Il tesoro di via Palazzuolo


Discarica, ghetto, epicentro del degrado? Non tutti la vedono così, via Palazzuolo, una lunga strada fiorentina a due passi da Santa Maria Novella. Tutta l’area è da tempo sotto i riflettori dei media, pronti ad amplificare il disagio dei residenti e a dare risalto ad episodi di cronaca spicciola quali risse tra ubriachi e piccolo spaccio, “nulla di più di quanto accade in altre vie del centro”. La pensa così Elena, che abita nella zona, e che definisce via Palazzuolo “un luogo più vivo e ospitale di altri a Firenze, una strada ricca di storie vecchie e nuove, tutte da conoscere”.

L’occasione per scoprirle si presenta sabato 27 maggio, quando dalle cinque del pomeriggio si svolgerà la prima Caccia al tesoro antirazzista, “adatta a tutti da 0 a 99 anni”. Il gioco, strutturato in 13 tappe con indizi da risolvere, vuole essere un percorso di conoscenza di una delle strade più interculturali di Firenze, “uno di quei melting pot che ci piacciono tanto quando andiamo a Londra o a New York e che sembrano spaventarci quando nascono sotto casa”, dice Elena. “Il tesoro che cerchiamo con questo gioco, al di là dei premi previsti, è proprio la conoscenza reciproca, che pensiamo essere l’unico vero antidoto a razzismo, xenofobia, paura del diverso. A patto di lasciare a casa gli stereotipi e portare la curiosità, come recita l’invito!”.

Elena fa parte di Palazzuolo Strada Aperta, un gruppo di cittadini che si definisce “antirazzista e solidale, nato in uno spirito di apertura e rispetto, ponendo al centro le persone con le loro storie, i loro diritti inalienabili e il contributo che tutti possono dare al vivere comune”.

Il gruppo diffonde un foglio periodico agli abitanti della strada, organizza cene e tutti i sabati fa uscire in strada la book-bike, una bicicletta con carrellino che presta gratuitamente libri, in varie lingue, a passanti e residenti. Un anno fa ha anche inaugurato una piccola biblioteca intitolata alla memoria di Riccardo Torregiani, rimpianto attivista fiorentino scomparso prematuramente nell’estate del 2015.

“Il famigerato degrado di via Palazzuolo – spiega Elena, non è solo droga e sporcizia, ma piuttosto l’alienazione che l’avidità degli speculatori produce creando quartieri ghetto, senza spazi per incontrarsi e con servizi scadenti, mettendo i vecchi residenti contro i nuovi immigrati e alimentando la guerra tra poveri. A questo riguardo l’amministrazione è del tutto inerte, anzi, permette di convertire ad abitazione degli angusti fondi commerciali o autorizza la costruzione di alberghi di lusso che invaderanno altri spazi comuni. Il governo centrale, dal canto suo, invece di costruire politiche di inclusione sforna leggi securitarie come il decreto Minniti-Orlando, che si accanisce contro i più deboli. Di fronte a questa generale deriva, abbiamo sentito l’urgenza di fare qualcosa e con altre realtà abbiamo lanciato la Primavera antirazzista, di cui la Caccia al tesoro è solo l’ultimo evento. Per ora.”

L’appuntamento con la Caccia al tesoro antirazzista è sabato 27 maggio alle 17, con partenza dalla rotonda in via del Prato.

https://www.facebook.com/palazzuolostradaaperta/
http://www.palazzuolostradaaperta.esy.es/

c.s.

 




Apriti piazza! Debutto di un percorso partecipativo


Domenica 14 maggio giornata di festa alle Piagge

Quand’è che uno spiazzo diventa una piazza? Basta metterci una targa di marmo e fare una piccola cerimonia di inaugurazione? Certamente no, anche se la giornata del 20 marzo 2016 resta una tappa importante nel percorso di vita di Piazza Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, alle Piagge. Una piazza che non c’era, e che è stata voluta dalla Comunità proprio con quel nome, ricordo e omaggio a due giornalisti coraggiosi, uccisi mentre inseguivano la verità.

Da quel giorno, però, la piazza è rimasta tale e quale, quindi poco, come dire… “piazzosa”. Per capire cosa farne, come renderla più bella, vivibile e vissuta, da qualche mese si svolgono incontri al Centro sociale Il Pozzo, con l’aiuto di due architette esperte di percorsi partecipativi, Anna Lisa Pecoriello e Elena Barthel.

Per questo progetto è stato scelto collettivamente il nome “Apriti piazza!”, che è anche uno slogan che esprime perfettamente l’intento di creare un luogo che venga percepito e vissuto come un bene comune oltre che uno spazio pubblico.

Questa domenica 14 maggio la piazza debutta in società con una giornata di festa: “è il primo atto di un processo partecipativo che vogliamo allargare a tutto il quartiere – ci spiega Anna Lisa. Molti ancora non sanno nemmeno che la piazza esista, i suoi confini sono incerti e l’area è molto grande, comprendendo parte del prato che sta dietro al centro sociale. Domenica proveremo ad animare lo spazio con arredi temporanei, teli colorati, giochi per bambini, musica e altro… per simulare e anticipare l’uso e la funzione che potrà avere. Poi faremo insieme la perimetrazione: con il nastro da cantiere segneremo i margini della piazza, e su ogni paletto sarà attaccato uno dei manifestini preparati da Elena coi bambini delle Piagge, stampati uno per uno con un torchio a mano… e ci sarà anche un ospite speciale, The rope, una corda gigantesca che… è una sorpresa!”.

È in corso anche una raccolta firme per richiedere il sostegno dell’Autorità per la partecipazione della Regione Toscana e trovare così le risorse per un percorso partecipativo “ufficiale”. Questo passaggio è stato ritenuto indispensabile per riuscire a gestire tutto il progetto viste le dimensioni e la complessità degli interventi necessari.

La festa inizia alle 13 con un pranzo pic-nic (ma la pastasciutta è garantita per tutti), per cui bisogna portarsi dietro piatti e posate. Alle 15, azione collettiva di perimetrazione e appropriazione della nuova piazza Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Tutto il pomeriggio a seguire festa, spettacoli, giochi, laboratori e improvvisazioni.

su Facebook https://www.facebook.com/apritipiazza/

(c.s.)




