che raggranellava manciate di posti letto sparsi sul territorio, spesso tolti a quelli dell’emergenza freddo, garantendo un tetto sulla testa solo dalle 20 alle 7 e solo fino a marzo. Questa proposta non ha convinto i profughi, che oggi ribadiscono il loro “rifiuto di vivere nella precarietà di un’emergenza permanente”, che avrebbero espresso anche sabato alla riunione del Comitato per l’ordine e la sicurezza, se invece che manganellati fossero stati ricevuti. Parliamo di persone regolarmente soggiornanti, da anni nel nostro paese, che però, come tanti italiani, non hanno un lavoro stabile e uno stipendio tale da permettersi un affitto di mercato.

“Decine di immobili sono inutilizzati in questa città – si legge nel loro comunicato – chiediamo che le istituzioni regolarizzino la nostra permanenza qua o in un luogo analogo, in cui poter abitare stabilmente, senza scadenze e senza il ricatto degli sgomberi e dell’art. 5 (l’articolo del Piano Casa che impedisce di prendere la residenza in un immobile occupato abusivamente, n.d.r.)”.

In effetti, come ricordato di recente dall’urbanista Ilaria Agostini su La città invisibile “Molti edifici nati in funzione dell’accoglienza si trovano ora in stato di abbandono. Così le caserme, vuote o in vendita, naturalmente attrezzate (e già pronte) per l’accoglienza provvisoria, pur di altra ascendenza: caserma Baldissera; ex Ospedale militare in via San Gallo (16.200 mq); Accademia di Sanità militare in via Tripoli; Scuola di Sanità militare nell’ex convento del Maglio; Caserma Cavalli in piazza del Cestello; Dogana in via Valfonda” senza dimenticare poi “il complesso di Sant’Orsola (di proprietà della Città metropolitana) che potrebbe risultare – per posizione, per volumi, per lo stato dei lavori di consolidamento già effettuati, per natura proprietaria – un’ubicazione preferenziale per l’ospitalità di rifugiati, richiedenti asilo, senza tetto e profughi, che si lasciano alle spalle guerre e paura”.

E che dire delle tante proprietà della Curia, come l’edificio appena occupato, destinato a scopi di lucro e non certo di accoglienza, a dispetto dei tanti appelli papali?

Invece, malgrado questa montagna di metri cubi vuoti da decenni e un’emergenza casa ormai permanente, persino dopo una tragedia si continuano a proporre soluzioni tampone, spesso intrecciate al business dell’accoglienza.

Non dimentichiamo che a pochi passi dall’edificio occupato oggi, in zona Piazza della Libertà, c’è un altro ex magazzino abbandonato dove vivono in condizioni indicibili 50 cittadini somali. Fino alla prossima “disgrazia”?

c.s.




La morte di Alì e quei profughi dimenticati


Ieri notte a Sesto Fiorentino è morto un uomo, ​​​Ali Moussa. Viveva, sopravviveva, in un capannone abbandonato, con altri cento rifugiati, quando nella struttura è scoppiato un incendio. Ali è morto perché ha cercato di salvare i propri documenti, che gli servivano per sperare un giorno di ricongiungersi alla famiglia. Oggi i superstiti sono in mezzo a una strada, o nella tendopoli allestita d’urgenza, perché da anni nessuno trova soluzioni per loro. Anzi, sono stati sgomberati prima e poi lasciati senza luce in quel capannone dove Alì ha trovato la morte.

Commenta così questa tragedia Jacopo, un operatore sociale: “Conoscevo Ali, era stato nel centro dove lavoro. È morto per salvare i documenti. Quelle carte che ottenute valgono come oro, anche se nella realtà ti garantiscono solo il diritto di respirare e niente più. È rientrato nel rogo per cercarle e li si è perso anche lui. Aveva più degli anni che dicevano i suoi documenti. Perché la giovinezza è un valore assoluto in occidente e se sei vecchio nessuno ti vuole, nessuno ti sfrutterà mai a dovere. Parlava male italiano Ali, a volte lo prendevo un po’ in giro e lui rideva col suo dentone d’oro retaggio di un mondo che non c’è più. Vissuto e cresciuto con la guerra, con cannonate, pallottole, ferite, malattie e roghi. Un rogo se l’è portato via. Nel gelo italiano di un capannone di Aiazzone “Provare per credere”. Ali ci ha creduto e provato a modo suo. La Somalia prima e l’Europa poi lo hanno abbandonato. La vita dei disperati non conta, non è remunerativa. La lotta di classe è molto molto attuale”.

