Diario di Palestina. Un viaggio per sapere e restare umani

Tra check point minacciosi ed onnipresenti soldati armati di mitragliatrici in direzione di Hebron, sickness del campo rifugiati di Aida e del Muro tra Gerusalemme e Betlemme.

di Luca Buonaguidi

Hebron è una città di 200.000 abitanti con una tragica storia, sales anche recentissima, alle spalle. Per gli ebrei è di importanza capitale, seconda solo a Gerusalemme, ma lo è anche per i musulmani, poichè sede della tomba di Abramo. In breve, nel 1929, dopo una lunga serie di provocazioni dell’ortodossia ebraica alla comunità araba, quest’ultima reagì nel peggiore dei modi: una terribile strage di ebrei, 67 per la precisione. Poi, ciò che tutti conosciamo, la Shoah, e dopo la creazione nel 1948 d’uno Stato di Israele, alla scadenza del mandato britannico in Palestina.

La riconquista della città avvenne nella “Guerra dei Sei Giorni” del 1967, anno in cui gli ebrei torneranno ad abitare ad Hebron. Nel settembre del 1993 gli accordi di Oslo riconobbero al popolo della Palestina il diritto ad autogovernarsi, con la celebre stretta di mano in mondovisione tra Arafat e Rabin, sotto gli occhi di Clinton.

A distanza di pochi mesi, nel febbraio 1994, un colono israeliano, medico ed ex ufficiale dell’esercito, superò in uniforme i controlli davanti alla moschea (dove l’esercito israeliano presidia tutt’ora l’ingresso) e, giunto alle spalle dei fedeli in preghiera, iniziò a sparare. Nei territori occupati esplose di conseguenza la rabbia dei palestinesi. Sassi, fuoco, altri morti. Alla fine della giornata il bilancio fu di 60 vittime e più, di cui 29 nella sola moschea. I disordini ed i morti sono proseguiti negli anni senza sosta, sino ad oggi. A settembre ci sarà la attesa risoluzione O.N.U. sulla legittimità dello Stato di Palestina ad esistere. Le persone del luogo, da ambo le parti, ci dicono di esser stati preparati a tutto, dai media e dalla politica: scenari di guerra, manifestazioni, rivolte. Nessuno osa immaginare la pace come uno scenario. La pace resta, al massimo, una speranza.

Arrivati in Shuada Street, strada fantasma con ogni singola porta o finestra sbarrata, si ha davanti il primo drammatico esempio degli effetti della politica di occupazione e separazione israeliana nei territori palestinesi. Un piccolo muro ad altezza bacino separa in due corsie di scorrimento le due popolazioni, sorvegliate dagli onnipresenti baby soldati con i mitra ben in vista, che sembrano non sorridere da anni impegnati a giocare alla guerra, in un posto dove la guerra c’è davvero, a tratti, ma si sente nell’aria, sempre. Oggi, secondo il protocollo che definisce lo statuto di Hebron del 1997, la città è divisa in due parti: H1 sotto l’autorità palestinese e H2 sotto il controllo militare israeliano.  Sono circa 700 i coloni che vivono nel centro città, incistati in 4 edifici e “protetti” da più di 1500 soldati. Alcuni chiamano questo uso sproporzionato di forze occupazione, e ciò che appare nell’arco della giornata non fa niente per smentire tali opionioni. (…)

continua sul blog http://carusopascoski.wordpress.com

image_pdfimage_print

2 Comments

  1. ABCATJIA1943

    Da giornalista a giornalista il fatto si differenzia in maniera sostanziale. Leggere che, tutti i mali e tutte le scelleratezze avvenute in ogni dove in quel di Israele e in Palestina e solo colpa degli israeliani la trovo effettivamente “grossa” Ho una mentore alla quale mi affido totalmente. Fiamma Nirenstein parla da tantissimo tempo della causa Israelo/palestinese con cognizione di causa, con pacatezza e sopratutto non facendo politica.

  2. luca

    non faccio politica e non addosso La Colpa a nessuno. ma delle colpe ci sono, e sono evidenti. e quando mi sono apparse davanti agli occhi, viste con i miei occhi, non sono riuscito proprio a condonarle a nessuno. sarebbe pericoloso. non invoco alla jihad nè alla rivolta d’un popolo contro l’altro, invoco però l’abbattimento di un muro vergognoso, la liberazione dei rifugiati e la pace tra due popoli che altrove, per esempio ad Akko, al confine col Libano, vivono da sempre insieme, in pace ed armonia e senza strane macchinazioni dai piani alti. quelle che da 50 anni stanno distruggendo due popoli. basterebbe un po’ di memoria storica, in fondo, per capire quello che sta succedendo – “divide et impera”….

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Continuando ad utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" acconsenti al loro utilizzo. Grazie

Chiudi