Camminare e ricordare, verso S. Anna di Stazzema


Camminare e ricordare, camminare e conoscere, per nutrire dentro di noi il rifiuto della guerra.

“La memoria in cammino” è un percorso di tre giorni a piedi dal 26 al 28 maggio, da Avenza a S. Anna di Stazzema, dove il 12 agosto 1944 furono uccise per rappresaglia oltre 400 persone, molte donne e bambini, la più piccola aveva 20 giorni.

L’idea nasce dal libro di Lorenzo Guadagnucci che racconta quella strage – “Era un giorno qualsiasi” (Terre di mezzo editore) – e dalla vicenda di sua nonna Elena, uccisa quel giorno dai tedeschi.

“È un po’ un “seminario itinerante” – spiega Guadagnucci – che abbina l’ascesa a Sant’Anna al ragionamento sulla violenza e sulla guerra, con l’obiettivo di aggiungere alla memoria degli eccidi nazifascisti, talora retorica e strumentale, la prospettiva dell’opposizione popolare alla guerra. Camminando in quei luoghi, fra l’altro molto belli, rifletteremo sull’esempio di chi non fu né vile né eroe ma testimone ed esempio di dignità. Parleremo di resistenza nonviolenta in Italia durante l’occupazione nazista e della memoria come veicolo di valori e chiave di lettura per capire il presente”.

Il percorso parte da Avenza (Carrara), dove i Guadagnucci risiedevano, e arriva a Sant’Anna di Stazzema, dove Elena Guadagnucci fu uccisa dal battaglione delle SS responsabile della strage. Organizzano e promuovono l’iniziativa: Pro Loco Avenza sulla Francigena, parrocchia di San Pietro di Avenza, Terre di mezzo Editore.

INFO E ISCRIZIONI avenzasantanna@gmail.com (massimo 25 persone, costo previsto circa 90 euro, comprensivo di due pernottamenti e colazioni, due cene, quota di partecipazione alle spese di conferenza e seminario: è tutto autofinanziato).
Per aggiornamenti e altre notizie vedi il blog Era un giorno qualsiasi.

Programma (provvisorio)

VENERDI’ 26 MAGGIO 2017
Ritrovo nel pomeriggio ad AVENZA (Carrara)
ore 19 – Cena collettiva in trattoria
ore 21 – RESISTERE SENZ’ARMI
Conferenza pubblica di Ercole Ongaro, autore di “Resistenza nonviolenza 1943-1945” e di Pietro Di Pierro sulla resistenza civile nell’area apuana
Pernottamento in ostelli per pellegrini della Via Francigena

SABATO 27 MAGGIO 2017
ore 8 – Partenza da Avenza. Cammino fino a Pietrasanta lungo la Via Francigena (circa 7 ore)
ore 16,30 – 18,30, Pietrasanta – Seminario sull’opposizione popolare alla guerra oggi e nella storia
ore 19, Pietrasanta – Cena collettiva in pizzeria
Pernottamento in Bed & Breakfast

DOMENICA 28 MAGGIO 2017
ore 7,30 – Partenza da Pietrasanta, cammino verso Sant’Anna di Stazzema attraverso la mulattiera di Valdicastello (circa 3 ore e mezzo)
11 – 13,30 – Visita a Sant’Anna di Stazzema guidata da Lorenzo Guadagnucci e Claudia Buratti, nipoti di vittime dell’eccidio
Rientro lungo lo stesso percorso

(c.s.)

 




ZAP, periferia resistente. Dal 23 al 25 aprile


Anche quest’anno in occasione della Festa della Liberazione la Comunità delle Piagge organizza ZAP, Zona Altamente Partigiana, tre giorni di iniziative per ricordare e costruire resistenza nel presente.
Per rendere il più possibile partecipata la giornata, sono stati organizzati diversi momenti in cui tutti possano esprimersi e contribuire a modo loro a fare memoria viva della resistenza, condividendo con gli altri una canzone, una poesia, un brano letterario, un’opera d’arte o qualsiasi altra cosa, che rappresenti la resistenza, in ogni forma ed epoca storica.
Dal 23 al 25 aprile sono previste inoltre escursioni nel luoghi storici e simbolici della Resistenza, musica e spettacoli, un incontro con Lorenzo Guadagnucci a partire dal suo libro sulla strage di S. Anna di Stazzema, e naturalmente il premio resistente, il riconoscimento che la Comunità delle Piagge assegna ogni anno a una persona o realtà “resistente”.
Qui di seguito il programma dettagliato.

23 Aprile – sui sentieri dei Partigiani
Parco di Fonte Santa e rifugio della Brigata Sinigaglia
accompagnati dal Partigiano Marcello Citano “Sugo” e dai compagni della sez. ANPI di Bagno a Ripoli
ore 14,00 ritrovo e partenza dal Centro Sociale; ore 15,30 cimitero di San Donato in Collina;
camminata di circa 40 minuti fino al parco di Fonte Santa; ore 17,30 Canti e merenda
Per chi non può camminare c’è la possibilità di raggiungere il parco in auto.

24 Aprile – aspettando la Liberazione
ore 20,00 cena per tutte le tasche e musica popolare del Mediterraneo
con MARLENE FUOCHI (voce e fisarmonica) e ANDREA PENNATI (chitarra)

25 Aprile

Biciclettata Partigiana

ore 9,00 ritrovo e partenza dal Centro Sociale,
ore 10,00 monumento ai fucilati delle Cascine e poligono di tiro con apposizione di una targa commemorativa,
ore 11,00 Peretola Largo della Liberazione Monumento dei Volontari della Libertà con sez. ANPI di Peretola,
ore 12,00 Brozzi piazza Primo Maggio Cippo ai caduti della Liberazione con sez. ANPI di Brozzi.

