"Voglio fare il sarto", un progetto da sostenere


Samba, Youssif, Kajally e Ousman sono quattro giovani africani, sbarcati in Italia molti mesi fa e da allora “ospiti” di centri di accoglienza. Hanno fatto domanda di asilo, ma ci vorrà molto tempo prima che ne conoscano l’esito, prima di sapere se potranno costruirsi un futuro nel nostro paese o dovranno invece tornare indietro. In questo lungo limbo di inattività e incertezza che li attende, per loro come per centinaia di altri profughi “il rischio maggiore è quello di smarrire il senso e l’obiettivo del viaggio, di non riconoscersi più come persone dotate di talenti e capacità”.

Ne è convinta Maria Cristina Manca, antropologa, stilista, attivista con Medici Senza Frontiere, che ha cucito insieme le sue tante passioni per creare Waxmore, ditta artigianale e laboratorio di sartoria a Firenze. E si è inventata un corso di formazione di moda, taglio e cucito per richiedenti asilo dove si imparano le tecniche italiane, i termini, l’uso dei cartamodelli, ma anche a capire le tendenze moda e sviluppare la propria creatività. Insomma tutto ciò che un domani potrà essere utile per lavorare come sarti, qui o altrove.

“Sono 800 ore tra teoria e pratica, in tutto 6 mesi di un percorso impegnativo che i ragazzi stanno affrontando con entusiasmo – racconta Maria Cristina. Abbiamo iniziato a febbraio dopo una selezione degli aspiranti, dando la precedenza a chi aveva già delle nozioni di base e conosceva discretamente la lingua italiana. Tre su quattro erano già sarti al loro paese, dove si lavora in modo molto diverso, “espresso”: al mercato si sceglie la pezza tra le tante presenti, tutte diverse, poi si va al banco del sarto e si ordina l’abito, che in poche ore viene tagliato e cucito, senza modello”.

Così, tre giorni alla settimana e due sabati al mese, Samba, Youssif, Kajally e Ousman prendono treno e autobus per passare la giornata nel laboratorio Waxmore. Il nome nasce dall’unione della parola “wax”, che indica i tipici tessuti africani con disegni coloratissimi, e “more”, ovvero di più. Infatti le creazioni Waxmore mescolano tessuti italiani a tinta unita e tessuti wax per tornare a un concetto di unicità: unico il capo (come lo è la stoffa utilizzata), uniche le mani che lo lavorano, unico il progetto e unico chi lo indossa, con il proprio e personale stile.

Finora Maria Cristina ha fatto tutto da sola, ma da qualche giorno è attivo su Eppela un crowdfunding per sostenere i costi del progetto – materiali, macchine da cucire, docenti, spese generali. “Solo con il supporto di donazioni private sarà possibile concretizzare le altre idee che abbiamo, come la collaborazione con il liceo artistico di Montemurlo o con il Museo del Tessuto di Prato. Se raggiungiamo la prima tappa di 5mila euro, gli altri 5mila li metterà la Fondazione Il cuore si scioglie”.

Fino al 22 aprile è possibile contribuire con una donazione per sostenere il progetto “Voglio fare il sarto” e aggiudicarsi una delle colorate “ricompense” Waxmore.

www.eppela.com/vogliofareilsarto

(c.s.)




Amianto in Toscana: l'impatto nella due giorni dell'Osservatorio nazionale


Centrali idroelettriche, porti, Marina Militare: il punto sull’emergenza ambientale amianto. L’Osservatorio Nazionale Amianto organizza due giorni di dibattiti, convegni, tavoli tecnici tra Massa e Piombino per discutere dell’emergenza amianto in Toscana. Una maratona dell’Osservatorio Nazionale Amianto che tocca da Firenze, con le scuole con presenza di materiali in amianto, le centrali termoelettriche, con le loro emissioni e con l’amianto un tempo massicciamente presente, fino ai porti, da quello di Livorno e quello di Marina di Carrara, fino all’amianto nell’Isola d’Elba. Tutte le principali città della Toscana stanno pagando a caro prezzo, in termini di inquinamento e salute, politiche ambientali e produttive sbagliate.

Da sabato 4 marzo fino alla sera della domenica 5, esperti, studiosi, medici, avvocati, rappresentanti istituzionali si confronteranno sul tema dell’ambiente e, in particolare, sulla questione amianto. L’Avv. Ezio Bonanni renderà pubblici i dati raccolti dai volontari dell’ONA che testimoniano di una vera e propria emergenza sanitaria per un aumentato numero di casi di queste patologie.

