Ludopatie, niente più scuse per i Comuni che fanno “orecchie da mercante”

“Abbiamo finalmente raggiunto l’intesa sul riordino del settore del gioco d’azzardo. Un riordino che afferma il potere dei Comuni di stabilire orari di apertura delle sale e distanze minime da scuole, chiese e oratori“. Ci fa piacere che questo ulteriore tempo abbia consentito alle Regioni di attestarsi su questa posizione”. Cosi il sindaco di Bari e presidente dell’Anci, Antonio Decaro all’agenzia di stampa Dire.

“Come sindaci – spiega- abbiamo ottenuto quello chee volevamo, quello che le nostre comunità, le associazioni attive sul territorio, la rete del sistema sociale che ha a che fare ogni giorno con la ludopatia, ci chiedevano. Lo sintetizzo in tre punti essenziali: si dimezzano in tre anni i punti gioco e le macchinette più vecchie vengono rottamate e solo in parte rimpiazzate con altre collegate direttamente con i Monopoli di Stato; noi sindaci decidiamo le fasce orarie di chiusura, fino a sei ore consecutive al giorno, di queste attività e imponiamo la loro distanza da tutti i luoghi che riteniamo sensibili, come scuole e chiese; aumenta lo standard di qualità e sicurezza dei punti gioco nei quali dovranno essere assicurati accesso selettivo, tramite l’identificazione con documento del giocatore, e la videosorveglianza, non potranno essere esposte immagini eccessive che inducano al gioco, e il personale dovrà essere formato anche sul contrasto al gioco d’azzardo”.

“In sostanza – conclude Decaro – e tutto quello che abbiamo chiesto per mesi. Queste norme erano necessarie. Finalmente ci sono”.


Slot machine, Piagge record: 1 ogni 65 abitanti, in Italia 1 su 166: la mappa




L’integrazione vien mangiando, in Garfagnana e Valle del Serchio

Ospitare a cena un ragazzo nigeriano, cucinare per lui i tordelli e potergli chiedere cosa lo ha spinto a venire fin qui su un barcone. Lo ha potuto fare una delle famiglie che hanno aderito al progetto di “integrazione a domicilio” della Cooperativa Odissea. “Aggiungi un posto a Tavola” è il titolo di questa iniziativa, nata nella Valle del Serchio e patrocinata da 4 piccoli comuni montani: Borgo a Mozzano, Castelnuovo Garfagnana, Fabbriche di Vergemoli e Pieve Fosciana. “Le famiglie che aderiscono si impegnano ad organizzare una cena alla quale è invitato un rifugiato o un richiedente asilo politico che sarà accompagnato da uno dei nostri operatori” commenta Letizia Dini di Odissea, ideatrice ed educatrice del progetto, “un modo per far conoscere da vicino a chi lo vuole cosa è il sistema di accoglienza e le storie che i migranti portano con sé, e allo stesso tempo dare la possibilità ai richiedenti asilo di entrare in contatto con persone, tradizioni e prodotti tipici del paese che li ospita”.

Molto spesso la paura e la diffidenza, sovralimentate da un odioso allarmismo mediatico, derivano da una sostanziale ignoranza del fenomeno migratorio e della questione rifugiati. Il progetto punta proprio sulla conoscenza diretta tra la persone per sgretolare quei pregiudizi e quelle false convinzioni da cui nasce il razzismo. Il simbolo scelto è infatti un martello, che viene regalato agli ospitanti e rappresenta la forza di chi vuole abbattere muri per creare ponti verso un futuro veramente umano.

Al momento sono qualche decina le adesioni al progetto e già 5 sono le famiglie visitate dagli operatori e dagli ospiti della Cooperativa Odissea. Eros Tetti, coordinatore d’area, ci racconta: “Alcune delle famiglie erano anche molto scettiche, ma hanno colto l’opportunità di vivere un’esperienza intensa. Ad esempio l’incontro con una madre ivoriana, che ha lasciato i propri figli a dei parenti per cercare qui un futuro migliore anche per loro, ha fatto subito scattare un sentimento di solidarietà e di vicinanza che le immagini della tv non possono suscitare”.