Comunicato Movimento di lotta per la casa
​​​Alì Moussa, rifugiato politico somalo, è morto durante l’incendio dell’ex-Aiazzone.
Si era salvato dalle fiamme che hanno distrutto la struttura, ma poi ha deciso di rientrare dentro. Non era pazzo. E’ rientrato perchè voleva portare in salvo i suoi documenti. Quei pezzi di carta a cui la vita di ogni migrante è appesa. Pezzi di carta da sudare per ottenere il proprio diritto ad esistere qui in Italia.
Alì Moussa è stato ucciso dalle leggi dello Stato Italiano, dagli arbitrari ritardi e dinieghi delle questure, dal ricatto continuo che viene esercitato nei confronti dei migranti attraverso la minaccia della clandestinità. Noi questo non lo dimenticheremo.
La stampa aspettava un morto per accorgersi di come sono costretti a vivere nella tanto decantata “culla del rinascimento” i rifiugiati. La stampa può pure fingere di non sapere. Ma le istituzioni no. Queste sanno benissimo da due anni che all’interno dell’ex-mobilificio, in condizioni più che precarie, vivevano più di cento richiedenti asilo somali. Gli stessi che hanno sgomberato dall’occupazione di via Slataper. Gli stessi che hanno rimandato in mezzo ad una strada dopo i soliti tre mesi di “progetto”.
Ali Moussa è stato ucciso da un sistema dell’accoglienza finalizzato ad arricchire le cooperative che lo gestiscono. Che l’unica “integrazione” che offre è quella del lavoro gratuito per i profughi tanto sponsorizzato dal “socialista” (!) Enrico Rossi. Un sistema che usa-e-getta i migranti, come ha fatto con Ali Moussa. Noi questo non lo dimenticheremo.
In due anni, le istituzioni si sono ricordate dei rifugiati dell’ex-aiazzone solo quando si è trattato di portare operai, ruspe e reparti di polizia in assetto anti-sommossa per sabotare l’allaccio dell’energia elettrica degli occupanti. Per rendere ancora più precaria (e pericolosa) la fornitura, oltre che la vita degli abitanti. Noi questo non lo dimenticheremo.
Alì Moussa è stato ucciso da uno Stato – quello dell’art.5 e degli sgomberi – che ha deciso di fare la guerra a chi è costretto ad occupare invece di fare quello che dovrebbe: garantire una casa e una vita dignitosa a tutti.
Un uomo è morto, come nessuno mai dovrebbe morire. Da parte nostra tanta tristezza, indignazione rabbia. Altrettanta la convinzione che sono questi i momenti in cui c’è bisogno di schierarsi.
Perchè non accada mai più.
Movimento di Lotta per la Casa




Inceneritore, cosa ha detto davvero il TAR? La parola alle "Mamme"


Riceviamo e pubblichiamo

Dopo i primi festeggiamenti, e dopo aver letto attentamente e nel dettaglio la sentenza, eccoci pronte a spiegare nel dettaglio quello che ha sentenziato il TAR della Regione Toscana l’altro giorno riguardo all’inceneritore di Firenze.

Quello che segue non vuole essere una “lectio magistralis” sulla legge e sulla sentenza, ma vuole provare a spiegare le motivazioni e gli effetti della decisione presa dal TAR. In questi due giorni infatti, tramite la stampa, gli amministratori pubblici, Qthermo e Cispel si sono prodigati a leggere e interpretare la sentenza… ovviamente con l’intento di sminuirla o addirittura, con molta creatività, di prenderla come “certificazione del loro buon operato”.

NIENTE DI PIU’ FALSO!

Ma entriamo nel dettaglio.

Partiamo subito dallo sfatare quello che viene detto e scritto nei giornali. Il TAR non ha il compito e la responsabilità di entrare nel merito delle questioni, ma solo di accettare e/o respingere i ricorsi valutandone solo l’aspetto e la correttezza procedurale, non entrando nel merito delle scelte.