La Pastasciutta Rossa
ore 13,30 pastasciutta al sugo finto per tutti ad offerta libera

Pomeriggio per la Resistenza dalle ore 15,30 alle ore 19,30
musica con IL MENESTRELLO, Interventi Ribelli, breve estratto dallo spettacolo teatrale “Agnese odiosa Agnese” della compagnia OFFICINE PAPAGE (per chi partecipa alla ZAP prezzo speciale per lo spettacolo della sera al Teatro delle Spiagge), “Gli studenti e insegnanti della scuola media “Paolo Uccello” Letture dal libro di Milena Prestia, DISEGNI RIBELLI. Storie di lotta e libertà tratte dal libro RIBELLI! di C. Brilli D. Guarino M. D’orzi e P. Traverso. Sarà presente l’autrice -Presentazione di alcuni articoli della Costituzione e della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, la musica dei FRATELLI ROSSI, la compagnia TEATRI D’IMBARCO presenta un breve estratto dello spettacolo teatrale “Storie di Villa Triste”, esposizione e vendita disegni dei ragazzi del progetto agricoltura sociale.

ore 16,30 Teatro dei Burattini per piccoli e grandi “Il Partigiano Lampo” compagnia LE CALZE BRAGHE, regia di Gianluca Ferro, interpretano Ivana Parisi e Gianluca Ferro

ore 17,30 LORENZO GUADAGNUCCI ci parla del suo libro: “Era un giorno qualsiasi” sull’eccidio di Sant’Anna di Stazzema

ore 18,30 premiazione PREMIO RESISTENTE 2017

Con la partecipazione di: ANPI Brozzi, ANPI Peretola, MAG Firenze, Fondo Etico e Sociale delle Piagge, Mondeggi bene comune, Fuoribinario, Pantagruel, Ateneo Libertario, Casale di Villore, Edizioni Piagge,
Mamme no inceneritore; Teatro delle Spiagge; No TAV, Istituto Ernesto de Martino