Gli ospiti delle famiglie sono scelti tra rifugiati o richiedenti asilo già presenti sul territorio da diverso tempo e con una buona conoscenza dell’italiano. La cooperativa Odissea infatti organizza per loro corsi di lingua, formazione lavoro e tirocini. “Gestiamo 12 centri CAS (Centri accoglienza straordinaria) e 2 Sprar – ci spiega Eros – ma lo standard è comunque quello di uno Sprar, cioè più elevato, con personale qualificato e una pluralità di servizi”.

Il progetto si concluderà con una mostra e una cena finale, alla quale saranno invitate le famiglie che hanno aderito, dove stavolta saranno i richiedenti asilo a cucinare piatti tipici della loro tradizione.

Per partecipare occorre richiedere il modulo di adesione, per telefono Letizia (347.0626657), Silvia (345.2281557), Arianna (327.2557313) o scrivendo a info.aggiungiunpostoatavola@gmail.com




La nave anti-migranti: oggi “identitaria”, ieri armeria galleggiante

In questi giorni la nave “C-Star” sarebbe dovuta attraccare al porto di Catania. Si tratta della cosiddetta “nave nera”, quella che vuole impedire ai migranti di giungere in Italia rispedendoli in Libia o Tunisia. Noleggiata da “Generazione Identitaria”, grazie ad una raccolta fondi di 160mila euro, si trova ancora al largo di Suez: secondo alcune fonti, non avrebbe i documenti in regola per navigare in acque internazionali…

In ogni caso a Catania la nave non è gradita, né dalle associazioni antirazziste, che temono le azioni “paramilitari” che potrebbero essere compiute sul Mediterraneo, né dal sindaco di Catania Enzo Bianco che, senza mezzi termini, ha parlato di “una missione con l’unico scopo di alimentare conflitti da parte di chi ha interesse a spargere benzina sul fuoco”: “Su quel natante ci sono persone non gradite e non mancherò di chiedere alle Autorità di pubblica sicurezza di impedire per ragioni di ordine pubblico l’attracco nel nostro porto. Lo considero molto pericoloso“ ha aggiunto.

Ma cosa c’è dietro questi sedicenti “identitari”? Lo racconta Riccardo Bottazzo su Melting pot in un interessante approfondimento sul tema, di cui pubblichiamo un estratto.

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Succede sempre così. Vai ad investigare cosa c’è sotto una operazione dell’internazionale nera e ci trovi una vera e propria fogna di commistioni con il malaffare e la finanza sporca; quella che commercia in armi e in uomini, e campa di guerre e di sangue. “Defend Europe” non fa certo eccezione. La nave dei “patrioti”, come solo il Giornale poteva definirli, che in questo momento si sta dirigendo verso Catania, con lo scopo dichiarato di smascherare le “Ong criminose che raccolgono i migranti presso le coste libiche”, è un concentrato di farneticanti ideologie complottiste e di propagande razziste abbondantemente foraggiato da losche società multinazionali che commerciano in mercenari e armamenti. (…)

Si definiscono un “movimento assolutamente pacifico e non violento”. Qualità gandhiane che fanno un pochettino a pugni col loro manifesto intitolato “Dichiarazione di guerra” e che comincia con “Noi siamo la generazione della frattura etnica, del fallimento totale del vivere insieme”. Defend Europe, l’operazione che li ha portati all’attenzione della stampa europea quando hanno annunciato la partenza di una nave dal porto di Gibuti con lo scopo di mettere il bastone tra le eliche delle navi delle Ong che salvano i migranti abbandonati in mare, è stata preparata con cura, in silenzio e con molto anticipo. Questa è gente che lavora nell’ombra e che proprio dalle ombre delle finanza trae le risorse economiche necessarie per organizzare le loro iniziative. Un modo di fare caratteristico dell’internazionalismo nero.

“Hanno una forte presenza in rete, con molti siti realizzati professionalmente – ha osservato il giornalista Andrea Palladino -. Ma è difficile incontrarli fisicamente se non si fa parte del loro network. Quando organizzano le riunioni non indicano mai il luogo pubblicamente; l’indirizzo lo inviano all’ultimo momento via email solo a chi è iscritto”. La stampa ha saputo della loro esistenza solo quando hanno voluto loro, quando la nave era già pronta per salpare.

La domanda a questo punto è: come ha fatto un movimento di ragazzini (perlomeno è così che si presentano) assolutamente sconosciuto ai più, a raccattare una nave a Gibuti? La risposta l’ha trovata sempre Andrea Palladino in una inchiesta pubblicata su Famiglia Cristiana in cui ha ripercorso a ritroso l’operazione Defend Europe, cercando i mandanti e soprattutto scoprendo i nomi di chi ci ha messo i capitali.