Quindi il TAR non ha detto che è giusto costruire l’inceneritore e/o che non inquina, né tantomeno ha approvato la sua localizzazione a case Passerini – come qualcuno vorrebbe fare intendere – questo perché, semplicemente, non poteva farlo!! La decisione della localizzazione infatti era già stata stabilita nel lontano 2005 in sede di Valutazione di impatto sanitario (VIS) e confermata nel 2012 in sede di Piano Interprovinciale dei Rifiuti.

Il TAR ha semplicemente valutato se gli atti, amministrativamente parlando, sono corretti formalmente e non ha valutato (non potendolo fare) il loro contenuto.

Il primo punto importante è il seguente, con la quale si chiude la sentenza:

“Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Toscana (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando sui ricorsi e sui motivi aggiunti indicati in epigrafe, li riunisce e:

c) accoglie i ricorsi R.G. n. 143/2016 e 180/2016 e, per l’effetto, dispone l’annullamento del provvedimento 23 novembre 2015 n. 4688 del Responsabile della P.O. Qualità ambientale della Città Metropolitana di Firenze, dei verbali delle conferenze di servizio presupposte e dei successivi atti del procedimento espropriativo;”

Questo cosa vuol dire esattamente?

Vuol dire che secondo il Tribunale Amministrativo Regionale per la Toscana l’AU (Autorizzazione Unica), ovvero il documento che da il permesso a costruire l’inceneritore insieme a tutta una serie di prescrizioni, è annullato con effetto immediato. Con esso vengono annullati anche i verbali delle conferenze dei servizi che hanno portato a quell’atto e degli atti legati a quello stesso atto. Tra questi atti ci sono anche tutti gli espropri dei terreni necessari alla costruzione dell’inceneritore.

Questo vuol dire che Qthermo non ha l’Autorizzazione a costruire,
e che per iniziare i lavori dovrebbe riottenere l’Autorizzazione!

Ma perchè il TAR è arrivato a questa decisione? Ce lo siamo domandati anche noi e abbiamo cercato di spiegarlo in maniera comprensiva:

1) La Città Metropolitana non aveva il potere di rilasciare l’Autorizzazione Unica in mancanza di uno strumento urbanistico come una variante al piano urbanistico del comune di Sesto Fiorentino o in alternativa un accordo di pianificazione da stipulare sempre con il comune di Sesto Fiorentino.

2) Non sono stati realizzati i “famosi” boschi della piana da parte della Provincia di Firenze (ora diventata Città Metropolitana), come invece era stato stabilito da protocollo di intesa del 2005 tra la Provincia di Firenze e i Comuni interessati. Nello specifico si subordinava la costruzione dell’inceneritore di Firenze, fonte aggiuntiva di emissione inquinanti, alla realizzazione di un parco di 30 ettari per MITIGARE l’inquinamento già presente nella zona a causa delle altre fonti emissive (traffico,riscaldamento,industria). In questi 11 anni non solo la Città Metropolitana non ha rispettato il vincolo e non ha fatto nessuna azione per procedere con la realizzazione del Parco, ma ha fatto completamente sparire questo vincolo/prescrizione dall’Autorizzazione Unica.

Dei diversi motivi da noi sollevati, il TAR ha accolto quello riguardante la mancanza di un accordo con il Comune di Sesto, sulla pianificazione dell’area interessata (che doveva avvenire attraverso una diversa procedura nella quale è prevista anche una nuova valutazione sugli effetti ambientali nell’area VAS), nonché la mancata realizzazione di un’area a bosco di 30 ettari che era stata prevista quale condizione per la realizzazione dell’impianto.

Questo è quello che ha sentenziato e deciso il Tribunale Regionale Amministrativo della Regione Toscana. Le altre letture e interpretazioni che sono state fatte in questi giorni sono mere chiacchiere da bar. Purtroppo queste chiacchiere non le fanno i cittadini qualunque ma gli amministratori pubblici, che invece dovrebbero rispettare le sentenze e accettare, finalmente, la volontà dei propri cittadini e ora anche della giustizia.

Rinnoviamo ancora una volta l’appello ad incontrarsi e ad aprire un canale di dialogo con i cittadini al Sindaco di Firenze e Presidente della Città Metropolitana di Firenze Dario Nardella, al Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, all’Assessore all’Ambiente della Regione Toscana Federica Fratoni e all’Assessore all’Ambiente di Firenze e Presidente di ATO Toscana Centro Alessia Bettini.