I dati epidemiologici delle zone più “calde” della Toscana indicano il rischio di una futura pandemia. Qual è il nesso tra esposizione all’amianto e patologie asbesto correlate? Quali sono i rischi per la popolazione? Come attuare politiche per uno sviluppo più sostenibile del territorio? E quali sono le modalità per ottenere i benefici previdenziali e il risarcimento dei danni?

Durante gli incontri verranno resi noti gli ultimi dati epidemiologici a disposizione e si farà il punto sulle principali inchiesta giudiziarie in corso nelle Procure toscane: dai numerosi esposti per amianto presente nelle scuole e nelle condutture anche dell’acqua potabile, fino ai porti (a Livorno come a Marina di Carrara), anche nelle centrali geotermoelettriche (a Larderello come sul Monte Amiata). Tutta la Toscana è contaminata, fino all’Isola d’Elba. Sarà presente l’Avv. Ezio Bonanni.

Durante il convegno in programma a Massa verrà presentato il neonato Comitato Ona di Massa Carrara, che abbraccerà lo sguardo anche al territorio di Viareggio e in particolare con riferimento agli addetti del Porto.

L’Ona ha ritenuto di rafforzare la sua presenza su un territorio che sta pagando un prezzo altissimo in termini di salute e inquinamento ambientale. Massa Carrara è al terzo posto in Toscana per numero di morti per mesotelioma, il secondo se si tiene conto della densità abitativa. Infatti, nei 12 anni che vanno dal 1988 al 2010, si sono registrati 133 casi di mesotelioma. 300 quelli registrati nella provincia di Livorno e 242 nella provincia di Firenze (che però conta un milione di abitanti, rispetto ai 200.000 della provincia apuana). Quindi in proporzione, siccome la provincia di Firenze è 5 volte più popolosa della provincia apuana ed è almeno 13 volte più popolosa della città di Massa Carrara, è evidente che avere circa il 60% dei casi di Firenze costituisce la prova di una vera e propria emergenza ambientale (e quindi l’incidenza di casi di mesotelioma è del 500% rispetto alla provincia di Firenze).

Tali dati sono peraltro confermati nello studio ISPO del 2011 e quindi Massa Carrara è al secondo posto in questa macabra contabilità che vede invece al primo posto la provincia di Livorno. La zona di Livorno è la ventisettesima città in Italia per numero di malati e di morti da amianto. Sei casi ogni 100mila abitanti contro una media nazionale di 2 casi ogni 100mila abitanti. I dati sono quelli ufficiali pubblicati sui Quaderni della Salute del Ministero nel 2012.

Dati fermi a otto anni fa. Nel periodo successivo è andata ancora peggio: secondo uno studio della Asl di Cecina, condotto dal dottor Claudio Marabotti, tra il 2001 e il 2010, nell’area livornese si sono ammalati di mesotelioma pleurico 7 abitanti (di sesso maschile) ogni 100mila abitanti, tre volte e mezzo la media della Toscana che è di 2,11 casi ogni 100mila.

Molto più che inquietante anche la situazione nella zona di Rosignano Marittimo: 25 i casi riscontrati di mesotelioma dal 1993 al 2008 su una popolazione di circa 30mila abitanti. Anche i questo caso la media è molto più alta di quella nazionale e di quella regionale, con 5 casi ogni 100mila abitanti.

“La zona di Livorno sta soffrendo una vera e propria epidemia a causa di un territorio devastato dall’inquinamento prodotto da diverse industrie chimiche, di produzione di energia e di trasformazione di rifiuti. Dagli stabilimenti della Solvay di Rosignano Marittimo al porto di Livorno: un angolo di Toscana che sta pagando gravi conseguenze in termini di salute”, ha spiegato il presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, l’avvocato Ezio Bonanni, intervenuto all’assemblea pubblica che si è svolta a Rosignano Marittimo.

“L’insorgenza del mesotelioma è solo la punta dell’iceberg: l’amianto infatti è in grado di determinare patologie fibrotiche, tra le quali l’asbestosi, le placche pleuriche, gli ispessimenti pleurici e complicazioni cardiovascolari e cardiocircolatorie, e diverse patologie neoplastiche. Renderemo pubblici questi numeri nel corso della conferenza stampa che terremo a Massa il giorno 05.02.2017 alle ore 09.30”, spiega il presidente dell’Ona, l’avvocato Ezio Bonanni.

I luoghi della strage

La nuova Pignone, la Fibronit, la Ferrloghe, Sanac e cantieri navali, porto di Marina di Carrara e tanti altri per quanto riguarda la provincia di Massa Carrara. Centrali termoelettriche, elettriche, porti, acciaierie, miniere, per quanto riguarda la provincia di Livorno. In occasione dell’assemblea pubblica, ci sarà (domenica 05.3.2017 alle ore 09.30) una conferenza stampa in cui l’Avv. Ezio Bonanni renderà pubblici ulteriori dati circa questa Shoah silenziosa con l’aggiornamento sulle altre patologie.