Verso nuove guerre "giuste", calpestando la memoria


Rilanciamo questa riflessione di Lorenzo Guadagnucci, scritta all’indomani delle oscene dichiarazioni del segretario di stato USA, che ha sfruttato il tragico palcoscenico di Sant’Anna di Stazzema – dove il 12 agosto del 1944 furono trucidati dalle SS 560 civili – per annunciare nuove guerre “giuste”.
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Dunque Rex Tillerson, ministro degli esteri statunitense, ha scelto Sant’Anna di Stazzema per legittimare il recente lancio di missili in Siria e annunciare futuri interventi militari. “Noi vogliamo rispondere a quanti colpiscono gli innocenti in qualunque parte del mondo”, ha detto il segretario di stato, due giorni dopo l’attacco missilistico alla Siria e tre giorni prima del lancio della “madre di tutte le bombe” in Afghanistan. Parole che fanno tremare perché corrispondono – appunto –  a bombardamenti, esplosioni, lanci di missili: azioni di morte compiute in nome di “innocenti” ma che colpiscono – immancabilmente – altri “innocenti”.
Il messaggio di Tillerson, salito a Sant’Anna in  compagnia di Angelino Alfano e di Federica Mogherini durante una pausa del vertice G7 a Lucca, è molto chiaro, com’è chiaro il suo modo di considerare e fare tesoro di una memoria dolorosa, qual è il ricordo della “guerra ai civili” condotta dall’esercito di occupazione tedesco in Italia fra ’43 e ’45. Tillerson dice: a Sant’Anna furono barbaramente uccisi degli innocenti e in loro nome è giusto e necessario colpire chi compie oggi atti simili nel mondo.
Nel ’44 l’eccidio fu compiuto da reparti delle SS naziste, negli anni Duemila gli interlocutori sono altri, gli Hitler dei giorni nostri: da ultimo il siriano Assad, giudicato a tambur battente responsabile di un attacco chimico contro la popolazione; in precedenza c’erano stati l’Afghanistan, rifugio dei terroristi dell’11 settembre; l’Iraq del dittatore Saddam Hussein con le sue ipotetiche armi di distruzione di massa; la Libia di Gheddafi, caduto in disgrazia dopo una vita da amico/nemico dell’occidente; il gruppo Stato islamico, nato e cresciuto sotto le bombe occidentali.
Sono state guerre umanitarie, di esportazione della democrazia, di lotta al terrorismo, secondo variabili definizioni, con un bilancio a dir poco disastroso, sia per chi ha subito le aggressioni militari, costate centinaia di migliaia di morti, sia per chi le ha messe in atto (i governi occidentali guidati dagli Stati Uniti), se pensiamo all’attuale clima di insicurezza generale e alla guerra asimmetrica in corso, con gli atti terroristici che da Stoccolma e Mosca a Londra, da Nizza e Parigi a Berlino, hanno portato il conflitto anche in Europa.
Ma il punto, parlando di Sant’Anna di Stazzema, non è nemmeno l’efficacia di queste guerre, mai sottoposte a una vera e sincera analisi circa i risultati ottenuti. Il punto è il senso della memoria storica, il rapporto che vogliamo stabilire con chi visse e soprattutto morì in quel modo nel ’44, come “danno collaterale” di una guerra combattuta senza esclusione di colpi.
A che cosa pensiamo quando pensiamo a Sant’Anna? A che ci serve salire lassù? Perché lo facciamo? Che cosa proviamo camminando sul selciato davanti alla chiesetta, dove furono falciate a colpi di mitragliatrice circa 150 persone? E davanti all’ossario in cima al colle?
Sono possibili molte risposte. Una l’ha data Tillerson e quasi toglie il fiato, perché promette guerra e morte, ovviamente guerra giusta o necessaria o inevitabile, e morte – anche, anzi soprattutto – di innocenti (in ogni guerra accade così da un secolo a questa parte).
Ma non è per questo – per giustificare e legittimare nuove guerre – che saliamo a Sant’Anna. Se c’è una cosa che ci spinge, è la consapevolezza di raggiungere un luogo tanto speciale quanto disturbante, dove si è manifestato l’esito terribile di  pulsioni diffuse nelle società umane organizzate: l’uccisione di massa di innocenti, per mano di eserciti regolari, giustificate da superiori interessi politici.
E’ successo a Sant’Anna e in molti altri luoghi in Italia nello stesso periodo storico, ma è accaduto spesso anche nei decenni seguenti, a nazifascismo sconfitto,  ad esempio in Bosnia e Cecenia, se vogliamo restare in Europa; o in Vietnam e in Afghanistan, e poi in Iraq, Siria, Yemen, Somalia, Congo e altri paesi ancora, se volgiamo lo sguardo più lontano. E’ stato a volte ad opera di forze armate manovrate da regimi dittatoriali e altre volte le stragi  sono avvenute per mano di eserciti “democratici”.
Le stragi di civili inermi a colpi di mitra e di granate, con missili e bombe lanciate da droni, sono una costante, non un’eccezione, delle guerre moderne.
Saliamo a Sant’Anna di Stazzema coscienti che le nostre società, nel 1945, non hanno davvero voltato pagina, sebbene i cinque anni di guerra  mondiale e il biennio di occupazione tedesca diedero un’impronta decisiva sul piano storico, morale, politico e anche psicologico al dopoguerra di tutti. Rinacquero in Europa e nel mondo regimi democratici, fu creata l’Onu e approvata una solenne Dichiarazione sui diritti umani; nella nostra Costituzione “scritta col sangue dei resistenti” (e con quello dei caduti nelle stragi) entrò il decisivo articolo 11, per dire che l’Italia rifiuta la guerra come metodo per la risoluzione di controversie internazionali. Un articolo essenziale ma fra i più dimenticati, o meglio calpestati.
Salire a Sant’Anna di Stazzema ci aiuta a capire meglio da dove veniamo e ci spinge a guardare il mondo attorno a noi con il massimo di sincerità. L’aura che promana dai corpi sepolti all’ossario e nelle fosse comuni ancora sparse nella zona è un messaggio di verità che permette di scorgere nel mondo le sant’anna di oggi; che induce a provare empatia per chi subisce sulla propria pelle, nella propria casa, guerre decise chissà dove;  che spinge a cogliere nel volto di un profugo di guerra sbarcato a Lampedusa lo stesso sguardo, la stessa angoscia, dei bambini rimasti orfani nell’eccidio, a loro volta profughi (interni) di guerra e letteralmente “minori non accompagnati”.
Ecco dunque a che serve visitare i “luoghi della memoria”. Serve ad entrare in contatto diretto e personale con la storia, a vivere l’esperienza di calarsi nei panni altrui, in un’altra epoca, e da lì, stando in quei panni, in quel tempo, pensare al presente, a quel che abbiamo fatto finora, e al futuro,  a quel che potremo fare per non ripetere ancora quegli errori, per non assistere ancora a simili tragedie.
In questo senso Sant’Anna e  gli altri luoghi che compongono l’Atlante delle stragi sono siti  scomodi e preziosi. Fanno star male ma stimolano pensieri nuovi. Conoscere de visu la portata delle violenze che vi furono compiute, può essere un grande sprone ad agire, affinché le collettività cambino rotta, a patto che vi siano libertà di pensiero e apertura a battere sentieri che portano fuori dal discorso corrente, un discorso che oggi banalizza la violenza e  legittima la guerra come opzione possibile e anzi necessaria, mentre deride l’ipotesi di agire per spingere la guerra fuori della storia.
A Sant’Anna, dietro l’ossario, c’è una lapide coi quasi 400 nomi dei trucidati riconosciuti: nome, cognome, provenienza, età. E’ una lettura che sgomenta. Tante donne, tanti bambini, tanti cognomi che si ripetono. Il senso della memoria, a decenni dai fatti, è nel significato che vogliamo attribuire a come vissero e come morirono quelle persone, vite di scarto in tempo di guerra. Non furono eroi, non combatterono il nemico e nella storia – lo sappiamo – c’è poco posto per chi resta anonimo, ma tocca a noi stabilire se il loro sacrificio può essere un monito per l’oggi e un orientamento per il domani.
Possiamo quindi provare a  prendere sul serio il grido che arriva da chi perse la vita nelle azioni “eliminazioniste”, come le chiamano gli storici. E’ un grido di umanità e di rigetto della guerra, un rifiuto che nell’ultimo secolo ha accomunato le popolazioni civili di tutto il mondo, vittime principali e predilette dei “signori della guerra”.  E’ un grido che si è disperso però nel vento, perché la memoria pubblica è negoziazione, lotta politica, spesso anche manipolazione, e oggi chi comanda e pilota di fatto la gestione della memoria comune è poco disposto a mettere in discussione la pretesa razionalità, potremmo dire ovvietà, dello strumento bellico, insomma la legge del più forte, del più armato, del più spregiudicato.
Ci sarebbe dunque una memoria possibile, a volte declamata ma nei fatti emarginata, che poggia sul rifiuto popolare della guerra e quindi spinge a disobbedire alle regole strettissime della politica e della geopolitica; è una memoria intensa e difficile che diventa motore di cambiamento se vissuta davvero e trasformata in azione collettiva. E’ una memoria, questa, che potrebbe aiutare ad aprire un varco verso una società meno violenta e più resiliente, liberata dalla soggiogante e fasulla contrapposizione fra NOI, i civili, e LORO, i barbari, un clima d’odio che di muro in muro, di guerra in guerra, sta trascinando il mondo in un abisso.
C’è però un’altra memoria – e va per la maggiore – che si manifesta in forma di omaggio ai caduti, di ricordo formale di una fase storica gloriosa; è una memoria che consola e non disturba più di tanto.
E’ la memoria – quest’ultima – che ha ispirato l’altro giorno Rex Tillerson, il quale l’ha facilmente piegata alle sue esigenze del momento. Chissà se il segretario di stato ha davvero pensato alle persone nominate nella lapide dietro l’ossario, a come vissero e come morirono, chissà se ha provato a immaginare i loro volti e il loro grido, mentre pronunciava le sue funeste e potenti parole.
Chissà se Tillerson si è reso conto che Sant’Anna di Stazzema non è un luogo di potere, ma uno spazio fisico, etico e mentale abitato dalle anime di gente senza potere, gente che meriterebbe d’essere accolta meglio e ascoltata con più rispetto da noi che siamo venuti dopo.
dal blog Noi della Diaz



"Voglio fare il sarto", un progetto da sostenere


Samba, Youssif, Kajally e Ousman sono quattro giovani africani, sbarcati in Italia molti mesi fa e da allora “ospiti” di centri di accoglienza. Hanno fatto domanda di asilo, ma ci vorrà molto tempo prima che ne conoscano l’esito, prima di sapere se potranno costruirsi un futuro nel nostro paese o dovranno invece tornare indietro. In questo lungo limbo di inattività e incertezza che li attende, per loro come per centinaia di altri profughi “il rischio maggiore è quello di smarrire il senso e l’obiettivo del viaggio, di non riconoscersi più come persone dotate di talenti e capacità”.

