La “calata” sul manicomio: in ricordo di Piero Colacicchi

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Ricordiamo il nostro amico Piero Colacicchi, and a un anno dalla sua scomparsa, malady ripubblicando uno stralcio di una sua testimonianza relativa alla prima “visita di controllo popolare” all’ospedale psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia, cheap avvenuta il 23 novembre 1970. Il testo integrale lo trovate a questo link sulla rivista StoriAmestre.
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Cronaca di una “calata” sull’ospedale psichiatrico. Reggio Emilia, novembre 1970

di Piero Colacicchi

L’occasione della prima calata (così furono, in seguito, chiamate questa e le successive visite di controllo al manicomio, in quanto iniziate da cittadini della montagna nei confronti di una istituzione posta in pianura e controllata da Reggio) fu preceduta da una lunga serie di giornate trascorse a Reggio durante le quali ebbi modo di visitare ripetutamente il Centro di Igiene Mentale, di incontrare coloro che vi lavoravano, e di parlare con i politici che, in quel periodo, si interessavano al problema del manicomio e della salute mentale sia a Reggio Emilia, sia a Castelnuovo ne’ Monti, sia in altre località della provincia reggiana. Potei così partecipare a tutti i momenti principali che le precedettero. (…)

Verso le nove, presenti tutti quelli che ci si aspettava dovessero venire, Antonucci ci guidò verso la portineria e chiese di entrare. Visto che eravamo tanti, il portiere, senza farci passare, avvertì il direttore dell’Istituto Professor Benassi, che arrivò immediatamente. Seguì una lunga discussione, all’inizio della quale Antonucci e il senatore Lusoli, che parlavano per tutti noi, illustrarono la nostra posizione, che era quella, principalmente, di controllare le condizioni in cui vivevano i cittadini di Ramiseto ricoverati nell’Istituto, di cui ognuno di noi aveva la lista dei nomi. Il Professor Benassi, preoccupato e contrario, cercò di persuaderci ad andarcene, dicendo, fra l’altro, che il regolamento gli imponeva di vigilare sulla tranquillità dell’ospedale, e che un numero così grande di persone avrebbe provocato scompiglio nei reparti, mettendo in pericolo la salute dei degenti. Le trattative andarono avanti a lungo senza risultati. Qualcuno cominciò a dire, ad alta voce: “Questo non vuole farci entrare perché ha paura di ciò che possiamo vedere: vuol dire che ha qualcosa di grosso da nascondere”.

Visto che l’atteggiamento del gruppo si faceva sempre più insistente, risoluto, e minaccioso, Benassi decise di cedere e ordinò ad alcuni infermieri di farci strada, ma anche di controllare che nessuno scattasse fotografie, come diceva lui “per rispetto ai malati”. Molti di noi avevano con sé macchine fotografiche e alcuni riuscirono di nascosto a scattare qualche foto. Io ne feci diverse, fra cui una, storta e mal esposta, ma espressiva, di un bambino legato che si protendeva verso Antonucci, fotografia che fu pubblicata nel libro già citato I pregiudizi e la conoscenza. Critica alla psichiatria1.

Entrammo, e, dato che nel frattempo si era fatto tardi, decidemmo di dividerci in due gruppi per esaminare ogni reparto dell’Istituto.

Il primo reparto in cui entrai, attiguo alla portineria, ci presentò immediatamente il mondo manicomiale in uno dei suoi aspetti più feroci, e, cosa ancora peggiore, più ordinari: in una grande camera dalle pareti squallidamente vuote un gruppo di infermiere era tranquillamente intento a lavare per terra e a rifare i letti, mentre, legate alle inferriate delle finestre, nove donne quasi nude gridavano e si lamentavano. Alle nostre richieste di spiegazioni, le infermiere risposero, risentite, che dovevano legare le pazienti perché altrimenti avrebbero intralciato il lavoro oppure avrebbero immediatamente sporcato.

Questo spettacolo, e specialmente l’atteggiamento delle infermiere di fronte alla nostra indignazione, ci trasformarono, da incerti e ancora un po’ imbarazzati che eravamo all’inizio, in un gruppo infuriato e deciso a procedere fino in fondo. Da quel momento in poi non passammo davanti ad alcuna porta senza avere controllato la stanza corrispondente.

