Discarica di Paterno, i testimoni parlano ma hanno paura. Intanto nel PD scoppia la guerra dei sindaci

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Nuove rivelazioni sulla scandalosa discarica di Paterno, nel comune di Vaglia, lungo la bolognese. Il racconto dei testimoni: “Quei camion venivano di notte. Non so cosa mescolavamo ma so che i clienti riportavano indietro i sacchi dicendo che la calce non teneva e che la polvere puzzava”. Il sindaco di Vaglia intatto attacca il predecessore: “Non voglio questa discarica. E’ una bomba ecologica come quella di Palastreto a Sesto Fiorentino di cui nessuno parla”. Volano gli stracci nel Pd, ma questa non è una notizia. La cronaca delle ultime notizie nell’articolo di Laura Montanari per Repubblica. (rc)

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Cromo, nichel, rame insomma metalli pesanti in quella sabbia ce ne sono. Ma in percentuali sotto la soglia di pericolosità. Lo si legge nella relazione dell’Arpat che assieme alla Forestale ha fatto nei giorni scorsi un sopralluogo nell’ex cementificio e nella cava di Paterno, nel Comune di Vaglia. Siamo nel verde del Mugello. E’ qui che adesso si concentrano le indagini di un’inchiesta aperta dalla procura di Firenze per traffico di rifiuti. Il primo campionamento ha fatto emergere che quelle terre non sono, come invece ha sostenuto il proprietario dell’impianto, Lanciotto Ottaviani, un imprenditore della zona, soltanto materiale inerte. Il sindaco di Vaglia Leonardo Borchi attacca il suo predecessore: «Aveva un progetto di stoccare nella cava a ridosso del cementificio rifiuti di amianto. Come hanno già fatto a Palastreto a Sesto dove da vent’anni c’è una bomba ecologica».

I sacchi sono rotti e dentro si vede della polvere grigia. I sacchi sono ammassati, esposti nel piazzale dell’ex cementificio, non interrati, non nascosti. Intorno è tutto verde, boschi, alberi, sentieri del Cai, un bel posto nel Mugello. L’area dell’ex cementificio di Paterno con i suoi silos arrugginiti, l’erba che è cresciuta anche sui tetti in abbandono, è sotto sequestro sigillata su ordine della magistratura. E’ un crocevia di misteri legati al traffico dei rifiuti. «Io sì che me li ricordo i camion che fino a un anno fa arrivavano di notte». A che ora? «Dopo le dieci, dopo le undici… senta, le devo chiedere una cosa». Prego. «Può non mettere il mio nome? ». Perché, ha paura? «Sì».

A Paterno si arriva da un ramo della via Bolognese. Cinque chilometri da Vaglia, è una frazione di questo Comune. Qui Arpat e Corpo Forestale dello Stato sono venuti a prelevare campioni di sabbie accumulate sotto un capannone fatiscente di questo impianto che appartiene a un imprenditore mugellano, Lanciotto Ottaviani e a sua figlia. L’ex cementificio dal 2000 non poteva più estrarre pietra dalla cava alle sue spalle su Monte Morello: «Ho lavorato lì per otto anni, negli ultimi non potendo prendere il minerale dalla cava ci arrivava da fuori» racconta Salvatore Resia che abita nelle case a ridosso del cementificio. «Non so dire da dove arrivavano le mescole però c’era qualcosa di strano nel senso che i clienti si lamentavano e riportavano indietro i sacchi perché dicevano che puzzano e che la calce non teneva».

Altri camionisti riferiscono che nella miscela di polveri minerali venivano messi dei rifiuti, fanghi provenienti dalle concerie di Santa Croce sull’Arno. Di certo gli abitanti della zona hanno cominciato a denunciare dieci e più anni fa, odori nauseabondi che provenivano dall’impianto. Di certo in zona in diversi si sono ammalati e adesso la Asl vuole vederci chiaro: farà un’indagine epidemiologia fra la popolazione in un raggio di 500 metri e per 330 persone che dal 1995 a oggi hanno abitato da quelle parti. Il traffico notturno dei camion alimenta ombre e sospetti sulle attività che si svolgevano intorno alla cava. I tecnici dell’Arpat hanno anche trovato un pozzo scavato in profondità e nei prossimi giorni effettueranno i prelievi per esaminare quelle acque che vengono usate per innaffiare gli orti intorno. Si comincia ad indagare su questo impianto dall’anno scorso quando dopo alcune segnalazioni dei cittadini viene riscontrata la presenza di olii esausti, fibre, fanghi di origine sconosciuta e 1.330 sacchi depositati lì almeno dal 2011.

