Il “groviglio armonioso” del Monte dei Paschi. Perchè Pd e Pdl non possono chiamarsi fuori

La città e la sua banca un intreccio di potere con tante ombre. La lotta per le poltrone all’istituto di credito ha spaccato Comune, Provincia e Pd, coinvolgendo anche Firenze, il presidente del consiglio regionale Monaci contro il sindaco Ceccuzzi Nella rete della gestione ci sono anche Chiesa e centrodestra. L’articolo di Mario Lancisi pubblicato dal Tirreno.

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«Facciano le indagini, è normale per chi amministra essere sottoposti alla verifica di legalità, non vedo che altro possa dire…», commenta Enrico Rossi, il presidente della Regione Toscana. Mozziconi di frasi laconiche, di circostanza, dopo una lunga riunione con le banche (sulla crisi economica). Elisa Meloni, la giovane segretaria del Pd senese, un quarto d’ora di celebrità quando Dario Franceschini la chiamò a Roma, e Giulio Carli, segretario cittadino, non si sono fatti trovare. Si sono limitati ad esprimere fiducia «nel lavoro della magistratura», in un comunicato diffuso da un’agenzia di stampa che si chiama, curiosamente, Robespierre. Un rivoluzionario, un tagliatore di teste.

La politica tace. Sbircia la ghigliottina che incombe sul Mps: sulle teste che i Robespierre in toga potrebbero apprestarsi a tagliare. La storia del Mps è intrecciata alla storia di Siena. Dove la banca è stata fondata nel 1472, prima della scoperta dell’America. Si dice che a Siena quasi una famiglia su due abbia un dipendente del Mps in casa. E poiché la città del Palio è rossa anche la sua banca ha avuto sempre inclinazioni a sinistra in una sorta però di accordo più o meno tacito con le altre forze in campo. Chiesa compresa. «Anche il Pdl è dentro fino al collo nella gestione del Mps», polemizza Angelo Pollina, ex funzionario, dirigente della banca e attuale coordinatore regionale del Fli, il terzo polo di Casini e Fini.

Negli ultimi anni però, ribatte il centrodestra, il pallino in mano l’ha avuto il Pd con le sue due anime, ex Margherita e ex Ds. Incarnate dalle due poltrone più importanti. Quella di presidente della banca sulla quale è stato seduto fino a poche settimane fa Giuseppe Mussari, avvocato calabrese trapiantato a Siena, uno dei sette maggiori finanziatori del Pd con 100mila euro (non a caso un altro sottoscrittore è stato il suo vice). Sull’altra poltrona di presidente della Fondazione che controlla la banca troneggia Gabriello Mancini, considerato un uomo tutto Chiesa e partito, fedelissimo di Alberto Monaci, presidente del consiglio regionale. Il Mps ha finora funzionato così. Il Comune e la Provincia fino a pochi giorni fa detenevano oltre il 50%.

Il sindaco si chiama Franco Ceccuzzi, ex parlamentare, e il presidente della Provincia Simone Bezzini, entrambi Pd, tendenza ex Ds. Loro hanno le chiavi del potere della banca. Anche se Siena è città complessa, dove «c’è molta trasparenza ma anche non poche ombre», osserva Marco Spinelli, consigliere regionale del Pd. Le ombre di un potere variegato, dove un ruolo importante, come sottolinea lo stesso Spinelli, lo ha anche la massoneria. Qualcuno ha definito Siena un modello. Lo era sicuramente una volta con la terza banca d’Italia, un’università all’avanguardia, il Palio e persino lo sport, con il calcio e il basket. Poi l’indebitamento della Fondazione per le acquisizioni sbagliate del Mps, hanno messo kappaò il modello senese. Ed è qui che si innesta la storia politica della lacerazione dentro il Pd tra Ceccuzzi e Monaci.

Il sindaco ha chiesto a Mancini di andarsene (scadrà nel 2013), ha scelto Profumo al posto di Mussari (che sembra non piacesse agli ex Margherita) e ha detto di no alla vicepresidenza per Alfredo Monaci, sedici anni più giovane del fratello Alberto, 71 anni. In pratica l’ala cattolica del Pd che gestisce la banca attraverso la presidenza Mancini è in mano ai due fratelli Monaci. Le scelte di Ceccuzzi sono state uno schiaffo tremendo per i fratelli Monaci. E i monaciani in consiglio comunale hanno votato contro il bilancio e un manifesto dei dissidenti campeggia sui muri delle contrade del palio.

Si dà il caso che Monaci (Alberto) scada a novembre da presidente del consiglio regionale (metà legislatura) e gli ex Ds sembrano siano pronti a fargliela pagare. Insomma la crisi del Mps rischia di lacerare non solo il Pd senese ma anche quello toscano. Andrea Manciulli, il segretario regionale del Pd, butta acqua sul fuoco delle polemiche: «Io lavoro per la ricomposizione e sono fiducioso». Soprattutto dopo l’inchiesta aperta dalla procura è probabile che il Pd si ricompatti. In fondo una resa dei conti politica con la ghigliottina della magistratura alle porte non sembra vantaggiosa. Per nessuno.

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