Le ultime riforme della normativa amianto: prepensionamento per le vittime riconosciute e accesso al fondo per le vittime nei porti. I lavoratori che hanno contratto mesotelioma, tumore polmonare e asbestosi riconosciuti possono accedere al pensionamento anticipato, senza limiti di età e anzianità contributiva, per effetto dell’art. 1, comma 250, L. 232/16. Questa misura è particolarmente importante perché permette ai lavoratori malati di essere collocati immediatamente in pensione a prescindere dall’età e dall’anzianità contributiva e quindi di svincolarsi dalle Forche Gaudine della L. Fornero.
gli eredi dei lavoratori portuali possono ottenere l’accesso al fondo istituito in favore delle vittime con la Legge di stabilità del 2016 (art. 1, comma 278, Legge 04.12.2015, n. 208), con le modalità stabilite dal decreto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali del 27.10.2016.

Il nuovo Fondo per i portuali è stato istituito dalla legge di stabilità 2016 (208/2015), la dotazione prevista è di 10milioni di euro per ciascuno degli anni 2016, 2017 e 2018 – il decreto ministeriale è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 1 del 2 gennaio 2017 -. L’importo della prestazione attribuito a ciascuno degli eredi aventi diritto sarà stabilito ogni anno dall’INAIL, in misura di una quota percentuale uguale per tutti i beneficiari, sulla base delle domande pervenute e dell’ammontare dei risarcimenti stabiliti in sentenza.   Le date delle scadenze sono: Il 18 marzo 2017 per le domande relative al 2016. Il 28 febbraio per le prestazioni del 2017. Il 28 febbraio 2018 la scadenza per le prestazioni del 2018. Per i dettagli rivolgersi allo sportello ONA.

L’ONA ha costituito lo sportello di assistenza online, per tutti i lavoratori esposti e vittime dell’amianto e famigliari.

Il programma
Sabato 4 marzo 2017, ore 19.00
Riunione organizzativa no stop presso la sede ONA di Rosignano Solvay.
Tutti i cittadini possono chiedere di essere singolarmente ricevuti dall’Avv. Ezio Bonanni, che renderà loro qualsiasi chiarimenti richiesto ed eventuali consulenze che si rendessero necessarie.
Per eventuali appuntamenti può essere contattata la Sig.ra Antonella Franchi al numero 328-4648451.

Domenica 5 marzo 2017, ore 09.30
Massa Carrara – Teatro Guglielmi – Piazza del Teatro, 1.

Conferenza stampa per rendere pubblici gli ultimi dati di questa Shoah silenziosa.

A proseguire:
Convegno “Nuove norme in materia di amianto: prepensionamento per i lavoratori riconosciuti e risarcimento per i portuali”.

Interventi istituzionali:
Sindaco del Comune di Massa – Prof. Alessandro Volpi
Rappresentanti dei vari gruppi consiliari

Relatori
Ezio Bonanni – presidente Osservatorio Nazionale Amianto
Prof. Alessandro Volpi – Sindaco di Massa
Dott. Gianluca Festa – medico della USL Nordovest
Rappresentanti di tutte le forze politiche ed istituzionali.
Interventi dei cittadini, delle vittime e dei loro famigliari.

Domenica, 05.03.2017, ore 16.30 in Piombino presso la Sala Ciasa, Via Anne Frank, località San Rocco, 5

Convegno: “Risarcimento dei danni, prepensionamento per gli esposti e nuove norme per il prepensionamento delle vittime e fondo in favore delle vittime portuali”
Verranno affrontati anche i temi legati al rischio amianto presso l’Isola d’Elba e alla necessità di un indennizzo anche a loro favore.

Relatori:
Ezio Bonanni – presidente Osservatorio Nazionale Amianto
Antonella Franchi – coordinamento nazionale ONA Onlus
Tommaso Confortini – ufficio legale ONA Onlus
Interventi dei cittadini, delle vittime e dei loro famigliari

L’associazione ha già istituito lo sportello amianto online:
https://osservatorioamianto.jimdo.com/dipartimento-assistenza-legale/
L’assistenza può essere richiesta in modo gratuito inoltrando una email all’indirizzo osservatorioamianto@gmail.com




EdizioniPiagge: "Salvini a Firenze Libro Aperto? Chiudiamo lo stand"


Cosa c’entra Salvini con i libri? Se lo sono chiesti quelli di EdizioniPiagge quando hanno scoperto che venerdì 17 il segretario della Lega Nord sarebbe stato ospite “a sorpresa” della manifestazione Firenze Libro aperto, dove sarà presente con un proprio stand anche la piccola casa editrice indipendente. E la cosa non gli è andata giù: “La presenza di Salvini all’interno del Festival è negativa, divisiva e assolutamente contrastante con questo evento” hanno scritto, preannunciando che chiuderanno il proprio spazio per tutta la durata della visita dello sgradito ospite.