In questi anni non abbiamo mai ricevuto una risposta, ma ci ricordiamo delle frasi di molti politici (tra cui quella dell’Assessore Fratoni) che ammettevano la necessità di un ripensamento davanti alla possibile bocciatura dell’Autorizzazione a costruire davanti al TAR.

La bocciatura è arrivata. Ora che si faccia riparlare la politica con la P maiuscola, e si riapra la discussione. Non possiamo aspettare altri anni: la Regione Toscana ha bisogno di gestire bene i rifiuti e questo può iniziare a farlo subito applicando le alternative, che esistono e funzionano molto bene… anche in molti comuni e province della Toscana!

Le risposte, basate su cavilli e appelli, che la politica sembra voler dare non sono la reazione giusta e corretta. La politica deve rispettare la sentenza.

Concludiamo poi sottolineando che questo risultato è arrivato grazie al ricorso presentato dai cittadini e dalle associazioni ambientaliste, a cui si è agganciata la nuova amministrazione del Comune di Sesto Fiorentino. Successivamente anche il Comune di Campi Bisenzio ha fatto ricorso sul motivo della mancata realizzazione del Bosco della Piana. E’ importante quindi dare e riconoscere il merito a tutti gli attori e autori di questa battaglia.

E continueremo, davanti al Consiglio di Stato chiederemo l’accoglimento di tutti i motivi che il TAR ha ritenuto di respingere. Infatti quello che appare complessivamente dalla lettura della sentenza è che il TAR della Toscana non abbia voluto confrontarsi fino in fondo sulle gravi contestazioni sollevate nel ricorso contro la VIA che, se accolte anche in parte, avrebbero portato all’azzeramento dell’intero progetto.

Noi cittadini siamo stati obbligati, davanti al silenzio della politica, a rimboccarci le maniche, studiare la legge e gli atti, trovare degli avvocati per supportare l’azione delle associazioni ambientaliste, raccogliere i soldi per le spese e procedere al ricorso. Siamo contenti che alcune amministrazioni abbiamo fatto altrettanto. Ora chiediamo che la politica faccia il suo mestiere: difendere la salute e l’interesse dei cittadini.

Comunicato stampa Mamme No inceneritore




Arriva Renzi, vietato protestare


La Questura di Firenze ha vietato il corteo contro le politiche del governo previsto – da settimane – per domani sabato 5 novembre. Domani saranno presenti in città il presidente del Consiglio e molti altri esponenti del Governo, in occasione della “Leopolda 7”, la Leopolda del popolo, secondo la definizione Renzi. Il popolo, però, non potrà raggiungere la Leopolda, e nemmeno sfilare per le vie del centro, per “motivi di ordine pubblico”. Secondo le direttive della Questura, i vari gruppi di dissenso – dai sindacati di base a chi dice No al referendum, dalle Mamme no inceneritore al Movimento lotta per la casa, dagli studenti ai precari – dovrebbero limitarsi ad un presidio in piazza SS. Annunziata.

Le reazioni di sdegno non si sono fatte attendere.

I No TAV ricordano l’articolo 21 della Costituzione Italiana, “quella ancora in vigore; è l’articolo che nemmeno le riforme renziane, su cui ci dobbiamo presto pronunciare, osano toccare” e aggiungono “Al di là delle chiacchiere, di cui è gran dispensatore il Presidente del Consiglio, qua c’è la volontà di celare ogni forma di dissenso, nasconderlo, impedirne l’espressione”.

La Usb parla di decisione liberticida, “atto estremamente grave che mira a limitare il diritto di espressione, di dissenso e di manifestazione, di chi non ha accesso ai mezzi di informazione”, mentre perUnaltracittà spiega “Nel mondo virtuale costruito ad uso e consumo del padrone non c’è posto se non per il plauso interessato e la cortigianeria: quelli brutti sporchi e cattivi, ma soprattutto poveri e sfruttati, che si ostinano a lottare per i propri diritti, non si devono vedere nelle immagini patinate da diffondere in ogni dove”.

Ma non sono solo parole. “Firenze dice NO” non accetta il divieto e afferma “non rinunceremo sabato 5 novembre a manifestare le tante ragioni che compongono il nostro NO al governo e alla sua riforma costituzionale. Rinunciarvi vorrebbe dire ipotecare il diritto stesso a manifestare di noi cittadini. E invitiamo tutta la città ad esprimere la propria indignazione ed a scendere in piazza San Marco alle ore 15:0

 




Firenze non è razzista, ma...