Ne è convinta Maria Cristina Manca, antropologa, stilista, attivista con Medici Senza Frontiere, che ha cucito insieme le sue tante passioni per creare Waxmore, ditta artigianale e laboratorio di sartoria a Firenze. E si è inventata un corso di formazione di moda, taglio e cucito per richiedenti asilo dove si imparano le tecniche italiane, i termini, l’uso dei cartamodelli, ma anche a capire le tendenze moda e sviluppare la propria creatività. Insomma tutto ciò che un domani potrà essere utile per lavorare come sarti, qui o altrove.

“Sono 800 ore tra teoria e pratica, in tutto 6 mesi di un percorso impegnativo che i ragazzi stanno affrontando con entusiasmo – racconta Maria Cristina. Abbiamo iniziato a febbraio dopo una selezione degli aspiranti, dando la precedenza a chi aveva già delle nozioni di base e conosceva discretamente la lingua italiana. Tre su quattro erano già sarti al loro paese, dove si lavora in modo molto diverso, “espresso”: al mercato si sceglie la pezza tra le tante presenti, tutte diverse, poi si va al banco del sarto e si ordina l’abito, che in poche ore viene tagliato e cucito, senza modello”.

Così, tre giorni alla settimana e due sabati al mese, Samba, Youssif, Kajally e Ousman prendono treno e autobus per passare la giornata nel laboratorio Waxmore. Il nome nasce dall’unione della parola “wax”, che indica i tipici tessuti africani con disegni coloratissimi, e “more”, ovvero di più. Infatti le creazioni Waxmore mescolano tessuti italiani a tinta unita e tessuti wax per tornare a un concetto di unicità: unico il capo (come lo è la stoffa utilizzata), uniche le mani che lo lavorano, unico il progetto e unico chi lo indossa, con il proprio e personale stile.

Finora Maria Cristina ha fatto tutto da sola, ma da qualche giorno è attivo su Eppela un crowdfunding per sostenere i costi del progetto – materiali, macchine da cucire, docenti, spese generali. “Solo con il supporto di donazioni private sarà possibile concretizzare le altre idee che abbiamo, come la collaborazione con il liceo artistico di Montemurlo o con il Museo del Tessuto di Prato. Se raggiungiamo la prima tappa di 5mila euro, gli altri 5mila li metterà la Fondazione Il cuore si scioglie”.

Fino al 22 aprile è possibile contribuire con una donazione per sostenere il progetto “Voglio fare il sarto” e aggiudicarsi una delle colorate “ricompense” Waxmore.

www.eppela.com/vogliofareilsarto

(c.s.)




Amianto in Toscana: l'impatto nella due giorni dell'Osservatorio nazionale


Centrali idroelettriche, porti, Marina Militare: il punto sull’emergenza ambientale amianto. L’Osservatorio Nazionale Amianto organizza due giorni di dibattiti, convegni, tavoli tecnici tra Massa e Piombino per discutere dell’emergenza amianto in Toscana. Una maratona dell’Osservatorio Nazionale Amianto che tocca da Firenze, con le scuole con presenza di materiali in amianto, le centrali termoelettriche, con le loro emissioni e con l’amianto un tempo massicciamente presente, fino ai porti, da quello di Livorno e quello di Marina di Carrara, fino all’amianto nell’Isola d’Elba. Tutte le principali città della Toscana stanno pagando a caro prezzo, in termini di inquinamento e salute, politiche ambientali e produttive sbagliate.

Da sabato 4 marzo fino alla sera della domenica 5, esperti, studiosi, medici, avvocati, rappresentanti istituzionali si confronteranno sul tema dell’ambiente e, in particolare, sulla questione amianto. L’Avv. Ezio Bonanni renderà pubblici i dati raccolti dai volontari dell’ONA che testimoniano di una vera e propria emergenza sanitaria per un aumentato numero di casi di queste patologie.

I dati epidemiologici delle zone più “calde” della Toscana indicano il rischio di una futura pandemia. Qual è il nesso tra esposizione all’amianto e patologie asbesto correlate? Quali sono i rischi per la popolazione? Come attuare politiche per uno sviluppo più sostenibile del territorio? E quali sono le modalità per ottenere i benefici previdenziali e il risarcimento dei danni?

Durante gli incontri verranno resi noti gli ultimi dati epidemiologici a disposizione e si farà il punto sulle principali inchiesta giudiziarie in corso nelle Procure toscane: dai numerosi esposti per amianto presente nelle scuole e nelle condutture anche dell’acqua potabile, fino ai porti (a Livorno come a Marina di Carrara), anche nelle centrali geotermoelettriche (a Larderello come sul Monte Amiata). Tutta la Toscana è contaminata, fino all’Isola d’Elba. Sarà presente l’Avv. Ezio Bonanni.

Durante il convegno in programma a Massa verrà presentato il neonato Comitato Ona di Massa Carrara, che abbraccerà lo sguardo anche al territorio di Viareggio e in particolare con riferimento agli addetti del Porto.

L’Ona ha ritenuto di rafforzare la sua presenza su un territorio che sta pagando un prezzo altissimo in termini di salute e inquinamento ambientale. Massa Carrara è al terzo posto in Toscana per numero di morti per mesotelioma, il secondo se si tiene conto della densità abitativa. Infatti, nei 12 anni che vanno dal 1988 al 2010, si sono registrati 133 casi di mesotelioma. 300 quelli registrati nella provincia di Livorno e 242 nella provincia di Firenze (che però conta un milione di abitanti, rispetto ai 200.000 della provincia apuana). Quindi in proporzione, siccome la provincia di Firenze è 5 volte più popolosa della provincia apuana ed è almeno 13 volte più popolosa della città di Massa Carrara, è evidente che avere circa il 60% dei casi di Firenze costituisce la prova di una vera e propria emergenza ambientale (e quindi l’incidenza di casi di mesotelioma è del 500% rispetto alla provincia di Firenze).