Non solo, EdizioniPiagge chiede alla direzione del festival di annullare l’evento, perché “non c’è traccia di nessuna “trama culturale” nel dare spazio e visibilità alle pericolose posizioni razziste di Salvini” assolutamente incompatibili “con i valori e i gesti che ispirano da sempre la nostra attività” e invita gli altri espositori a mettere in atto la stessa protesta, rimandando alla presentazione del pomeriggio un approfondimento sui motivi.

Lo stand di EdizioniPiagge è il C16, dove tra le tante pubblicazioni spicca l’ultimo nato “Lessico generazionale. Adulti che si occupano di giovani“, una raccolta di contributi sul tema a cura di Stefano De Martin.

Sono in programma inoltre le presentazioni di due libri:
– Venerdì 17 ore 16, c/o il Caffé Orchidea: “Uno strano amore”, con i curatori Umberto Benedetti e Stefano De Martin. Intervengono don Alessandro Santoro e Maria Cristina Mannocchi.
– Sabato 18 ore 18.00, c/o la Sala Turchese: “Nel bosco dei grandi castagni”, incontro-laboratorio con l’autrice e l’illustratrice Francesca Manuelli e Elisa Marcucci. Per bambini dai 6 agli 11 anni.




Italia-Libia, un accordo vergognoso #apritequellaporta


L’accordo Italia-Libia per chiudere le porte ai migranti è vergognoso, inefficace e inumano. Lo sostiene tra gli altri l’organizzazione Medici per i Diritti Umani MEDU, che ricorda come il governo libico non abbia il pieno controllo del territorio e come la Libia sia “oggi per i migranti un grande campo di concentramento, sfruttamento e tortura gestito da una miriade di milizie, gruppi armati e bande criminali”.

L’unico obiettivo, continua Medu, appare “quello di “fare muro” nel Canale di Sicilia per bloccare gli sbarchi in Italia senza preoccuparsi della sorte di centinaia di migliaia di donne, uomini e bambini destinati a rimanere intrappolati nell’inferno libico”, l’inferno di un paese che non ha neppure sottoscritto la Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951.

Medu svolge attività di cura e ascolto delle persone appena sbarcate in Italia, che vengono assistite nei progetti di riabilitazione delle vittime di tortura in Sicilia e a Roma (vedi ESODI Rotte migratorie dai paesi sub-sahariani verso l’Europa) e raccoglie le loro testimonianze: racconti atroci di percosse, torture, ustioni, minacce, stupri, oltraggi religiosi…

Di fronte a questa tragedia nella tragedia, ha senso cercare di bloccare il flusso inarrestabile di migliaia di individui in fuga da guerra, fame, miseria e catastrofi ambientali?

Una “proposta” alternativa viene da Gabriele Del Grande, da anni osservatore e reporter del fenomeno migratorio con il suo blog Fortress Europe, che sulla sua pagina Facebook la indirizza al capo del governo:

Caro Paolo Gentiloni, avendo passato dieci anni della mia vita a contare i morti lungo la rotta libica, mi permetto di darle un consiglio non richiesto. La rotta va chiusa, concordo. Basta morti, basta miliardi alle mafie libiche e basta miliardi all’assistenzialismo. Tuttavia state andando nella direzione sbagliata.

Arrestate duecentomila persone l’anno a Tripoli, e l’anno dopo ne avrete altrettante diniegate dagli uffici visti delle Ambasciate UE in Africa e pronte a bussare alla porta del contrabbando libico. E se non sarà Tripoli, sarà Izmir o Ceuta. Perché questo è il problema. I visti!

Ormai li rilasciate soltanto ai figli delle élite o a chi ha abbastanza soldi per corrompere un funzionario in ambasciata. E i lavoratori? E gli studenti? E la classe media? A tutti loro non resta che il contrabbando.

E il contrabbando non si sconfigge con gli accordi di polizia. Ci hanno già provato Prodi, Berlusconi e Monti. E l’unico risultato è stato accrescere le sofferenze dei viaggiatori e gli incassi delle mafie.

Il contrabbando, da che mondo è mondo, si sconfigge in un solo modo: legalizzando le merci proibite. In questo caso la merce proibita è il viaggio. Ed è giunta l’ora di legalizzarlo anche per l’Africa, così come avete fatto per l’Est Europa, i Balcani, l’America Latina, l’Asia.

