Resistenza nonviolenta: accade in Palestina

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Carola Del Buono per l’Altracittà

Il termine nonviolenza rimanda alla cultura orientale, dove esso è nato, traduzione letterale del termine sanscrito “ahimsa”. Uno dei personaggi storici più famosi a cui questa parola rimanda è sicuramente il Mahatma Gandhi, che ha fatto di questa dottrina la base per l’azione della liberazione del suo paese, l’India. Ma anche più vicino a noi nel tempo e nello spazio, basta ricordare il G8 di Genova del 2001 o la conferenza del Wto (World trade organization) a Seattle nel 1999: i media dettero grande evidenza alla violenza della tattica dei Black Bloc, ma molti partecipanti scelsero invece di protestare pacificamente, talora attuando forme di resistenza nonviolenta.

Se si pensa però alla maggior parte dei conflitti tutt’ora esistenti la parola nonviolenza sembra essere stata dimenticata, quasi un termine “desueto”. I concetti di “terrorismo” o di “resistenza armata” sembrano invece essere più attuali… ma davvero non c’è altro?

Il 22 gennaio è venuto a Firenze, per un incontro al Giardino dei Ciliegi, Abdallah Abu Rahme, coordinatore dei comitati popolari per la resistenza nonviolenta in Palestina.
L’iniziativa più importante dei comitati è stata la costruzione nel maggio scorso del villaggio di Bab al-Shams (La porta del Sole), avvenuta dopo l’occupazione di una zona posta nelle colline dietro Gerusalemme, zona che i palestinesi rivendicano come la loro terra, e dove non possono abitare. ll villaggio è stato edificato nella cosiddetta area E1, dove viene attuata l’espansione coloniale di Israele attraverso la costruzione di un corridoio, di insediamenti in superficie e di un tunnel sotterraneo. Un progetto per dividere il nord ed il sud della Cisgiordania, con il solo scopo di impedire la continuità territoriale di un futuro stato palestinese. Dopo appena quarantotto ore gli attivisti palestinesi sono stati però sgomberati dall’esercito israeliano.
Abdallah Abu Rahme condensa così chiaramente il significato di questa azione: “Queste sono le nostre terre e noi abbiamo diritto a vivere e a costruire qui, sono le colonie israeliane che sono illegali, non noi”.

Continuando a parlare, Abu Rahme racconta che la resistenza nonviolenta è stata sempre stata la caratteristica principale della sua lotta, sin dalla sua partecipazione come giovane studente alla prima Intifada. È stato nel 2002, durante la costruzione del muro attorno alla Cisgiordania ad opera del governo israeliano, che si sono cominciati a formare i comitati popolari, quelli di cui appunto Abdallah è il coordinatore. Tra le persone coinvolte nella lotta nonviolenta anche molti israeliani pacifisti, contrari alla politica del loro governo.

“Abbiamo scelto la nonviolenza perché secondo noi è la strada più efficace contro l’occupazione”, spiega ancora. “In questa resistenza siamo riusciti ad avere dei risultati, anche se bisogna dire che le reazioni dell’esercito israeliano sono sempre state molto violente. 33 nostri connazionali sono rimasti uccisi e più di 10.000 sono stati i feriti nei nostri villaggi”.

I video proiettati durante l’incontro mostrano le altre attività svolte dai comitati popolari: la costituzione nel 2009 del comitato di coordinamento, un servizio che si occupa di sostenere le famiglie dei palestinesi arrestati e che coordina le attività nei vari villaggi; l’occupazione il 16 Ottobre 2012 della Route 443, l’autostrada per Gerusalemme, la cosiddetta “Autostrada dell’apartheid” perché proibita ai palestinesi, o ancora le manifestazioni dentro i supermercati Rami Levy, dove i manifestanti sono entrati sventolando bandiere palestinesi e invitando al boicottaggio dei prodotti israeliani.

L’incontro ha attirato un pubblico di diverse persone, la maggior parte di essi anziani o comunque in età matura. Un po’ deludente la presenza dei giovani, quasi nulla. Assieme ad Abdallah era presente Luisa Morgantini, vicepresidente del Parlamento europeo, che ha tradotto l’intero discorso dall’inglese all’italiano.

Dopo anni di lotta nonviolenta, Abdallah Abu Rahme ha tenuto a ribadire che la nonviolenza è l’unica strada che loro vogliono seguire, perché la loro lotta non riguarda solo loro, ma anche gli israeliani, non soltanto i loro figli, ma anche i figli degli israeliani. Ciò che fa colpisce nelle parole di quest’uomo è come non voglia assolutamente vedere il popolo israeliano come un nemico, ma attribuisca la responsabilità di questa drammatica situazione soltanto a “coloro che hanno interesse che il conflitto continui”.

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