La nave, intanto. Si chiama C-Star e batte una improbabile bandiera della Mongolia. L’imbarcazione, che prima si chiamava Suunta ed era di proprietà di una società specializzata nella sicurezza, la Sovereign Global Solution, fa normalmente scalo a Gibuti. Piccolo Stato indipendente nel Corno d’Africa, noto per essere un mercato all’aperto di armi e di mercenari. La Sovereign Global Solution infatti lavora proprio in questo settore: lo scopo della società è offrire “protezione contro la pirateria dei mari”. Che è come dire: “affittasi mercenari, addestrati e bene armati”. Navi come la Suunto, o la C-Star, se preferite, sono solo piattaforme galleggianti di armi e uomini per aggirare le politiche di embargo degli armamenti imposte dall’Onu in un angolo di mondo che è da 40 anni non conosce pace.

La Sovereign avrebbe venduto lo scorso marzo la nave ad una società inglese con sede a Cardiff, la Maritime Global Service Limited, che ha la sua stessa mission di mettere in “sicurezza” gli agitati mari somali. La Maritime Global è una strana società con un unico socio: il 49enne svedese Sven Tomas Egerstrom, già condannato a due anni e mezzo per frode dai tribunali del suo Paese e quindi trasferitosi in pianta stabile in Inghilterra. Egerstrom è presidente di un network di società specializzate in difesa privata con filiali in tutta Europa e collegato alla britannica The Marshals Group che riunisce altre sei società specializzate in, avete indovinato?, sicurezza in aree di guerra! Società che ti garantiscono che, se ti affidi a loro, i tuoi traffici, qualunque essi siano, nei martoriati Paesi dell’Africa orientale potranno continuare indisturbati e senza pericoli.

In altre parole, sono tutte società che fanno soldi con le guerre. E questi sono i capitali con i quali è stata armata la nave che ora naviga col patriotico scopo di “tutelare pacificamente il nostro patrimonio culturale”, come ha spiegato l’ex ufficiale di marina Gianmarco Concas, responsabile tecnico di Defense Europe.

Ma le navi come la C-Star, che la Maritime Global ha gentilmente concesso ai fascisti – chiamiamoli per quel che sono – di Generazione Identitaria di pacifico e di culturale non hanno proprio niente. Sono chiamate dai mercenari e dai contractors: “floating armoury”. Botteghe d’armi galleggianti, dove tutto si compra e si vende a suon di milioni. Anche la guerra.

E se consideriamo che è proprio per colpa della guerra che migliaia di profughi stanno abbandonando le loro case per tentare la fortuna sula mare, ecco che il cerchio si chiude.




Camminare e ricordare, verso S. Anna di Stazzema

Camminare e ricordare, camminare e conoscere, per nutrire dentro di noi il rifiuto della guerra.

“La memoria in cammino” è un percorso di tre giorni a piedi dal 26 al 28 maggio, da Avenza a S. Anna di Stazzema, dove il 12 agosto 1944 furono uccise per rappresaglia oltre 400 persone, molte donne e bambini, la più piccola aveva 20 giorni.

L’idea nasce dal libro di Lorenzo Guadagnucci che racconta quella strage – “Era un giorno qualsiasi” (Terre di mezzo editore) – e dalla vicenda di sua nonna Elena, uccisa quel giorno dai tedeschi.

“È un po’ un “seminario itinerante” – spiega Guadagnucci – che abbina l’ascesa a Sant’Anna al ragionamento sulla violenza e sulla guerra, con l’obiettivo di aggiungere alla memoria degli eccidi nazifascisti, talora retorica e strumentale, la prospettiva dell’opposizione popolare alla guerra. Camminando in quei luoghi, fra l’altro molto belli, rifletteremo sull’esempio di chi non fu né vile né eroe ma testimone ed esempio di dignità. Parleremo di resistenza nonviolenta in Italia durante l’occupazione nazista e della memoria come veicolo di valori e chiave di lettura per capire il presente”.

Il percorso parte da Avenza (Carrara), dove i Guadagnucci risiedevano, e arriva a Sant’Anna di Stazzema, dove Elena Guadagnucci fu uccisa dal battaglione delle SS responsabile della strage. Organizzano e promuovono l’iniziativa: Pro Loco Avenza sulla Francigena, parrocchia di San Pietro di Avenza, Terre di mezzo Editore.