Riscrivete le regole dei visti Schengen. Allentate le maglie. Fatelo gradualmente. Partite con un pacchetto di cinquanta-centomila visti UE all’anno per l’Africa. E se funziona, estendete il programma. Iniziate dai paesi più interessati dalle traversate: Eritrea, Somalia, Etiopia, Nigeria, Ghana, Gambia, Mali, Niger, Senegal, Egitto e Tunisia. Visti di turismo e ricerca lavoro, validi sei mesi in tutta la UE, rinnovabili di altri sei mesi e convertibili in permesso di lavoro dopo un anno senza bisogno di nessuna sanatoria.

Chi oggi investe tre-quattromila euro per il viaggio Lagos-Tripoli-Lampedusa, investirebbe gli stessi soldi per comprare un biglietto aereo, affittarsi una camera e cercare un lavoro. E se non lo trovasse, tornerebbe in patria sapendo che potrebbe ritentare l’anno successivo.

Che poi è esattamente quello che hanno fatto milioni di lavoratori arrivati in Italia dalla Romania, dalla Cina, dalle Filippine, dal Marocco, dall’Albania o dall’Ucraina. È quello che hanno fatto cinque milioni di lavoratori italiani emigrati all’estero. Ed è quello che vogliono fare ognuna delle duecentomila persone che ogni anno emigrano dall’Africa verso l’Europa: rimboccarsi le maniche cercando un’opportunità.

Se un italiano a Londra o un cinese a Milano ce la possono fare da soli, perché un ghanese a Berlino o un congolese a Trieste non possono fare lo stesso?

Tra la repressione in frontiera e l’assistenzialismo in casa, c’è un terzo modello.

È il modello della cittadinanza globale. L’idea che modernità è anche poter scegliere dove inseguire la propria felicità. Ovunque essa sia. Fosse anche una chimera. Sapendo che potrai sempre tornare a casa. Perché c’è una porta girevole.

Per una metà della nostra generazione, quella dei passaporti rossi e blu, è già realtà. Per l’atra metà, quella dei passaporti verdi e neri, è soltanto un miraggio.

Nel mezzo c’è una zona grigia. Anzi una zona colorata. È un incredibile intreccio di fili che legano milioni di nuove famiglie euro-africane, euro-asiatiche, euro-arabe, euro-latine, euro-americane divise a metà da un’idea di confine ormai sorpassata dai fatti.

Inutile ingaggiare la Nato. Il flusso non si può fermare. Si può soltanto governare, dirigendolo verso gli uffici consolari e da lì verso gli aeroporti internazionali. Esattamente come avveniva fino alla fine degli anni Ottanta, prima che l’Europa alzasse i muri dei visti senza capire che l’improvviso aumento dell’immigrazione extra-europea non era dovuta all’eccessiva semplicità di rilascio dei titoli di viaggio, bensì alla globalizzazione.

Noi di quella globalizzazione e di quelle migrazioni siamo i figli. Orgogliosamente nati nelle nuove città-mondo europee e cresciuti viaggiando.

Caro Gentiloni, per una volta, provate a ascoltare anche noi.

#apritequellaporta




USA-Messico, il muro non è un'idea nuova


di Manlio Dinucci da il manifesto

È il 29 settembre 2006, al Senato degli Stati uniti si vota la legge «Secure Fence Act» presentata dall’amministrazione repubblicana di George W. Bush, che stabilisce la costruzione di 1100 km di «barriere fisiche», fortemente presidiate, al confine col Messico per impedire gli «ingressi illegali» di lavoratori messicani.

Dei due senatori democratici dell’Illinois, uno, Richard Durbin, vota «No»; l’altro invece vota «Sì»: il suo nome è Barack Obama, quello che due anni dopo sarà eletto presidente degli Stati uniti. Tra i 26 democratici che votano «Sì», facendo passare la legge, spicca il nome di Hillary Clinton, senatrice dello stato di New York, che due anni dopo diverrà segretaria di stato dell’amministrazione Obama.

Hillary Clinton, nel 2006, è già esperta della barriera anti-migranti, che ha promosso in veste di first lady. È stato infatti il presidente democratico Bill Clinton a iniziarne la costruzione nel 1994. Nel momento in cui entra in vigore il Nafta, l’Accordo di «libero» commercio nord-americano tra Stati uniti, Canada e Messico. Accordo che apre le porte alla libera circolazione di capitali e capitalisti, ma sbarra l’ingresso di lavoratori messicani negli Stati uniti e in Canada.