Tali dati sono peraltro confermati nello studio ISPO del 2011 e quindi Massa Carrara è al secondo posto in questa macabra contabilità che vede invece al primo posto la provincia di Livorno. La zona di Livorno è la ventisettesima città in Italia per numero di malati e di morti da amianto. Sei casi ogni 100mila abitanti contro una media nazionale di 2 casi ogni 100mila abitanti. I dati sono quelli ufficiali pubblicati sui Quaderni della Salute del Ministero nel 2012.

Dati fermi a otto anni fa. Nel periodo successivo è andata ancora peggio: secondo uno studio della Asl di Cecina, condotto dal dottor Claudio Marabotti, tra il 2001 e il 2010, nell’area livornese si sono ammalati di mesotelioma pleurico 7 abitanti (di sesso maschile) ogni 100mila abitanti, tre volte e mezzo la media della Toscana che è di 2,11 casi ogni 100mila.

Molto più che inquietante anche la situazione nella zona di Rosignano Marittimo: 25 i casi riscontrati di mesotelioma dal 1993 al 2008 su una popolazione di circa 30mila abitanti. Anche i questo caso la media è molto più alta di quella nazionale e di quella regionale, con 5 casi ogni 100mila abitanti.

“La zona di Livorno sta soffrendo una vera e propria epidemia a causa di un territorio devastato dall’inquinamento prodotto da diverse industrie chimiche, di produzione di energia e di trasformazione di rifiuti. Dagli stabilimenti della Solvay di Rosignano Marittimo al porto di Livorno: un angolo di Toscana che sta pagando gravi conseguenze in termini di salute”, ha spiegato il presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, l’avvocato Ezio Bonanni, intervenuto all’assemblea pubblica che si è svolta a Rosignano Marittimo.

“L’insorgenza del mesotelioma è solo la punta dell’iceberg: l’amianto infatti è in grado di determinare patologie fibrotiche, tra le quali l’asbestosi, le placche pleuriche, gli ispessimenti pleurici e complicazioni cardiovascolari e cardiocircolatorie, e diverse patologie neoplastiche. Renderemo pubblici questi numeri nel corso della conferenza stampa che terremo a Massa il giorno 05.02.2017 alle ore 09.30”, spiega il presidente dell’Ona, l’avvocato Ezio Bonanni.

I luoghi della strage

La nuova Pignone, la Fibronit, la Ferrloghe, Sanac e cantieri navali, porto di Marina di Carrara e tanti altri per quanto riguarda la provincia di Massa Carrara. Centrali termoelettriche, elettriche, porti, acciaierie, miniere, per quanto riguarda la provincia di Livorno. In occasione dell’assemblea pubblica, ci sarà (domenica 05.3.2017 alle ore 09.30) una conferenza stampa in cui l’Avv. Ezio Bonanni renderà pubblici ulteriori dati circa questa Shoah silenziosa con l’aggiornamento sulle altre patologie.

Le ultime riforme della normativa amianto: prepensionamento per le vittime riconosciute e accesso al fondo per le vittime nei porti. I lavoratori che hanno contratto mesotelioma, tumore polmonare e asbestosi riconosciuti possono accedere al pensionamento anticipato, senza limiti di età e anzianità contributiva, per effetto dell’art. 1, comma 250, L. 232/16. Questa misura è particolarmente importante perché permette ai lavoratori malati di essere collocati immediatamente in pensione a prescindere dall’età e dall’anzianità contributiva e quindi di svincolarsi dalle Forche Gaudine della L. Fornero.
gli eredi dei lavoratori portuali possono ottenere l’accesso al fondo istituito in favore delle vittime con la Legge di stabilità del 2016 (art. 1, comma 278, Legge 04.12.2015, n. 208), con le modalità stabilite dal decreto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali del 27.10.2016.

Il nuovo Fondo per i portuali è stato istituito dalla legge di stabilità 2016 (208/2015), la dotazione prevista è di 10milioni di euro per ciascuno degli anni 2016, 2017 e 2018 – il decreto ministeriale è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 1 del 2 gennaio 2017 -. L’importo della prestazione attribuito a ciascuno degli eredi aventi diritto sarà stabilito ogni anno dall’INAIL, in misura di una quota percentuale uguale per tutti i beneficiari, sulla base delle domande pervenute e dell’ammontare dei risarcimenti stabiliti in sentenza.   Le date delle scadenze sono: Il 18 marzo 2017 per le domande relative al 2016. Il 28 febbraio per le prestazioni del 2017. Il 28 febbraio 2018 la scadenza per le prestazioni del 2018. Per i dettagli rivolgersi allo sportello ONA.

L’ONA ha costituito lo sportello di assistenza online, per tutti i lavoratori esposti e vittime dell’amianto e famigliari.

Il programma
Sabato 4 marzo 2017, ore 19.00
Riunione organizzativa no stop presso la sede ONA di Rosignano Solvay.
Tutti i cittadini possono chiedere di essere singolarmente ricevuti dall’Avv. Ezio Bonanni, che renderà loro qualsiasi chiarimenti richiesto ed eventuali consulenze che si rendessero necessarie.
Per eventuali appuntamenti può essere contattata la Sig.ra Antonella Franchi al numero 328-4648451.

Domenica 5 marzo 2017, ore 09.30
Massa Carrara – Teatro Guglielmi – Piazza del Teatro, 1.

Conferenza stampa per rendere pubblici gli ultimi dati di questa Shoah silenziosa.

A proseguire:
Convegno “Nuove norme in materia di amianto: prepensionamento per i lavoratori riconosciuti e risarcimento per i portuali”.

Interventi istituzionali:
Sindaco del Comune di Massa – Prof. Alessandro Volpi
Rappresentanti dei vari gruppi consiliari

Relatori
Ezio Bonanni – presidente Osservatorio Nazionale Amianto
Prof. Alessandro Volpi – Sindaco di Massa
Dott. Gianluca Festa – medico della USL Nordovest
Rappresentanti di tutte le forze politiche ed istituzionali.
Interventi dei cittadini, delle vittime e dei loro famigliari.

Domenica, 05.03.2017, ore 16.30 in Piombino presso la Sala Ciasa, Via Anne Frank, località San Rocco, 5

Convegno: “Risarcimento dei danni, prepensionamento per gli esposti e nuove norme per il prepensionamento delle vittime e fondo in favore delle vittime portuali”
Verranno affrontati anche i temi legati al rischio amianto presso l’Isola d’Elba e alla necessità di un indennizzo anche a loro favore.