INFO E ISCRIZIONI avenzasantanna@gmail.com (massimo 25 persone, costo previsto circa 90 euro, comprensivo di due pernottamenti e colazioni, due cene, quota di partecipazione alle spese di conferenza e seminario: è tutto autofinanziato).
Per aggiornamenti e altre notizie vedi il blog Era un giorno qualsiasi.

Programma (provvisorio)

VENERDI’ 26 MAGGIO 2017
Ritrovo nel pomeriggio ad AVENZA (Carrara)
ore 19 – Cena collettiva in trattoria
ore 21 – RESISTERE SENZ’ARMI
Conferenza pubblica di Ercole Ongaro, autore di “Resistenza nonviolenza 1943-1945” e di Pietro Di Pierro sulla resistenza civile nell’area apuana
Pernottamento in ostelli per pellegrini della Via Francigena

SABATO 27 MAGGIO 2017
ore 8 – Partenza da Avenza. Cammino fino a Pietrasanta lungo la Via Francigena (circa 7 ore)
ore 16,30 – 18,30, Pietrasanta – Seminario sull’opposizione popolare alla guerra oggi e nella storia
ore 19, Pietrasanta – Cena collettiva in pizzeria
Pernottamento in Bed & Breakfast

DOMENICA 28 MAGGIO 2017
ore 7,30 – Partenza da Pietrasanta, cammino verso Sant’Anna di Stazzema attraverso la mulattiera di Valdicastello (circa 3 ore e mezzo)
11 – 13,30 – Visita a Sant’Anna di Stazzema guidata da Lorenzo Guadagnucci e Claudia Buratti, nipoti di vittime dell’eccidio
Rientro lungo lo stesso percorso

(c.s.)

 




“Voglio fare il sarto”, un progetto da sostenere

Samba, Youssif, Kajally e Ousman sono quattro giovani africani, sbarcati in Italia molti mesi fa e da allora “ospiti” di centri di accoglienza. Hanno fatto domanda di asilo, ma ci vorrà molto tempo prima che ne conoscano l’esito, prima di sapere se potranno costruirsi un futuro nel nostro paese o dovranno invece tornare indietro. In questo lungo limbo di inattività e incertezza che li attende, per loro come per centinaia di altri profughi “il rischio maggiore è quello di smarrire il senso e l’obiettivo del viaggio, di non riconoscersi più come persone dotate di talenti e capacità”.

Ne è convinta Maria Cristina Manca, antropologa, stilista, attivista con Medici Senza Frontiere, che ha cucito insieme le sue tante passioni per creare Waxmore, ditta artigianale e laboratorio di sartoria a Firenze. E si è inventata un corso di formazione di moda, taglio e cucito per richiedenti asilo dove si imparano le tecniche italiane, i termini, l’uso dei cartamodelli, ma anche a capire le tendenze moda e sviluppare la propria creatività. Insomma tutto ciò che un domani potrà essere utile per lavorare come sarti, qui o altrove.

“Sono 800 ore tra teoria e pratica, in tutto 6 mesi di un percorso impegnativo che i ragazzi stanno affrontando con entusiasmo – racconta Maria Cristina. Abbiamo iniziato a febbraio dopo una selezione degli aspiranti, dando la precedenza a chi aveva già delle nozioni di base e conosceva discretamente la lingua italiana. Tre su quattro erano già sarti al loro paese, dove si lavora in modo molto diverso, “espresso”: al mercato si sceglie la pezza tra le tante presenti, tutte diverse, poi si va al banco del sarto e si ordina l’abito, che in poche ore viene tagliato e cucito, senza modello”.

Così, tre giorni alla settimana e due sabati al mese, Samba, Youssif, Kajally e Ousman prendono treno e autobus per passare la giornata nel laboratorio Waxmore. Il nome nasce dall’unione della parola “wax”, che indica i tipici tessuti africani con disegni coloratissimi, e “more”, ovvero di più. Infatti le creazioni Waxmore mescolano tessuti italiani a tinta unita e tessuti wax per tornare a un concetto di unicità: unico il capo (come lo è la stoffa utilizzata), uniche le mani che lo lavorano, unico il progetto e unico chi lo indossa, con il proprio e personale stile.