Non si affitta a stranieri, specialmente se in attesa di asilo.

È questo lo sconfortante esito della ricerca di un appartamento in affitto per cinque ragazzi africani che una rete di associazioni sta facendo da mesi. “Non chiediamo nessun regalo né trattamento speciale – spiega una volontaria. Cerchiamo un alloggio a prezzo di mercato per cui stipulare un regolare contratto. Intestataria sarebbe la Diaconia Valdese, che si farebbe carico di affitto e utenze. Malgrado queste garanzie, però, fino ad oggi tutte le possibilità si sono dissolte nel nulla appena si è chiarito chi sarebbero stati gli inquilini”.

Si tratta di giovani provenienti da vari paesi subsahariani, arrivati in Italia via mare dalla Libia, e “smistati” a Firenze dopo l’identificazione. Le loro domande di protezione internazionale sono state respinte e adesso sono in attesa dell’esito dei ricorsi, un’attesa che può essere molto lunga. In questo tempo indefinito, com’è noto, non possono neppure lavorare regolarmente. Oltretutto queste persone sono, per vari motivi, fuori dai centri di accoglienza.

“Senza un alloggio, senza soldi, il rischio che finiscano in giri poco raccomandabili è alto… anche per questo abbiamo deciso di appoggiare un progetto di reinserimento a loro vantaggio – continua la volontaria del coordinamento. Il progetto si chiama Ubuntu, un’espressione in lingua bantu che indica “benevolenza verso il prossimo”. È una regola di vita, basata sulla compassione, il rispetto dell’altro. Appellandosi all’ubuntu si è soliti dire Umuntu ngumuntu ngabantu, “io sono ciò che sono in virtù di ciò che tutti siamo”. Niente a che vedere quindi con un’elemosina, dall’alto verso il basso: è piuttosto una solidarietà circolare”.

La Comunità delle Piagge partecipa attivamente al coordinamento: oltre ad ospitare già nei propri locali alcuni profughi, ha deciso di destinare una quota dei propri ricavi al progetto Ubuntu. Gli altri nodi della rete sono, oltre alla Diaconia Valdese, l’Associazione Straniamenti di Empoli, il Coordinamento Basta Morti nel Mediterraneo, la Rete Antirazzista, il Comitato 1° Marzo, Fuori Binario, Le Mafalde di Prato e alcuni volontari di Emergency che sostengono il progetto a titolo personale.

Il progetto Ubuntu prevede un supporto continuo verso queste persone, un’accoglienza reale tesa a renderle il più possibile autonome, “non come in alcuni centri dove stanno parcheggiati per mesi, spesso in condizioni di disagio, mentre non si esercitano forme di controllo efficace per capire che fine fanno i soldi erogati dallo Stato.

Un’accoglienza così strutturata, per un piccolo gruppo, permetterebbe anche di diminuire quel senso di insicurezza e diffidenza che, fomentato anche dai media e da certa politica, sembra aver contagiato buona parte dei fiorentini.

Rilanciamo quindi l’appello per un appartamento da affittare, che sia disponibile subito, con tre stanze abitabili, vicino ai mezzi pubblici, a Firenze o zone limitrofe.

Per maggiori informazioni, chiarimenti e contatti:

Centro Sociale Evangelico – 055-2478476
Centro Sociale Il Pozzo – 055-373737
progettoaccoglienzafirenze@gmail.com

>>> Come partecipare al Progetto Ubuntu:
Associazioni e individui singoli sono invitati a partecipare al progetto, aderendo a un protocollo d’intesa in cui siano dichiarati modi e mezzi del proprio contributo. Chiediamo la partecipazione con un supporto volontario professionale o generico sulla base delle proprie disponibilità e competenze specifiche; sollecitiamo anche la donazione di beni di prima necessità e di uso quotidiano.
In particolare, sarà prezioso un contributo al supporto economico, con un’offerta libera, o con l’adozione del progetto per 6 mesi di sostegno con un’offerta di 60€ (10 euro al mese).
Per adozione del progetto con sostegno economico o per offerte libere:
– effettuare un bonifico sulla carta di Banca Etica con IBAN IT25D0359901899050188533922, intestata a Circolo ARCI Lavoratori di Porta a Prato – Causale: “Progetto UBUNTU”
– inviare una mail a progettoaccoglienzafirenze@gmail.com per comunicare la vostra adesione e l’avvenuto bonifico.