Relatori:
Ezio Bonanni – presidente Osservatorio Nazionale Amianto
Antonella Franchi – coordinamento nazionale ONA Onlus
Tommaso Confortini – ufficio legale ONA Onlus
Interventi dei cittadini, delle vittime e dei loro famigliari

L’associazione ha già istituito lo sportello amianto online:
https://osservatorioamianto.jimdo.com/dipartimento-assistenza-legale/
L’assistenza può essere richiesta in modo gratuito inoltrando una email all’indirizzo osservatorioamianto@gmail.com




EdizioniPiagge: "Salvini a Firenze Libro Aperto? Chiudiamo lo stand"


Cosa c’entra Salvini con i libri? Se lo sono chiesti quelli di EdizioniPiagge quando hanno scoperto che venerdì 17 il segretario della Lega Nord sarebbe stato ospite “a sorpresa” della manifestazione Firenze Libro aperto, dove sarà presente con un proprio stand anche la piccola casa editrice indipendente. E la cosa non gli è andata giù: “La presenza di Salvini all’interno del Festival è negativa, divisiva e assolutamente contrastante con questo evento” hanno scritto, preannunciando che chiuderanno il proprio spazio per tutta la durata della visita dello sgradito ospite.

Non solo, EdizioniPiagge chiede alla direzione del festival di annullare l’evento, perché “non c’è traccia di nessuna “trama culturale” nel dare spazio e visibilità alle pericolose posizioni razziste di Salvini” assolutamente incompatibili “con i valori e i gesti che ispirano da sempre la nostra attività” e invita gli altri espositori a mettere in atto la stessa protesta, rimandando alla presentazione del pomeriggio un approfondimento sui motivi.

Lo stand di EdizioniPiagge è il C16, dove tra le tante pubblicazioni spicca l’ultimo nato “Lessico generazionale. Adulti che si occupano di giovani“, una raccolta di contributi sul tema a cura di Stefano De Martin.

Sono in programma inoltre le presentazioni di due libri:
– Venerdì 17 ore 16, c/o il Caffé Orchidea: “Uno strano amore”, con i curatori Umberto Benedetti e Stefano De Martin. Intervengono don Alessandro Santoro e Maria Cristina Mannocchi.
– Sabato 18 ore 18.00, c/o la Sala Turchese: “Nel bosco dei grandi castagni”, incontro-laboratorio con l’autrice e l’illustratrice Francesca Manuelli e Elisa Marcucci. Per bambini dai 6 agli 11 anni.




Italia-Libia, un accordo vergognoso #apritequellaporta


L’accordo Italia-Libia per chiudere le porte ai migranti è vergognoso, inefficace e inumano. Lo sostiene tra gli altri l’organizzazione Medici per i Diritti Umani MEDU, che ricorda come il governo libico non abbia il pieno controllo del territorio e come la Libia sia “oggi per i migranti un grande campo di concentramento, sfruttamento e tortura gestito da una miriade di milizie, gruppi armati e bande criminali”.

L’unico obiettivo, continua Medu, appare “quello di “fare muro” nel Canale di Sicilia per bloccare gli sbarchi in Italia senza preoccuparsi della sorte di centinaia di migliaia di donne, uomini e bambini destinati a rimanere intrappolati nell’inferno libico”, l’inferno di un paese che non ha neppure sottoscritto la Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951.

Medu svolge attività di cura e ascolto delle persone appena sbarcate in Italia, che vengono assistite nei progetti di riabilitazione delle vittime di tortura in Sicilia e a Roma (vedi ESODI Rotte migratorie dai paesi sub-sahariani verso l’Europa) e raccoglie le loro testimonianze: racconti atroci di percosse, torture, ustioni, minacce, stupri, oltraggi religiosi…

Di fronte a questa tragedia nella tragedia, ha senso cercare di bloccare il flusso inarrestabile di migliaia di individui in fuga da guerra, fame, miseria e catastrofi ambientali?

Una “proposta” alternativa viene da Gabriele Del Grande, da anni osservatore e reporter del fenomeno migratorio con il suo blog Fortress Europe, che sulla sua pagina Facebook la indirizza al capo del governo:

Caro Paolo Gentiloni, avendo passato dieci anni della mia vita a contare i morti lungo la rotta libica, mi permetto di darle un consiglio non richiesto. La rotta va chiusa, concordo. Basta morti, basta miliardi alle mafie libiche e basta miliardi all’assistenzialismo. Tuttavia state andando nella direzione sbagliata.

Arrestate duecentomila persone l’anno a Tripoli, e l’anno dopo ne avrete altrettante diniegate dagli uffici visti delle Ambasciate UE in Africa e pronte a bussare alla porta del contrabbando libico. E se non sarà Tripoli, sarà Izmir o Ceuta. Perché questo è il problema. I visti!

Ormai li rilasciate soltanto ai figli delle élite o a chi ha abbastanza soldi per corrompere un funzionario in ambasciata. E i lavoratori? E gli studenti? E la classe media? A tutti loro non resta che il contrabbando.

E il contrabbando non si sconfigge con gli accordi di polizia. Ci hanno già provato Prodi, Berlusconi e Monti. E l’unico risultato è stato accrescere le sofferenze dei viaggiatori e gli incassi delle mafie.

Il contrabbando, da che mondo è mondo, si sconfigge in un solo modo: legalizzando le merci proibite. In questo caso la merce proibita è il viaggio. Ed è giunta l’ora di legalizzarlo anche per l’Africa, così come avete fatto per l’Est Europa, i Balcani, l’America Latina, l’Asia.

Riscrivete le regole dei visti Schengen. Allentate le maglie. Fatelo gradualmente. Partite con un pacchetto di cinquanta-centomila visti UE all’anno per l’Africa. E se funziona, estendete il programma. Iniziate dai paesi più interessati dalle traversate: Eritrea, Somalia, Etiopia, Nigeria, Ghana, Gambia, Mali, Niger, Senegal, Egitto e Tunisia. Visti di turismo e ricerca lavoro, validi sei mesi in tutta la UE, rinnovabili di altri sei mesi e convertibili in permesso di lavoro dopo un anno senza bisogno di nessuna sanatoria.