Il Nafta ha un effetto dirompente in Messico: il suo mercato viene inondato da prodotti agricoli statunitensi e canadesi a basso prezzo (grazie alle sovvenzioni statali), provocando il crollo della produzione agricola con devastanti effetti sociali per la popolazione rurale. Si crea in tal modo un bacino di manodopera a basso prezzo, che viene reclutata nelle maquiladoras: migliaia di stabilimenti industriali lungo la linea di confine in territorio messicano, posseduti o controllati per lo più da società statunitensi che, grazie al regime di esenzione fiscale, vi esportano semilavorati o componenti da assemblare, reimportando negli Usa i prodotti finiti da cui ricavano profitti molto più alti grazie al costo molto più basso della manodopera messicana e ad altre agevolazioni.

Nelle maquiladoras lavorano soprattutto ragazze e giovani donne. I turni sono massacranti, il nocivo altissimo, i salari molto bassi, i diritti sindacali praticamente inesistenti. La diffusa povertà, il traffico di droga, la prostituzione, la dilagante criminalità rendono estremamente degradata la vita in queste zone. Basti ricordare Ciudad Juárez, alla frontiera con il Texas, divenuta tristemente famosa per gli innumerevoli omicidi di giovani donne, per lo più operaie delle maquiladoras.

Questa è la realtà al di là del muro: quello iniziato dal democratico Clinton, proseguito dal repubblicano Bush, rafforzato dal democratico Obama, lo stesso che il repubblicano Trump vuole completare su tutti i 3000 km di confine.

Ciò spiega perché tanti messicani rischiano la vita (sono migliaia i morti) per entrare negli Stati uniti, dove possono guadagnare di più, lavorando al nero a beneficio di altri sfruttatori. Attraversare il confine è come andare in guerra, per sfuggire agli elicotteri e ai droni, alle barriere di filo spinato, alle pattuglie armate (molte formate da veterani delle guerre in Iraq e Afghanistan), che vengono addestrate dai militari con le tecniche usate nei teatri bellici.

Emblematico il fatto che, per costruire alcuni tratti della barriera col Messico, l’amministrazione democratica Clinton usò negli anni Novanta le piattaforme metalliche delle piste da cui erano decollati gli aerei per bombardare l’Iraq nella prima guerra del Golfo, fatta dall’amministrazione repubblicana di George H.W. Bush. Utilizzando i materiali delle guerre successive, si può sicuramente completare la barriera bipartisan.




Profughi somali, punto e a capo: si rioccupa.


Nuova occupazione dei rifugiati somali questa mattina a Firenze. Con il supporto del Movimento lotta per la casa, larga parte degli sfollati dal magazzino di Sesto ha preso possesso stamani di uno stabile in disuso, di proprietà della Curia, da alcuni anni in vendita con progetto di essere trasformato in appartamenti.

“Si tratta di un ex convitto dei Gesuiti dove manca ovviamente tutto – ci ha detto Luca del Movimento – per cui facciamo appello alla solidarietà dei cittadini perché portino materassi, coperte, vestiti, cibo. Non tutto quello che era stato distribuito al Palazzetto a Sesto potrà essere recuperato”.

L’occupazione di oggi è la conseguenza del rifiuto collettivo del “piano di accoglienza” proposto dalle istituzioni. Un piano tutt’altro che organico, che raggranellava manciate di posti letto sparsi sul territorio, spesso tolti a quelli dell’emergenza freddo, garantendo un tetto sulla testa solo dalle 20 alle 7 e solo fino a marzo. Questa proposta non ha convinto i profughi, che oggi ribadiscono il loro “rifiuto di vivere nella precarietà di un’emergenza permanente”, che avrebbero espresso anche sabato alla riunione del Comitato per l’ordine e la sicurezza, se invece che manganellati fossero stati ricevuti. Parliamo di persone regolarmente soggiornanti, da anni nel nostro paese, che però, come tanti italiani, non hanno un lavoro stabile e uno stipendio tale da permettersi un affitto di mercato.

“Decine di immobili sono inutilizzati in questa città – si legge nel loro comunicato – chiediamo che le istituzioni regolarizzino la nostra permanenza qua o in un luogo analogo, in cui poter abitare stabilmente, senza scadenze e senza il ricatto degli sgomberi e dell’art. 5 (l’articolo del Piano Casa che impedisce di prendere la residenza in un immobile occupato abusivamente, n.d.r.)”.