Festa dell'Unità di Firenze, la raccolta differenziata è un miraggio


Continua il tour delle Mamme No Inceneritore alla scoperta di come si comportano le amministrazioni locali e gli organizzatori di eventi, concerti e sagre riguardo ai rifiuti e alla loro diminuzione e/o differenziazione. Ecco cosa scrivono sulla loro pagina Facebook. Ricordiamo inoltre che mancano solo mille euro all’obiettivo della raccolta fondi per l’autocostruzione di centraline per il rilevamento della qualità dell’aria. Ci sono ancora 4 giorni di tempo per contribuire, tutti i dettagli su http://cheariatira.mammenoinceneritore.org/

Dopo Castello e Campi Bisenzio, abbiamo raccolto le molte foto ricevute dalla Festa dell’Unità organizzata dal Partito Democratico al Parco Delle Cascine Firenze.
Nonostante le dichiarazioni che sarebbe stata una festa attenta alla gestione dei rifiuti e pronta a differenziare il più possibile, abbiamo scoperto e documentato una realtà ben diversa: in tutta la festa non esiste un solo cestino che non sia dell’indifferenziata. Ogni stand aveva uno o più cestini dove la gente poteva e ha buttato di tutto: carta, umido, plastica, salviette, vetro, lattine… TUTTO INSIEME!
Gli unici cassonetti differenziati (solo per plastica/vetro e umido però) erano ben lontani dai luoghi dove si concentrava la gente e si consumava il mangiare e il bere. Inoltre da nessuna parte questi cassonetti differenziati erano segnalati!

Sappiamo che alcuni volontari si sono dedicati a fare la raccolta differenziata in alcuni stand. Un impegno di tutto rispetto, ma che da solo non basta se non c’è un’organizzazione della raccolta dei rifiuti efficiente e funzionale: se al posto dei cestini normali si mettevano dei cestini differenziati (come dovrebbero esserci in tutta la città ma NON ci sono), anche i fruitori dell’evento avrebbero potuto fare la loro parte.

Ci chiediamo come il Sindaco di Firenze Dario Nardella e il suo partito (il Pd Firenze metropolitano), organizzatore della festa, possa ancora dichiarare che sa come si gestiscono i rifiuti durante eventi cittadini. Ricordiamo che un evento molto più grande e complesso, per numeri e grandezza, come l’Expo 2015 Milano ha raggiunto il 70% di raccolta differenziata!

Continuiamo a porre alcune domande, che non hanno ancora avuto risposta:
– è così che si pensa di raggiungere il 65% di Raccolta differenziata che Quadrifoglio (e il Comune di Firenze) deve raggiungere per legge?
– è così che si pensa di gestire la raccolta differenziata?
– è questo il livello culturale che vogliamo insegnare alle famiglie e ai bambini che vivono e fanno vivere questi eventi?

Ricordiamo, come già fatto a più riprese, al PD Firenze Città, al sindaco Dario Nardella, al Comune di Firenze e a Quadrifoglio spa che in Italia esistono delle società pubbliche che nel gestire i rifiuti hanno già pensato anche agli eventi, e hanno trovato delle ottime soluzioni che addirittura fanno anche risparmiare in bolletta gli organizzatori (oltre a essere rispettose dell’ambiente).
Segnaliamo qui un solo esempio tra i tanti che potremmo consigliare: gli ECOEVENTI secondo Contarina SpA.
Per pura nota di cronaca Contarina spa copre un area di circa 50 comuni, pari a 554.000 abitanti, e già da anni ha raggiunto l’85% di raccolta differenziata. Quando gli abitanti della città di Firenze (382.808 abitanti secondo Wikipedia) potranno avere altrettanto?




Magherini, fu omicidio colposo. Condanne lievi e sospese per i carabinieri


Il Tribunale di Firenze si è espresso: nel marzo 2014 Riccardo Magherini morì anche a causa dell’intervento dei carabinieri, che lo bloccarono a terra a faccia in giù impedendogli di respirare.
La sentenza di condanna, come rileva nel comunicato qui di seguito Acad, Associazione contro gli abusi in divisa, è lieve, minore di quanto rischierebbe ognuno di noi se per disgrazia investisse qualcuno con la macchina.
Ancora molto resta da fare per una vera giustizia che tuteli i cittadini dagli abusi troppo spesso impuniti delle forze dell’ordine.