Finora Maria Cristina ha fatto tutto da sola, ma da qualche giorno è attivo su Eppela un crowdfunding per sostenere i costi del progetto – materiali, macchine da cucire, docenti, spese generali. “Solo con il supporto di donazioni private sarà possibile concretizzare le altre idee che abbiamo, come la collaborazione con il liceo artistico di Montemurlo o con il Museo del Tessuto di Prato. Se raggiungiamo la prima tappa di 5mila euro, gli altri 5mila li metterà la Fondazione Il cuore si scioglie”.

Fino al 22 aprile è possibile contribuire con una donazione per sostenere il progetto “Voglio fare il sarto” e aggiudicarsi una delle colorate “ricompense” Waxmore.

www.eppela.com/vogliofareilsarto

(c.s.)




Profughi somali, punto e a capo: si rioccupa.

Nuova occupazione dei rifugiati somali questa mattina a Firenze. Con il supporto del Movimento lotta per la casa, larga parte degli sfollati dal magazzino di Sesto ha preso possesso stamani di uno stabile in disuso, di proprietà della Curia, da alcuni anni in vendita con progetto di essere trasformato in appartamenti.

“Si tratta di un ex convitto dei Gesuiti dove manca ovviamente tutto – ci ha detto Luca del Movimento – per cui facciamo appello alla solidarietà dei cittadini perché portino materassi, coperte, vestiti, cibo. Non tutto quello che era stato distribuito al Palazzetto a Sesto potrà essere recuperato”.

L’occupazione di oggi è la conseguenza del rifiuto collettivo del “piano di accoglienza” proposto dalle istituzioni. Un piano tutt’altro che organico, che raggranellava manciate di posti letto sparsi sul territorio, spesso tolti a quelli dell’emergenza freddo, garantendo un tetto sulla testa solo dalle 20 alle 7 e solo fino a marzo. Questa proposta non ha convinto i profughi, che oggi ribadiscono il loro “rifiuto di vivere nella precarietà di un’emergenza permanente”, che avrebbero espresso anche sabato alla riunione del Comitato per l’ordine e la sicurezza, se invece che manganellati fossero stati ricevuti. Parliamo di persone regolarmente soggiornanti, da anni nel nostro paese, che però, come tanti italiani, non hanno un lavoro stabile e uno stipendio tale da permettersi un affitto di mercato.

“Decine di immobili sono inutilizzati in questa città – si legge nel loro comunicato – chiediamo che le istituzioni regolarizzino la nostra permanenza qua o in un luogo analogo, in cui poter abitare stabilmente, senza scadenze e senza il ricatto degli sgomberi e dell’art. 5 (l’articolo del Piano Casa che impedisce di prendere la residenza in un immobile occupato abusivamente, n.d.r.)”.

In effetti, come ricordato di recente dall’urbanista Ilaria Agostini su La città invisibile “Molti edifici nati in funzione dell’accoglienza si trovano ora in stato di abbandono. Così le caserme, vuote o in vendita, naturalmente attrezzate (e già pronte) per l’accoglienza provvisoria, pur di altra ascendenza: caserma Baldissera; ex Ospedale militare in via San Gallo (16.200 mq); Accademia di Sanità militare in via Tripoli; Scuola di Sanità militare nell’ex convento del Maglio; Caserma Cavalli in piazza del Cestello; Dogana in via Valfonda” senza dimenticare poi “il complesso di Sant’Orsola (di proprietà della Città metropolitana) che potrebbe risultare – per posizione, per volumi, per lo stato dei lavori di consolidamento già effettuati, per natura proprietaria – un’ubicazione preferenziale per l’ospitalità di rifugiati, richiedenti asilo, senza tetto e profughi, che si lasciano alle spalle guerre e paura”.

E che dire delle tante proprietà della Curia, come l’edificio appena occupato, destinato a scopi di lucro e non certo di accoglienza, a dispetto dei tanti appelli papali?

Invece, malgrado questa montagna di metri cubi vuoti da decenni e un’emergenza casa ormai permanente, persino dopo una tragedia si continuano a proporre soluzioni tampone, spesso intrecciate al business dell’accoglienza.

Non dimentichiamo che a pochi passi dall’edificio occupato oggi, in zona Piazza della Libertà, c’è un altro ex magazzino abbandonato dove vivono in condizioni indicibili 50 cittadini somali. Fino alla prossima “disgrazia”?

c.s.




