La nave anti-migranti: oggi “identitaria”, ieri armeria galleggiante

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In questi giorni la nave “C-Star” sarebbe dovuta attraccare al porto di Catania. Si tratta della cosiddetta “nave nera”, quella che vuole impedire ai migranti di giungere in Italia rispedendoli in Libia o Tunisia. Noleggiata da “Generazione Identitaria”, grazie ad una raccolta fondi di 160mila euro, si trova ancora al largo di Suez: secondo alcune fonti, non avrebbe i documenti in regola per navigare in acque internazionali…

In ogni caso a Catania la nave non è gradita, né dalle associazioni antirazziste, che temono le azioni “paramilitari” che potrebbero essere compiute sul Mediterraneo, né dal sindaco di Catania Enzo Bianco che, senza mezzi termini, ha parlato di “una missione con l’unico scopo di alimentare conflitti da parte di chi ha interesse a spargere benzina sul fuoco”: “Su quel natante ci sono persone non gradite e non mancherò di chiedere alle Autorità di pubblica sicurezza di impedire per ragioni di ordine pubblico l’attracco nel nostro porto. Lo considero molto pericoloso“ ha aggiunto.

Ma cosa c’è dietro questi sedicenti “identitari”? Lo racconta Riccardo Bottazzo su Melting pot in un interessante approfondimento sul tema, di cui pubblichiamo un estratto.

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Succede sempre così. Vai ad investigare cosa c’è sotto una operazione dell’internazionale nera e ci trovi una vera e propria fogna di commistioni con il malaffare e la finanza sporca; quella che commercia in armi e in uomini, e campa di guerre e di sangue. “Defend Europe” non fa certo eccezione. La nave dei “patrioti”, come solo il Giornale poteva definirli, che in questo momento si sta dirigendo verso Catania, con lo scopo dichiarato di smascherare le “Ong criminose che raccolgono i migranti presso le coste libiche”, è un concentrato di farneticanti ideologie complottiste e di propagande razziste abbondantemente foraggiato da losche società multinazionali che commerciano in mercenari e armamenti. (…)

Si definiscono un “movimento assolutamente pacifico e non violento”. Qualità gandhiane che fanno un pochettino a pugni col loro manifesto intitolato “Dichiarazione di guerra” e che comincia con “Noi siamo la generazione della frattura etnica, del fallimento totale del vivere insieme”. Defend Europe, l’operazione che li ha portati all’attenzione della stampa europea quando hanno annunciato la partenza di una nave dal porto di Gibuti con lo scopo di mettere il bastone tra le eliche delle navi delle Ong che salvano i migranti abbandonati in mare, è stata preparata con cura, in silenzio e con molto anticipo. Questa è gente che lavora nell’ombra e che proprio dalle ombre delle finanza trae le risorse economiche necessarie per organizzare le loro iniziative. Un modo di fare caratteristico dell’internazionalismo nero.

“Hanno una forte presenza in rete, con molti siti realizzati professionalmente – ha osservato il giornalista Andrea Palladino -. Ma è difficile incontrarli fisicamente se non si fa parte del loro network. Quando organizzano le riunioni non indicano mai il luogo pubblicamente; l’indirizzo lo inviano all’ultimo momento via email solo a chi è iscritto”. La stampa ha saputo della loro esistenza solo quando hanno voluto loro, quando la nave era già pronta per salpare.

La domanda a questo punto è: come ha fatto un movimento di ragazzini (perlomeno è così che si presentano) assolutamente sconosciuto ai più, a raccattare una nave a Gibuti? La risposta l’ha trovata sempre Andrea Palladino in una inchiesta pubblicata su Famiglia Cristiana in cui ha ripercorso a ritroso l’operazione Defend Europe, cercando i mandanti e soprattutto scoprendo i nomi di chi ci ha messo i capitali.

La nave, intanto. Si chiama C-Star e batte una improbabile bandiera della Mongolia. L’imbarcazione, che prima si chiamava Suunta ed era di proprietà di una società specializzata nella sicurezza, la Sovereign Global Solution, fa normalmente scalo a Gibuti. Piccolo Stato indipendente nel Corno d’Africa, noto per essere un mercato all’aperto di armi e di mercenari. La Sovereign Global Solution infatti lavora proprio in questo settore: lo scopo della società è offrire “protezione contro la pirateria dei mari”. Che è come dire: “affittasi mercenari, addestrati e bene armati”. Navi come la Suunto, o la C-Star, se preferite, sono solo piattaforme galleggianti di armi e uomini per aggirare le politiche di embargo degli armamenti imposte dall’Onu in un angolo di mondo che è da 40 anni non conosce pace.

La Sovereign avrebbe venduto lo scorso marzo la nave ad una società inglese con sede a Cardiff, la Maritime Global Service Limited, che ha la sua stessa mission di mettere in “sicurezza” gli agitati mari somali. La Maritime Global è una strana società con un unico socio: il 49enne svedese Sven Tomas Egerstrom, già condannato a due anni e mezzo per frode dai tribunali del suo Paese e quindi trasferitosi in pianta stabile in Inghilterra. Egerstrom è presidente di un network di società specializzate in difesa privata con filiali in tutta Europa e collegato alla britannica The Marshals Group che riunisce altre sei società specializzate in, avete indovinato?, sicurezza in aree di guerra! Società che ti garantiscono che, se ti affidi a loro, i tuoi traffici, qualunque essi siano, nei martoriati Paesi dell’Africa orientale potranno continuare indisturbati e senza pericoli.

In altre parole, sono tutte società che fanno soldi con le guerre. E questi sono i capitali con i quali è stata armata la nave che ora naviga col patriotico scopo di “tutelare pacificamente il nostro patrimonio culturale”, come ha spiegato l’ex ufficiale di marina Gianmarco Concas, responsabile tecnico di Defense Europe.

Ma le navi come la C-Star, che la Maritime Global ha gentilmente concesso ai fascisti – chiamiamoli per quel che sono – di Generazione Identitaria di pacifico e di culturale non hanno proprio niente. Sono chiamate dai mercenari e dai contractors: “floating armoury”. Botteghe d’armi galleggianti, dove tutto si compra e si vende a suon di milioni. Anche la guerra.

E se consideriamo che è proprio per colpa della guerra che migliaia di profughi stanno abbandonando le loro case per tentare la fortuna sula mare, ecco che il cerchio si chiude.

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