«Vogliamo sapere tutto quello che c’è nella cava e nel cementificio » spiega l’attuale sindaco Leonardo Borchi che su questi temi ambientali ha incentrato la sua campagna elettorale. «Vogliamo essere trasparenti» dice l’assessore all’ambiente Riccardo Impallomeni, geologo, che ha fatto appendere la relazione con le prime analisi dell’Arpat all’ingresso del Comune: «Così tutti possono leggere e sapere». Questa storia ne contiene altre. Per esempio una più politica che comincia nel 2010 quando l’allora sindaco Pieri propone alla Provincia di inserire il sito dell’ex cava Paterno nell’iter procedurale per le discariche… per accogliere anche rifiuti di amianto». «Certo che l’ho fatto, non si può lasciare l’amianto in giro per l’ambiente, qualcuno se ne deve fare carico. Quello che abbiamo in Italia oggi viene portato o in Piemonte o in Germania» spiega Pieri che scaduto il mandato è tornato a lavorare in un supermercato.

«Sono contrario a tombare i rifiuti pericolosi sotto terra, non voglio che succeda come a Palastreto, a Sesto, dove da vent’anni c’è una bomba ecologica di cui nessuno parla» dice Borchi. A Vaglia sono in tanti a pensarla nello stesso modo. La discarica per rifiuti speciali di Palastreto, a Quinto Alto, ai piedi di Monte Morello, è gestita dalla società mista pubblico-privata Produrre Pulito, che si era fatta avanti sin dal 2010 per gestire anche il sito di cava Paterno a Vaglia. Il neo-sindaco di Sesto, Sara Biagiotti, cade dalle nuvole: «Sono qua da due mesi. Nessuno ha sottoposto alla mia attenzione niente del genere. Nessuno mi ha segnalato niente. Devo consultarmi con gli uffici. Dai giornali sapevo che anni fa il sito era stato ripristinato».

A Vaglia, invece, la nuova amministrazione ricorda (e non è un bel ricordo) la visita congiunta a cava Paterno dell’ex sindaco Pieri insieme con il collega allora sindaco di Sesto Gianni Gianassi. Era il 2012 e all’epoca il Comune di Sesto era proprietario di una quota del 23 per cento della società Produrre Pulito. Come è possibile — si chiede l’assessore all’ambiente Riccardo Impallomeni — che il sindaco Pieri non abbia alzato neppure il telefono per chiedere all’Arpat una ispezione ma al contrario chiedesse e progettasse una discarica di amianto per tre province? Un progetto che, all’insaputa della popolazione, entra nella versione definitiva del Piano interprovinciale dei rifiuti approvato dalla Provincia di Firenze il 17 dicembre 2012. L’assessore provinciale all’ambiente era ed è Renzo Crescioli, ex sindaco di Vaglia.

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La battaglia di Francesca
I genitori morti di cancro e un dubbio che tormenta

Francesca è tornata qui, nell’hotel due stelle di Paterno che adesso è sbarrato. E’ tornata a vivere sola, dietro un portone su cui è rimasto un foglio con sopra scritto: «Chiuso per lutto». L’inchiostro è secco e scolorito, il dolore fresco. Francesca, 31 anni, ha finito l’università e adesso cerca tra i fogli di casa, gli articoli, le lettere, gli appunti sparsi che i suoi genitori hanno scritto per anni denunciando prima i disastri ambientali della Tav qui nel Mugello (il torrente su cui si affaccia l’albergo è senz’acqua) e poi sui miasmi che venivano dal cementificio.

Un articolo del 1999 pubblicato su La Nazione titolava così: «A Paterno l’aria odora di zolfo. I sospetti su Calce e Cavet». Incipit: «Da qualche tempo l’aria di Paterno è irrespirabile per un forte odore di zolfo. Le esalazioni vengono ormai avvertite da alcuni mesi…». Stefano Chemeri il padre di Francesca, è morto nel 2009 per un tumore allo stomaco, la mamma Adele è morta nel dicembre 2013 per le conseguenze di un tumore al seno. C’è un nesso fra queste malattie e l’attività del cementificio che dista soltanto sessanta metri in linea d’aria? E’ il dubbio che tormenta Francesca.

Per questo cerca, assieme agli altri del comitato spontaneo nato nella zona, la verità: «Ho bisogno di capire, di andare in fondo alla battaglia cominciata dai miei genitori». Per questo tira fuori dai cassetti le lettere spedite da sua madre, Adele Carcasci. In una, datata 15 luglio 2013 e inviata all’Arpat, all’allora sindaco di Vaglia Pieri al presidente della Provincia e alla procura della Repubblica, si legge: «Alla sottoscritta sono giunte voci insistenti per cui nella cava di Paterno, dove da tempo si stanno ammassando grossi sacchi di polveri di natura non specificata, si starebbe costituendo una discarica di materiali nocivi (si parla addirittura di amianto). Si vocifera inoltre che a copertura di traffici già in corso sarebbe poi stato presentato un vero progetto di discarica, di cui non c’è notizia ufficiale…». Quella lettera scritta pochi mesi prima di morire si conclude con una domanda: «cosa contengono i sacchi in questione?». Una risposta la daranno ora l’inchiesta aperta dalla magistratura di Firenze e l’esito dei prelievi fatti dalla Guardia Forestale e dall’Arpat. «Mi chiedo perché per anni non si sia mosso niente…» dice Francesca con la sua aria malinconica e solitaria.

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