La morte di Alì e quei profughi dimenticati

Ieri notte a Sesto Fiorentino è morto un uomo, ​​​Ali Moussa. Viveva, sopravviveva, in un capannone abbandonato, con altri cento rifugiati, quando nella struttura è scoppiato un incendio. Ali è morto perché ha cercato di salvare i propri documenti, che gli servivano per sperare un giorno di ricongiungersi alla famiglia. Oggi i superstiti sono in mezzo a una strada, o nella tendopoli allestita d’urgenza, perché da anni nessuno trova soluzioni per loro. Anzi, sono stati sgomberati prima e poi lasciati senza luce in quel capannone dove Alì ha trovato la morte.

Commenta così questa tragedia Jacopo, un operatore sociale: “Conoscevo Ali, era stato nel centro dove lavoro. È morto per salvare i documenti. Quelle carte che ottenute valgono come oro, anche se nella realtà ti garantiscono solo il diritto di respirare e niente più. È rientrato nel rogo per cercarle e li si è perso anche lui. Aveva più degli anni che dicevano i suoi documenti. Perché la giovinezza è un valore assoluto in occidente e se sei vecchio nessuno ti vuole, nessuno ti sfrutterà mai a dovere. Parlava male italiano Ali, a volte lo prendevo un po’ in giro e lui rideva col suo dentone d’oro retaggio di un mondo che non c’è più. Vissuto e cresciuto con la guerra, con cannonate, pallottole, ferite, malattie e roghi. Un rogo se l’è portato via. Nel gelo italiano di un capannone di Aiazzone “Provare per credere”. Ali ci ha creduto e provato a modo suo. La Somalia prima e l’Europa poi lo hanno abbandonato. La vita dei disperati non conta, non è remunerativa. La lotta di classe è molto molto attuale”.

Comunicato Movimento di lotta per la casa
​​​Alì Moussa, rifugiato politico somalo, è morto durante l’incendio dell’ex-Aiazzone.
Si era salvato dalle fiamme che hanno distrutto la struttura, ma poi ha deciso di rientrare dentro. Non era pazzo. E’ rientrato perchè voleva portare in salvo i suoi documenti. Quei pezzi di carta a cui la vita di ogni migrante è appesa. Pezzi di carta da sudare per ottenere il proprio diritto ad esistere qui in Italia.
Alì Moussa è stato ucciso dalle leggi dello Stato Italiano, dagli arbitrari ritardi e dinieghi delle questure, dal ricatto continuo che viene esercitato nei confronti dei migranti attraverso la minaccia della clandestinità. Noi questo non lo dimenticheremo.
La stampa aspettava un morto per accorgersi di come sono costretti a vivere nella tanto decantata “culla del rinascimento” i rifiugiati. La stampa può pure fingere di non sapere. Ma le istituzioni no. Queste sanno benissimo da due anni che all’interno dell’ex-mobilificio, in condizioni più che precarie, vivevano più di cento richiedenti asilo somali. Gli stessi che hanno sgomberato dall’occupazione di via Slataper. Gli stessi che hanno rimandato in mezzo ad una strada dopo i soliti tre mesi di “progetto”.
Ali Moussa è stato ucciso da un sistema dell’accoglienza finalizzato ad arricchire le cooperative che lo gestiscono. Che l’unica “integrazione” che offre è quella del lavoro gratuito per i profughi tanto sponsorizzato dal “socialista” (!) Enrico Rossi. Un sistema che usa-e-getta i migranti, come ha fatto con Ali Moussa. Noi questo non lo dimenticheremo.
In due anni, le istituzioni si sono ricordate dei rifugiati dell’ex-aiazzone solo quando si è trattato di portare operai, ruspe e reparti di polizia in assetto anti-sommossa per sabotare l’allaccio dell’energia elettrica degli occupanti. Per rendere ancora più precaria (e pericolosa) la fornitura, oltre che la vita degli abitanti. Noi questo non lo dimenticheremo.
Alì Moussa è stato ucciso da uno Stato – quello dell’art.5 e degli sgomberi – che ha deciso di fare la guerra a chi è costretto ad occupare invece di fare quello che dovrebbe: garantire una casa e una vita dignitosa a tutti.
Un uomo è morto, come nessuno mai dovrebbe morire. Da parte nostra tanta tristezza, indignazione rabbia. Altrettanta la convinzione che sono questi i momenti in cui c’è bisogno di schierarsi.
Perchè non accada mai più.
Movimento di Lotta per la Casa




2 dicembre, alle Piagge ci liberiamo dall’ergastolo

Venerdì 2 Dicembre alle ore 18 alla comunità delle Piagge ti invitiamo all’incontro

LIBERIAMOCI DALL’ERGASTOLO – Pena di morte viva

con un programma intenso e importante che abbiamo organizzato iniseme al neo-nato coordinamento fiorentino contro l’ergastolo.