In effetti, come ricordato di recente dall’urbanista Ilaria Agostini su La città invisibile “Molti edifici nati in funzione dell’accoglienza si trovano ora in stato di abbandono. Così le caserme, vuote o in vendita, naturalmente attrezzate (e già pronte) per l’accoglienza provvisoria, pur di altra ascendenza: caserma Baldissera; ex Ospedale militare in via San Gallo (16.200 mq); Accademia di Sanità militare in via Tripoli; Scuola di Sanità militare nell’ex convento del Maglio; Caserma Cavalli in piazza del Cestello; Dogana in via Valfonda” senza dimenticare poi “il complesso di Sant’Orsola (di proprietà della Città metropolitana) che potrebbe risultare – per posizione, per volumi, per lo stato dei lavori di consolidamento già effettuati, per natura proprietaria – un’ubicazione preferenziale per l’ospitalità di rifugiati, richiedenti asilo, senza tetto e profughi, che si lasciano alle spalle guerre e paura”.

E che dire delle tante proprietà della Curia, come l’edificio appena occupato, destinato a scopi di lucro e non certo di accoglienza, a dispetto dei tanti appelli papali?

Invece, malgrado questa montagna di metri cubi vuoti da decenni e un’emergenza casa ormai permanente, persino dopo una tragedia si continuano a proporre soluzioni tampone, spesso intrecciate al business dell’accoglienza.

Non dimentichiamo che a pochi passi dall’edificio occupato oggi, in zona Piazza della Libertà, c’è un altro ex magazzino abbandonato dove vivono in condizioni indicibili 50 cittadini somali. Fino alla prossima “disgrazia”?

c.s.




La morte di Alì e quei profughi dimenticati


Ieri notte a Sesto Fiorentino è morto un uomo, ​​​Ali Moussa. Viveva, sopravviveva, in un capannone abbandonato, con altri cento rifugiati, quando nella struttura è scoppiato un incendio. Ali è morto perché ha cercato di salvare i propri documenti, che gli servivano per sperare un giorno di ricongiungersi alla famiglia. Oggi i superstiti sono in mezzo a una strada, o nella tendopoli allestita d’urgenza, perché da anni nessuno trova soluzioni per loro. Anzi, sono stati sgomberati prima e poi lasciati senza luce in quel capannone dove Alì ha trovato la morte.

Commenta così questa tragedia Jacopo, un operatore sociale: “Conoscevo Ali, era stato nel centro dove lavoro. È morto per salvare i documenti. Quelle carte che ottenute valgono come oro, anche se nella realtà ti garantiscono solo il diritto di respirare e niente più. È rientrato nel rogo per cercarle e li si è perso anche lui. Aveva più degli anni che dicevano i suoi documenti. Perché la giovinezza è un valore assoluto in occidente e se sei vecchio nessuno ti vuole, nessuno ti sfrutterà mai a dovere. Parlava male italiano Ali, a volte lo prendevo un po’ in giro e lui rideva col suo dentone d’oro retaggio di un mondo che non c’è più. Vissuto e cresciuto con la guerra, con cannonate, pallottole, ferite, malattie e roghi. Un rogo se l’è portato via. Nel gelo italiano di un capannone di Aiazzone “Provare per credere”. Ali ci ha creduto e provato a modo suo. La Somalia prima e l’Europa poi lo hanno abbandonato. La vita dei disperati non conta, non è remunerativa. La lotta di classe è molto molto attuale”.

Comunicato Movimento di lotta per la casa
​​​Alì Moussa, rifugiato politico somalo, è morto durante l’incendio dell’ex-Aiazzone.
Si era salvato dalle fiamme che hanno distrutto la struttura, ma poi ha deciso di rientrare dentro. Non era pazzo. E’ rientrato perchè voleva portare in salvo i suoi documenti. Quei pezzi di carta a cui la vita di ogni migrante è appesa. Pezzi di carta da sudare per ottenere il proprio diritto ad esistere qui in Italia.
Alì Moussa è stato ucciso dalle leggi dello Stato Italiano, dagli arbitrari ritardi e dinieghi delle questure, dal ricatto continuo che viene esercitato nei confronti dei migranti attraverso la minaccia della clandestinità. Noi questo non lo dimenticheremo.
La stampa aspettava un morto per accorgersi di come sono costretti a vivere nella tanto decantata “culla del rinascimento” i rifiugiati. La stampa può pure fingere di non sapere. Ma le istituzioni no. Queste sanno benissimo da due anni che all’interno dell’ex-mobilificio, in condizioni più che precarie, vivevano più di cento richiedenti asilo somali. Gli stessi che hanno sgomberato dall’occupazione di via Slataper. Gli stessi che hanno rimandato in mezzo ad una strada dopo i soliti tre mesi di “progetto”.
Ali Moussa è stato ucciso da un sistema dell’accoglienza finalizzato ad arricchire le cooperative che lo gestiscono. Che l’unica “integrazione” che offre è quella del lavoro gratuito per i profughi tanto sponsorizzato dal “socialista” (!) Enrico Rossi. Un sistema che usa-e-getta i migranti, come ha fatto con Ali Moussa. Noi questo non lo dimenticheremo.
In due anni, le istituzioni si sono ricordate dei rifugiati dell’ex-aiazzone solo quando si è trattato di portare operai, ruspe e reparti di polizia in assetto anti-sommossa per sabotare l’allaccio dell’energia elettrica degli occupanti. Per rendere ancora più precaria (e pericolosa) la fornitura, oltre che la vita degli abitanti. Noi questo non lo dimenticheremo.
Alì Moussa è stato ucciso da uno Stato – quello dell’art.5 e degli sgomberi – che ha deciso di fare la guerra a chi è costretto ad occupare invece di fare quello che dovrebbe: garantire una casa e una vita dignitosa a tutti.
Un uomo è morto, come nessuno mai dovrebbe morire. Da parte nostra tanta tristezza, indignazione rabbia. Altrettanta la convinzione che sono questi i momenti in cui c’è bisogno di schierarsi.
Perchè non accada mai più.
Movimento di Lotta per la Casa




