Storia di Semere, profugo sopravvissuto al Mediterraneo e oggi alle Piagge

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Riproponiamo la storia Semere Tsegay, patient un ragazzo eritreo respinto nel 2009 dalla Marina Militare italiana in Libia mentre provava a raggiungere il nostro paese attraversando il Canale di Sicilia. Vi troverete gli effetti del disumano accordo Italia-Libia quando a governare c’erano Berlusconi e Gheddafi; un accordo con una dittatura che oggi qualcuno rimpiange…


di Cristiano Lucchi per l’Altracittà

Semere Tsegay è un ragazzo eritreo di trenta anni. Oggi vive alle Piagge, clinic ha i documenti a posto e cerca un lavoro. Nel 2009 ha vissuto una delle esperienze più tremende che possa capitare ad una persona. E’ stato respinto in Libia dalla Marina Militare italiana nel momento in cui ha provato a raggiungere il nostro paese attraversando il Canale di Sicilia. Pagando mille dollari era riuscito a salire su un barcone dopo dieci giorni di viaggio nel deserto del Sahara, hospital proveniente dall’Eritrea. La Marina italiana lo ha consegnato ai militari libici che, senza nessun processo o tutela dei suoi diritti, lo hanno incarcerato per un anno in una delle galere primitive organizzate dalla dittatura di Gheddafi per rendere proficuo il trattato di amicizia sottoscritto da Berlusconi e votato dal Parlamento italiano praticamente all’unanimità. Con la guerra di Libia e la caduta della dittatura, Semere è riuscito ad arrivare finalmente in Italia, il paese natio di suo nonno e quella che definisce orgogliosamente la sua “seconda patria”.

Abbiamo incontrato Semere venerdì scorso alle Piagge, durante l’incontro “Italia fuori legge. I respingimenti e il diritto negato all’asilo“, organizzato dalla Comunità di base e dai Cantieri Solidali, a cui hanno partecipato anche Minia della Comunità eritrea fiorentina e Alessandro Santoro. Ad introdurre le sue parole le immagini video che vi proponiamo qui sotto girate durante il respingimento in mare proprio da Semere, con il suo cellulare. Ora quelle immagini sono diventate parte integrante del film documentario “Il mare chiuso di Andrea Segre e Stefano Liberti che testimonia proprio come le barche dei migranti intercettate in acque internazionali nel Mediterraneo siano state sistematicamente ricondotte in territorio libico, dove non c’era alcun diritto di protezione e la polizia esercitava indisturbata varie forme di abusi e di violenze. Molti dei respinti, circa 2.000 persone, erano richiedenti asilo.

“Quando abbiamo visto la nave militare italiana siamo esplosi di felicità”, ci ha raccontato Semere Tsegay. “Erano quattro giorni che navigavamo in mare aperto ed avevamo finito la benzina del gommone. Eravamo convinti di essere salvati e accolti. Invece, dopo una notte di navigazione, siamo arrivati al porto di Tripoli e gli italiani ci hanno consegnato ai libici“. Semere continua il suo racconto descrivendo le condizioni di vita in carcere: “Eravamo reclusi in grandi stanzoni, premuti uno sull’altro, accucciati e immobili. Le condizioni igieniche erano pessime e per dissetarci avevamo solo acqua del mare“. Oggi la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha condannato l’Italia per aver violato la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo proprio in tema di respingimenti. Chi viene trovato in mare non può più essere consegnato al governo libico anche se il governo Monti sta lavorando per ripristinare il trattato di amicizia italo-libico.

“Per i libici noi africani siamo tutti ‘negri’ e così siamo costretti a subire anche diverse forme di razzismo. Una volta fuori dal carcere, nel marzo del 2011, sotto le bombe della Nato, abbiamo rischiato più volte la vita anche per le continue aggressioni subite per strada dai libici. Poi finalmente si è prospettato un nuovo viaggio verso l’Italia, altri mille dollari da pagare alle mafie degli scafisti”. Questa volta il viaggio è andato a buon fine. Il resto è storia recente – continua Semere -, dall’aprile dell’anno scorso sono in Italia e cerco di darmi da fare per imparare la lingua, trovare un lavoro, ricominciare a vivere.”

Ed è proprio questo ultimo aspetto, quel “ricominciare a vivere”, che ha segnato l’ultima parte dell’incontro delle Piagge. La Comunità di base sosterrà economicamente Semere, perché la sua storia, e così le storie di decine di migliaia di richiedenti asilo nel nostro paese, sono storie allucinanti, di persone abbandonate dalle istituzioni nonostante i trattati internazionali e il diritto umanitario prevedano per loro assistenza e accompagnamento. In Italia i profughi sono pressoché invisibili, e dire che ce ne sono poco più di trentamila contro il mezzo milione tedesco e gli ottantamila di un piccolo paese come l’Olanda.

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