Alle 18 doneremo e consegneremo come comunità delle Piagge un quadro di Pietro Cavallero, ergastolano di Porto Azzurro alla casa delle arti ir-rritate di Sensibili alle foglie, una collezione importantissima e bellissima di opere di vario tipi che provengono dal mondo delle istituzioni totali e del disagio.

Alle 18.30 scambio e confronto a partire dal libro Liberi dall’ergastolo -ed Sensibili alle foglie con

Nicola Valentino- autore del libro di sensibili alle foglie

Giuliano Capecchi – Ass. liberarsi

Beppe Battaglia – Ass. casa caciolle

Salvatore Tassinari – Ass. Pantagruel

e alcune testimonianze di ergastolani….

Durante la serata ci sarà il banchino dei libri di Sensibili alle foglie al 10% di sconto e il banchino del libro usato del chisco del libro usato delle Piagge  sui temi del carcere e dell’ergastolo.

Siete tutti invitati a partecipare.

Alessandro Santoro – prete delle Piagge




Perché NO, in otto punti

In uscita il primo libro gratuito contro la riforma costituzionale Renzi-Boschi: https://goo.gl/v9v39K

“In otto punti le ragioni del NO al Referendum costituzionale”: 86 pagine, 8 capitoletti e la revisione del testo costituzionale vigente a fronte. Esce edito da perUnaltracittà, il laboratorio politico animato da Ornella De Zordo, il primo libro gratuito interamente dedicato alle ragioni del NO al prossimo Referendum.

L’autore, il giurista Luca Benci, racconta così la genesi del libro “Riteniamo che i livelli di disinformazione siano già elevatissimi e giocano su due livelli: la demagogia e la paura. Il primo viene operato sin dal titolo della legge che promette semplificazione, risparmi e celerità nelle decisioni. Il secondo opera sulle conseguenze negative che si verificherebbero in caso di vittoria del NO. Riteniamo che la riforma Renzi/Boschi sia tesa a un neoautoritarismo costituito da un accentramento mai visto di poteri governativi e una forte compressione degli spazi di garanzia e democrazia. Per non parlare della evidente sgrammaticatura giuridica. Per questo abbiamo ritenuto opportuno produrre un testo analitico e completo della cosiddetta riforma Renzi-Boschi, per spiegare in modo puntuale e schematico come cambierebbe la Costituzione repubblicana in ben 47 articoli”.

Ornella De Zordo, direttore editoriale della rivista La Città invisibile che ha curato il progetto ha presentato così l’iniziativa: “Si tratta di uno strumento di conoscenza agile e gratuito, da far circolare in rete o da poter stampare autonomamente. Si può scaricare e leggere a questo indirizzo https://goo.gl/v9v39K. Con questa azione intendiamo dare un contributo concreto alla campagna referendaria. Riteniamo infatti fondamentale informare su un tema troppo spesso mistificato dalle lobby e dai maggiori gruppi di pressione, a partire dalle banche e da Confindustria, compattamente schierati con il governo nella revisione costituzionale. Pensiamo quindi – ha concluso De Zordo – che questo Referendum debba chiamare ad un espressione di voto informata anche chi ritiene che già adesso stiamo vivendo in Italia una democrazia puramente formale (e a volte neppure formale), per l’ulteriore netto peggioramento della situazione a scapito di diritti che andrebbero semmai applicati e non cancellati dalla Carta costituzionale”.

“In otto punti le ragioni del NO al Referendum costituzionale” di Luca Benci prevede una prima uscita digitale e una successiva cartacea. Il pdf del libro è scaricabile all’indirizzo https://goo.gl/v9v39K




Magherini, fu omicidio colposo. Condanne lievi e sospese per i carabinieri

Il Tribunale di Firenze si è espresso: nel marzo 2014 Riccardo Magherini morì anche a causa dell’intervento dei carabinieri, che lo bloccarono a terra a faccia in giù impedendogli di respirare.
La sentenza di condanna, come rileva nel comunicato qui di seguito Acad, Associazione contro gli abusi in divisa, è lieve, minore di quanto rischierebbe ognuno di noi se per disgrazia investisse qualcuno con la macchina.
Ancora molto resta da fare per una vera giustizia che tuteli i cittadini dagli abusi troppo spesso impuniti delle forze dell’ordine.