Canto di Natale alle Piagge


Un canto di Natale di uomini e di donne, di popoli, di lingue diverse, che si alza sui drammi di un’umanità dolente ma lascia intravedere l’avvento di una festa possibile: è la descrizione del concerto solidale che si svolgerà venerdì 16 dicembre alle Piagge. Si esibirà il coro L’altrocanto, nato nel 2003 con l’intento di ridare bellezza al canto popolare, che conta più di 40 membri e vari strumenti acustici. Il coro è diretto da Stefano Corsi, membro dei Whisky Trail.

La serata è un’ottima occasione per conoscere la Comunità delle Piagge e le tante attività che svolge nel quartiere, e magari per acquistare qualche regalo nella bottega EquAzione, come l’EquAgenda o i libri di Edizioni Piagge o i tanti prodotti artigianali ed equosolidali.

Per gli acquisti ci sarà anche il giorno dopo il Mercato di Natale, dal mattino al tramonto davanti al Centro sociale Il Pozzo, in Piazza Alpi e Hrovatin. Tutto il ricavato serve a sostenere i progetti della Comunità.




Il test (e il guanto). L'AIDS esiste ancora


Oggi 1° dicembre è la Giornata mondiale contro l’AIDS. L’Aids, la sindrome di immunodeficienza acquisita causata dal virus HIV di cui si parlava tanto negli anni Ottanta, e adesso molto meno, non è stata estirpata. L’Africa è oggi il paese più colpito, ma l’Europa non sta ancora bene, e nemmeno l’Italia. Nel 2015 ci sono state 3500 nuove diagnosi, e molte di queste persone non avevano idea di essere malate. Non avevano fatto il test, che invece è importante per iniziare presto una terapia. Oggi infatti ci sono farmaci efficaci, e ci si può curare, ma non guarire: la malattia rimane, cronicizza. Oltre al test quindi è sempre molto importante prevenire il contagio, per esempio usando il preservativo.

Riccardo Naldini ha postato su Facebook un suo video che qualche anno fa ha vinto il primo premio al Queer Festival di Firenze. Non lo conoscevamo, ci sembra molto efficace, così lo rilanciamo qui.

https://www.youtube.com/watch?v=nVyhOC0ySh0&sns=fb&app=desktop




2 dicembre, alle Piagge ci liberiamo dall'ergastolo


Venerdì 2 Dicembre alle ore 18 alla comunità delle Piagge ti invitiamo all’incontro

LIBERIAMOCI DALL’ERGASTOLO – Pena di morte viva

con un programma intenso e importante che abbiamo organizzato iniseme al neo-nato coordinamento fiorentino contro l’ergastolo.

Alle 18 doneremo e consegneremo come comunità delle Piagge un quadro di Pietro Cavallero, ergastolano di Porto Azzurro alla casa delle arti ir-rritate di Sensibili alle foglie, una collezione importantissima e bellissima di opere di vario tipi che provengono dal mondo delle istituzioni totali e del disagio.

Alle 18.30 scambio e confronto a partire dal libro Liberi dall’ergastolo -ed Sensibili alle foglie con

Nicola Valentino- autore del libro di sensibili alle foglie

Giuliano Capecchi – Ass. liberarsi

Beppe Battaglia – Ass. casa caciolle

Salvatore Tassinari – Ass. Pantagruel

e alcune testimonianze di ergastolani….

Durante la serata ci sarà il banchino dei libri di Sensibili alle foglie al 10% di sconto e il banchino del libro usato del chisco del libro usato delle Piagge  sui temi del carcere e dell’ergastolo.

Siete tutti invitati a partecipare.

Alessandro Santoro – prete delle Piagge