COMUNICATO DI ACAD-ONLUS SULLA SENTENZA PER LA MORTE DI RICCARDO MAGHERINI

E’ stato riconosciuto un omicidio, questo è il punto di partenza dopo il processo di primo grado.

Tra lacrime liberatorie e di rabbia, dopo oltre un anno e mezzo di udienze, dopo menzogne e inganni, dopo insabbiamenti e dimenticanze, dopo il fango gettato su Riccardo e la sua famiglia, dopo intimidazioni e coperture: lo Stato italiano riconosce, con una leggerezza imbarazzante data da pene ridicole, che Riccardo Magherini non è morto da solo.

Le condanne sono risibili: 7 mesi e 8 mesi con sospensione della pena che garantirà loro neanche un giorno di galera, 7-8 mesi che allo Stato italiano evidentemente bastano per riconoscere un omicidio quando a commetterlo sono le forze dell’ordine.

Dopo poco più di mezz’ora di camera di consiglio la giudice Bilosi pronuncia la sentenza per la morte di Riccardo: dichiara COLPEVOLI Della Porta, Castellano e Corni, in quanto responsabili del reato di omicidio colposo, in cooperazione colposa, “per aver concorso a determinare la morte di Riccardo Magherini avvenuta il 3 marzo 2014 per arresto cardiorespiratorio per intossicazione acuta da cocaina associata ad un meccanismo asfittico”. E CONDANNA, CON IL BENEFICIO DI SOSPENSIONE CONDIZIONALE DELLA PENA, Della Porta e Castellano a 7 mesi di reclusione, Corni a 8 mesi.
Lo stesso Corni è stato assolto dall’ accusa di percosse per difetto di querela (in quanto nell’assurdità del nostro codice penale, solamente Riccardo avrebbe potuto denunciare le percosse, non parti terze come in questo caso i familiari e ACAD).
Ascenzi addirittura assolto per non aver commesso il fatto.
Fortunatamente assolte le due volontarie della CRI, Matta e Mitrea.
Condanna inoltre Della Porta, Castellano e Corni al pagamento delle spese processuali (che in teoria dovrebbero pagare loro, ma generalmente interviene il Ministero attingendo dalle nostre tasse, come nel caso Aldrovandi ad esempio), al risarcimento del danno in favore delle parti civili da definirsi in sede Civile, e al pagamento del 30% delle spese di giudizio mentre il restante 70% verrà compensato tra le parti.

E’ giustizia quando la vita di un uomo per le istituzioni vale così poco?
C’è amarezza e rabbia per l’ennesima dimostrazione che la giustizia di questo paese sia direttamente proporzionale alla sua vera identità, all’identità di uno Stato ingiusto, che anche in queste sedi fa emergere tutte le proprie contraddizioni.

Ma c’è una condanna, e non era scontato, c’è una condanna che più che simbolica ci sembra un tentativo strumentale per salvare l’attendibilità di un sistema giudiziario che generalmente tende alla totale assoluzione delle divise coinvolte, c’è una condanna emblematica più che reale, strumentale a salvare la credibilità dello Stato stesso, ma c’è una condanna che, anche se ridicola, riconosce tre dei quattro responsabili della morte di Riky come assassini.
Una sentenza comunque simbolicamente importante, dopo le tante troppe volte in cui ci siamo trovati di fronte a totali assoluzioni.

Resta la voglia di continuare al fianco della famiglia Magherini questa lotta fuori e dentro i tribunali, una lotta che, oltre al far emergere la verità sulle colpevolezze individuali delle divise coinvolte, significa per noi denunciare le responsabilità del sistema che genera e garantisce tutto questo.
La vera condanna è stata data a tutti quelli che volevano bene a Riccardo con “un ergastolo” nel non poterlo rivedere più.

La Verità la sappiamo, rimane scritta nel vuoto che ha lasciato Riky, nel dolore dei familiari, nell’impegno di chi non ha mai smesso di lottare in questi due anni lunghissimi.
Per noi, la vita di Riccardo, valeva molto di più.

ACAD-Onlus