Ucciso Mer-Khamis, l’ebreo-palestinese del Teatro della Libertà

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Michele Giorgio dal Manifesto

GERUSALEMME «Il film di Juliano Mer-Khamis è un capolavoro, perché è stato realizzato con una mano tremante, con la confusione di chi non sa per cosa soffrire maggiormente: se per sua madre, per i ragazzi del campo di Jenin o per le speranze infrante della gente che desidera essere libera ». Fu questo il commento dello scrittore dissidente Yitzhak Laor dopo aver visto «Arna’s children» («I bambini di Arna»), il documentario che racconta la storia dei piccoli attori di un gruppo teatrale, lo Stone Theatre, con il quale Juliano Mer-Khamis nel 2003 divenne famoso. Parole che ben rappresentavano l’animo di Juliano, un uomo che si portava dentro dal giorno della nascita due identità, quella ebraica perché figlio di una ebrea israeliana, Arna Mer, e di un palestinese, Saliba Khamis di Haifa.
I genitori l’identità l’avevano accartocciata e gettata via e non soltanto in nome del loro amore. Si erano liberati dalle catene delle barricate contrapposte per abbracciare negli anni ’50 e ’60 la causa del comunismo, dell’internazionalismo e della lotta per i diritti degli oppressi, a cominciare dai palestinesi. Entrambi uscirono dal Partito comunista israeliano nel 1968 perché rifiutava l’idea di uno Stato unico su tutta la Palestina storica, per ebrei e arabi, uguali senza differenze. Juliano le due identità che si portava dentro invece le aveva vissute a turno. Delle volte diceva di sentirsi ebreo, altre palestinese,ma mai per opportunismo. Negli ultimi anni, di pari passo con il suo impegno teatrale a Jenin, sembrava aver dato più spazio al suo essere palestinese, ma non per questo aveva abbandonato la sua vita in Israele.
Ieri Juliano Mer-Khamis è stato freddato a pistolettate all’ingresso nel campo profughi di Jenin mentre stava uscendo dalla sua automobile. È stato raggiunto da cinque colpi sparati da un uomo col volto coperto ed è morto all’istante. Tante e discordanti erano ieri sera le testimonianze, mentre il campo profughi di Jenin restava muto, incapace di capire perché di un assassinio assurdo e che fa male, molto male, alla causa del popolo palestinese.
«Juliano era amato ma c’era anche chi gli voleva male, persone ottuse che lo identificavano come nemico, che lo consideravano una spia e che lo avevano minacciato diverse volte e non lo volevano nel campo profughi» racconta il giornalista Fayez Natur, ricordando il volantino diffuso (da sconosciuti) nel 2009, nel quale si affermava che «Juliano Mer avrebbe compreso con le pallottole ciò che non voleva capire con le parole». Ma le ipotesi sono tante. Non ultima la vendetta di chi non accettava il successo e la popolarità, anche all’estero, del «Teatro della Libertà» (erede dello Stone Theatre fondato dalla madre) che aveva messo in piedi assieme a Zakariya Zubeidi, ex leader guerrigliero delle Brigate dei Martiri di al Aqsa. Senza sottovalutare l’agguato di matrice salafita. Ma non pochi a Jenin parlavano ieri di «un’operazione dei servizi segreti israeliani per gettare una pesante ombra sulla causa palestinese». Due anni fa il regista venne attaccato dall’Anp, per un adattamento della «Fattoria degli animali» di Orwell: i maiali che conversavano in arabo ed ebraico con interlocutori israeliani erano evidentemente agenti dei servizi di sicurezza di Abu Mazen. In quei giorni fu dato alle fiamme l’ingresso del teatro.
Il dolore dei tanti che lo hanno conosciuto ed apprezzato è acuito da una perdita che Jenin difficilmente riuscirà a colmare. Troppo grande è stato l’impegno di Juliano Mer-Khamis per i profughi che nel 2002 avevano visto il loro campo distrutto dai bulldozer dell’esercito israeliano nei giorni di «Scudo difensivo», la rioccupazione delle città autonome cisgiordane nel pieno della seconda intifada. Il Teatro della Libertà voluto con forza dal regista, se da un lato si rivolge principalmente ai bambini, dall’altro rappresenta un importante centro culturale e di aggregazione in una città quasi priva di produzioni artistiche, così come era stato lo Stone Theatre aperto a Jenin dalla madre alla fine degli anni ‘80. Arna era donna forte, attrice ed educatrice che nel 1989 raccolse intorno a sé un gruppo di bambini di 9-10 anni del campo di Jenin e progettò una alternativa per quei piccoli palestinesi. Arna incoraggiò i bambini ad esprimere ciò che avevano dentro, fino a prendere coscienza di sé. Fu un successo, coronato dal premio Nobel «alternativo»: lo Stone Theatre diventò una realtà significativa nei Territori Occupati. Molti di quei piccoli attori qualche anno dopo sarebbero rimasti uccisi negli scontri a fuoco con i soldati israeliani. Per sei anni Juliano filmò le attività nella scuola di teatro, testimone dell’esperienza che vedeva la madre come protagonista. Ma Arna muore di cancro nel 1995 e con lei si spegne anche il teatro. Poi nel 2002 i carri armati israeliani entrano nel campo profughi e i tre bambini (ora adolescenti) che Juliano aveva seguito con più attenzione vengono uccisi.
Sconvolto il regista torna a Jenin. «Sono ritornato sulle rovine di Jenin con la mia macchina da presa per vedere cosa fosse successo ai bambini che ho conosciuto ed amato». Fu così che vide la luce «Arna’s Children », il film che avrebbe cambiato la vita di Juliano portandolo a essere sempre più coinvolto nel sostegno ai diritti dei palestinesi. Di recente aveva sostenuto il boicottaggio culturale di Israele, e consolidato il suo appoggio alla soluzione dello «Stato unico».
«Io non sostengo alcuno stato – aveva dichiarato nel 2009 ad un giornalista austriaco -. Io sostengo solo le persone che vivono insieme… Il principio base della politica e dell’ideologia israeliana si fonda sulla separazione, è l’apartheid, è ancorato alle entità etniche: etnocrazia, muri, recinzioni. Qualsiasi cosa io faccia, è contro la separazione». Qualcuno ieri ha deciso che un uomo con queste idee non poteva vivere.

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