La cosa che ricordo con maggiore chiarezza, perché per certi versi straordinaria, era l’atteggiamento dei visitatori, molti dei quali contadini e montanari, che sapevo, per esperienze precedenti, essere piuttosto abituati a rapporti di soggezione nei confronti dei medici: in quella occasione, trasformati dalla rabbia di ciò che continuavano a vedere e che proprio non si erano aspettati, cominciarono a dare duri comandi senza esitazione. “Apra quella porta”, “Mi faccia vedere cosa c’è là dentro”, ordinavano: e i medici, con tanto di camice addosso, ma soggiogati dal potere di quelle voci, obbedivano precipitandosi a fare quanto comandato.

Traversammo vari reparti e in vari stanzoni simili al primo trovammo gente legata a letti o a panche.

Antonucci, prima di entrare nell’Istituto, si era raccomandato che noi ci limitassimo ad osservare, e che parlassimo soprattutto con i ricoverati, per chiedere la loro storia e capire com’erano finiti lì dentro.

“Perché non sopportavo di vivere nella mia catapecchia dopo che le bombe mi avevano distrutto la casa e la famiglia”, rispose uno.

“Perché mio marito, disoccupato e spesso ubriaco, era geloso”.

“Perché da ragazzo mi ferii con un coltello a un occhio”.

“Perché non riuscivo a lavorare e ad essere attivo dopo che da partigiano i tedeschi e i fascisti mi avevano obbligato a scavare la fossa per altri compagni, uno dei quali mio amico fraterno. Ricordo che li fucilarono davanti ai miei occhi e mi costrinsero a seppellirli alcuni ancora vivi. Sento di continuo la voce del mio amico che mi si era aggrappato alle gambe chiedendomi aiuto”.

Risultò che la maggior parte dei ricoverati era chiusa là dentro da decine di anni, alcuni anche da oltre cinquanta. Quasi tutti di estrazione operaia o contadina, spesso di famiglie poverissime, e i più analfabeti. (Le stesse storie di uomini, lucidi e disperati, logorati e umiliati dalla reclusione, dalle violenza e dagli psicofarmaci, che avevo già incontrato a San Salvi a Firenze, e che avrei veduto anche nei manicomi di Imola, nel manicomio giudiziario di Montelupo Fiorentino, e nei grandi ospedali psichiatrici americani di Belleview e di Syracuse, nello Stato di New York).

Alla fine della mattinata ci dirigemmo verso l’edificio più lontano e più isolato, il reparto De Sanctis, dove venivano rinchiusi i bambini.

Prima di entrare dovemmo sostenere un’animata discussione con le infermiere, ed entrammo solo quando loro si furono assicurate che avevamo il consenso del direttore. Ancora un grande stanzone con panche lungo le pareti vuote, ma questa volta vedemmo ragazzi e bambini, alcuni sull’età di cinque-sei anni, alcuni legati, che piangevano e chiedevano di essere liberati. Ordinammo alle infermiere di scioglierli ma loro si rifiutarono.

Rimanemmo lì un po’ di tempo e cercammo di parlare con i bambini, ma fu difficile, specialmente per l’atteggiamento chiuso e minaccioso delle infermiere, che si intromettevano protestando ogni volta che si provava ad avvinarci.

Dopo un po’, mentre giravo per un corridoio, sentii qualcuno piangere disperatamente, ma non vidi nessuno. Mi sembrò che i lamenti provenissero da dietro una piccola porta metallica. Chiamai Antonucci ed altri e insieme chiedemmo ad una delle infermiere chi fosse chiuso là dentro. “Là dentro non c’è niente” rispose. Le ordinammo di aprire. Dietro la porta, chiuso a chiave in uno sgabuzzino buio di pochi metri, un ragazzino legato ad una sedia piangeva e ci guardava terrorizzato. Inorriditi chiedemmo all’infermiera perché non ci aveva detto che dentro c’era il bambino, e lei rispose che non se lo ricordava. Le chiedemmo perché fosse chiuso là dentro e lei rispose che di recente il bambino era stato operato di tonsille e era tenuto in quello stanzino perché non si facesse del male agitandosi.

Tornando all’uscita trovammo un uomo del gruppo che si era separato dal nostro, all’entrata; e quell’uomo imprecava asciugandosi le lacrime. Era entrato poco prima nel reparto in cui era ricoverato suo figlio e lo aveva trovato nudo in mezzo alla stanza, coperto di escrementi, mentre alcuni infermieri ed il medico, avvisati della nostra presenza nell’Istituto, tentavano inutilmente di lavarlo prima che arrivassimo. (…)

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