Chi oggi investe tre-quattromila euro per il viaggio Lagos-Tripoli-Lampedusa, investirebbe gli stessi soldi per comprare un biglietto aereo, affittarsi una camera e cercare un lavoro. E se non lo trovasse, tornerebbe in patria sapendo che potrebbe ritentare l’anno successivo.

Che poi è esattamente quello che hanno fatto milioni di lavoratori arrivati in Italia dalla Romania, dalla Cina, dalle Filippine, dal Marocco, dall’Albania o dall’Ucraina. È quello che hanno fatto cinque milioni di lavoratori italiani emigrati all’estero. Ed è quello che vogliono fare ognuna delle duecentomila persone che ogni anno emigrano dall’Africa verso l’Europa: rimboccarsi le maniche cercando un’opportunità.

Se un italiano a Londra o un cinese a Milano ce la possono fare da soli, perché un ghanese a Berlino o un congolese a Trieste non possono fare lo stesso?

Tra la repressione in frontiera e l’assistenzialismo in casa, c’è un terzo modello.

È il modello della cittadinanza globale. L’idea che modernità è anche poter scegliere dove inseguire la propria felicità. Ovunque essa sia. Fosse anche una chimera. Sapendo che potrai sempre tornare a casa. Perché c’è una porta girevole.

Per una metà della nostra generazione, quella dei passaporti rossi e blu, è già realtà. Per l’atra metà, quella dei passaporti verdi e neri, è soltanto un miraggio.

Nel mezzo c’è una zona grigia. Anzi una zona colorata. È un incredibile intreccio di fili che legano milioni di nuove famiglie euro-africane, euro-asiatiche, euro-arabe, euro-latine, euro-americane divise a metà da un’idea di confine ormai sorpassata dai fatti.

Inutile ingaggiare la Nato. Il flusso non si può fermare. Si può soltanto governare, dirigendolo verso gli uffici consolari e da lì verso gli aeroporti internazionali. Esattamente come avveniva fino alla fine degli anni Ottanta, prima che l’Europa alzasse i muri dei visti senza capire che l’improvviso aumento dell’immigrazione extra-europea non era dovuta all’eccessiva semplicità di rilascio dei titoli di viaggio, bensì alla globalizzazione.

Noi di quella globalizzazione e di quelle migrazioni siamo i figli. Orgogliosamente nati nelle nuove città-mondo europee e cresciuti viaggiando.

Caro Gentiloni, per una volta, provate a ascoltare anche noi.

#apritequellaporta




USA-Messico, il muro non è un'idea nuova


di Manlio Dinucci da il manifesto

È il 29 settembre 2006, al Senato degli Stati uniti si vota la legge «Secure Fence Act» presentata dall’amministrazione repubblicana di George W. Bush, che stabilisce la costruzione di 1100 km di «barriere fisiche», fortemente presidiate, al confine col Messico per impedire gli «ingressi illegali» di lavoratori messicani.

Dei due senatori democratici dell’Illinois, uno, Richard Durbin, vota «No»; l’altro invece vota «Sì»: il suo nome è Barack Obama, quello che due anni dopo sarà eletto presidente degli Stati uniti. Tra i 26 democratici che votano «Sì», facendo passare la legge, spicca il nome di Hillary Clinton, senatrice dello stato di New York, che due anni dopo diverrà segretaria di stato dell’amministrazione Obama.

Hillary Clinton, nel 2006, è già esperta della barriera anti-migranti, che ha promosso in veste di first lady. È stato infatti il presidente democratico Bill Clinton a iniziarne la costruzione nel 1994. Nel momento in cui entra in vigore il Nafta, l’Accordo di «libero» commercio nord-americano tra Stati uniti, Canada e Messico. Accordo che apre le porte alla libera circolazione di capitali e capitalisti, ma sbarra l’ingresso di lavoratori messicani negli Stati uniti e in Canada.

Il Nafta ha un effetto dirompente in Messico: il suo mercato viene inondato da prodotti agricoli statunitensi e canadesi a basso prezzo (grazie alle sovvenzioni statali), provocando il crollo della produzione agricola con devastanti effetti sociali per la popolazione rurale. Si crea in tal modo un bacino di manodopera a basso prezzo, che viene reclutata nelle maquiladoras: migliaia di stabilimenti industriali lungo la linea di confine in territorio messicano, posseduti o controllati per lo più da società statunitensi che, grazie al regime di esenzione fiscale, vi esportano semilavorati o componenti da assemblare, reimportando negli Usa i prodotti finiti da cui ricavano profitti molto più alti grazie al costo molto più basso della manodopera messicana e ad altre agevolazioni.

Nelle maquiladoras lavorano soprattutto ragazze e giovani donne. I turni sono massacranti, il nocivo altissimo, i salari molto bassi, i diritti sindacali praticamente inesistenti. La diffusa povertà, il traffico di droga, la prostituzione, la dilagante criminalità rendono estremamente degradata la vita in queste zone. Basti ricordare Ciudad Juárez, alla frontiera con il Texas, divenuta tristemente famosa per gli innumerevoli omicidi di giovani donne, per lo più operaie delle maquiladoras.

Questa è la realtà al di là del muro: quello iniziato dal democratico Clinton, proseguito dal repubblicano Bush, rafforzato dal democratico Obama, lo stesso che il repubblicano Trump vuole completare su tutti i 3000 km di confine.

Ciò spiega perché tanti messicani rischiano la vita (sono migliaia i morti) per entrare negli Stati uniti, dove possono guadagnare di più, lavorando al nero a beneficio di altri sfruttatori. Attraversare il confine è come andare in guerra, per sfuggire agli elicotteri e ai droni, alle barriere di filo spinato, alle pattuglie armate (molte formate da veterani delle guerre in Iraq e Afghanistan), che vengono addestrate dai militari con le tecniche usate nei teatri bellici.

Emblematico il fatto che, per costruire alcuni tratti della barriera col Messico, l’amministrazione democratica Clinton usò negli anni Novanta le piattaforme metalliche delle piste da cui erano decollati gli aerei per bombardare l’Iraq nella prima guerra del Golfo, fatta dall’amministrazione repubblicana di George H.W. Bush. Utilizzando i materiali delle guerre successive, si può sicuramente completare la barriera bipartisan.