COMUNICATO DI ACAD-ONLUS SULLA SENTENZA PER LA MORTE DI RICCARDO MAGHERINI

E’ stato riconosciuto un omicidio, questo è il punto di partenza dopo il processo di primo grado.

Tra lacrime liberatorie e di rabbia, dopo oltre un anno e mezzo di udienze, dopo menzogne e inganni, dopo insabbiamenti e dimenticanze, dopo il fango gettato su Riccardo e la sua famiglia, dopo intimidazioni e coperture: lo Stato italiano riconosce, con una leggerezza imbarazzante data da pene ridicole, che Riccardo Magherini non è morto da solo.

Le condanne sono risibili: 7 mesi e 8 mesi con sospensione della pena che garantirà loro neanche un giorno di galera, 7-8 mesi che allo Stato italiano evidentemente bastano per riconoscere un omicidio quando a commetterlo sono le forze dell’ordine.

Dopo poco più di mezz’ora di camera di consiglio la giudice Bilosi pronuncia la sentenza per la morte di Riccardo: dichiara COLPEVOLI Della Porta, Castellano e Corni, in quanto responsabili del reato di omicidio colposo, in cooperazione colposa, “per aver concorso a determinare la morte di Riccardo Magherini avvenuta il 3 marzo 2014 per arresto cardiorespiratorio per intossicazione acuta da cocaina associata ad un meccanismo asfittico”. E CONDANNA, CON IL BENEFICIO DI SOSPENSIONE CONDIZIONALE DELLA PENA, Della Porta e Castellano a 7 mesi di reclusione, Corni a 8 mesi.
Lo stesso Corni è stato assolto dall’ accusa di percosse per difetto di querela (in quanto nell’assurdità del nostro codice penale, solamente Riccardo avrebbe potuto denunciare le percosse, non parti terze come in questo caso i familiari e ACAD).
Ascenzi addirittura assolto per non aver commesso il fatto.
Fortunatamente assolte le due volontarie della CRI, Matta e Mitrea.
Condanna inoltre Della Porta, Castellano e Corni al pagamento delle spese processuali (che in teoria dovrebbero pagare loro, ma generalmente interviene il Ministero attingendo dalle nostre tasse, come nel caso Aldrovandi ad esempio), al risarcimento del danno in favore delle parti civili da definirsi in sede Civile, e al pagamento del 30% delle spese di giudizio mentre il restante 70% verrà compensato tra le parti.

E’ giustizia quando la vita di un uomo per le istituzioni vale così poco?
C’è amarezza e rabbia per l’ennesima dimostrazione che la giustizia di questo paese sia direttamente proporzionale alla sua vera identità, all’identità di uno Stato ingiusto, che anche in queste sedi fa emergere tutte le proprie contraddizioni.

Ma c’è una condanna, e non era scontato, c’è una condanna che più che simbolica ci sembra un tentativo strumentale per salvare l’attendibilità di un sistema giudiziario che generalmente tende alla totale assoluzione delle divise coinvolte, c’è una condanna emblematica più che reale, strumentale a salvare la credibilità dello Stato stesso, ma c’è una condanna che, anche se ridicola, riconosce tre dei quattro responsabili della morte di Riky come assassini.
Una sentenza comunque simbolicamente importante, dopo le tante troppe volte in cui ci siamo trovati di fronte a totali assoluzioni.

Resta la voglia di continuare al fianco della famiglia Magherini questa lotta fuori e dentro i tribunali, una lotta che, oltre al far emergere la verità sulle colpevolezze individuali delle divise coinvolte, significa per noi denunciare le responsabilità del sistema che genera e garantisce tutto questo.
La vera condanna è stata data a tutti quelli che volevano bene a Riccardo con “un ergastolo” nel non poterlo rivedere più.

La Verità la sappiamo, rimane scritta nel vuoto che ha lasciato Riky, nel dolore dei familiari, nell’impegno di chi non ha mai smesso di lottare in questi due anni lunghissimi.
Per noi, la vita di Riccardo, valeva molto di più.

ACAD-Onlus