Condomini solidali, una questione di valori. Intervista con Bruno Volpi, fondatore di MCF

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di Alberto Ottanelli

Bruno Volpi, presidente e fondatore dell’associazione Mondo di Comunità e Famiglia – MCF, nata 30 anni fa dall’esperienza del condominio solidale di Villapizzone a Milano, nei giorni scorsi è stato a Firenze, ospite del nodo toscano di MCF.
Ne abbiamo approfittato per farci raccontare un po’ della sua storia e dei valori su cui è fondata, prima dell’associazione, la sua stessa vita: apertura, accoglienza, condivisione.
Da dove iniziare?
Dal giovane che ero negli anni Sessanta. Di giorno lavoravo in fabbrica, ero attivo con il sindacato, e la sera studiavo. Con l’Enrica, la mia fidanzata e poi moglie, frequentavamo la parrocchia, ma sentivamo la frustrazione di non riuscire a concretizzare i valori del Vangelo nella vita quotidiana… Eravamo dei sognatori, e a un certo punto, nel 1963, ci siamo fatti coraggio e abbiamo deciso di andare in Africa, con l’idea di fare i missionari laici. Dopo un periodo di preparazione in Francia siamo partiti. L’intenzione era quella di restare due anni. Invece siamo rimasti 8 anni. Partiti in due, siamo tornati in sette.
Cosa facevate in Africa?
Il Vescovo responsabile del progetto ci ha detto: “Fate quello che siete capaci di fare. Non vi mancherà mai niente”. Una frase bellissima, che dovrebbe essere detta a chiunque voglia mettere su famiglia. Io ci ho creduto e ho provato a vivere così. Mi sono messo a fare quello che sapevo fare: il geometra. A progettare un convento, una scuola, case…
Cosa avete imparato con quell’esperienza?
La prima cosa da cui ci siamo liberati è stata l’assillo dei soldi. Ci siamo accorti che senza la preoccupazione di arrivare alla fine del mese si vive meglio, ci si accontenta del poco che si ha, si lavora per vivere e non si vive per lavorare. Poi gli africani ci hanno insegnato molte altre cose.
Per esempio?
A “perdere tempo”. Quando venivano a casa nostra, per un bisogno o per chiacchierare, non andavano più via. Io dopo un po’ diventavo insofferente. Poi ho scoperto che è bello “perdere tempo” nelle relazioni, nel guardarsi negli occhi, nel capire di cosa ha veramente bisogno l’altro. Se ci lasciamo prendere dalla frenesia, è molto più difficile comunicare e risolvere i problemi. Quanta pazienza devono aver avuto gli africani per insegnarmi questa cosa!
Cos’altro hai imparato?
Mi hanno guarito da un altro tipo di frenesia: quella del far del bene “per forza”. Non mi chiedevano nulla, perché per loro l’importante era sapere che c’ero, e che se avessero avuto bisogno avrei fatto il possibile per aiutarli. È così che ho capito che la carità non è un dovere morale, ma uno stile di vita.
Che è successo una volta rientrati in Italia?
Che non riuscivamo a riadattarci alla vita “normale”. Era il 1971. Noi eravamo abituati ad essere liberi, a gestire il nostro tempo in autonomia, a stare insieme e condividere tutto. Abbiamo provato per 3 anni a riabituarci ai ritmi imposti dalla società, ma non ce la facevamo. Allora è capitata l’occasione di gestire, a Milano, la casa di un’organizzazione internazionale di volontariato dove soggiornavano giovani che si preparavano a partire per missioni all’estero. Erano persone che, come noi, si trovavano a disagio nel “sistema”: critici verso la famiglia tradizionale, le istituzioni, l’impostazione del lavoro… stavamo bene insieme e, finita l’esperienza con l’organizzazione, abbiamo continuato a vivere con questo stile, aprendo a chiunque bussasse. Un giorno ci hanno bussato i servizi sociali, per affidarci una ragazza. Da allora abbiamo iniziato ad accogliere tanti bambini, poi giovani, e anche adulti, in difficoltà. Piano piano siamo diventati un’alternativa all’istituto. Avevamo trovato il nostro modo di essere utili al prossimo.
Quando è nato il primo “condominio solidale”?
Nel 1978, dopo alcuni anni di incubazione, in cui abbiamo consolidato il nostro stile di vita, a cui non volevamo rinunciare. Condividevamo con i nostri ospiti vita e lavoro… quello che bastava per mangiare, e tutti davano una mano come potevano. Eravamo una specie di “famiglia allargata” dove tutti mettevano insieme quello che guadagnavano. Da lì è nata l’idea, che ancora oggi esiste nelle nostre comunità, della cassa comune in cui ciascuno mette tutto e da cui tutti prendono secondo le proprie necessità, con responsabilità e nel rispetto degli altri. La prima comunità vera e propria è stata quella di Villapizzone. Eravamo ormai una ventina di persone, fra adulti e ragazzi, figli o affidati, e ci serviva una casa più grande. Abbiamo trovato questa cascina mezza diroccata, che il proprietario ci ha dato per sbarazzarsene e purché la ristrutturassimo. Abbiamo cominciato così.
Quando sono arrivate le altre famiglie?
Quasi subito. E la prima è stata una famiglia sui generis: una comunità di gesuiti che voleva vivere a pieno il dopo Concilio, e stare in mezzo alla gente. Poi un’altra famiglia “normale”. Ognuno rimaneva se stesso, ogni nucleo aveva il suo appartamento. Era una comunità di comunità. E quando è nata la seconda, quasi vent’anni dopo, abbiamo capito che il modello era replicabile.
Come?
Scegliendo di vivere con quello stile: con la porta aperta, disponibili ad accogliere tutto quello che capita, situazioni, persone, bisogni, richieste, e con la volontà di condividere un pezzo di strada. I tre “pilastri” – apertura, accoglienza, condivisione – sono nati così: non da un progetto a tavolino, ma dalla vita di tutti i giorni. E dalla consapevolezza che sono io il primo ad avere bisogno di essere accolto dagli altri.
E oggi?
Oggi i nostri “condomini solidali” in Italia sono circa 30. Ci vivono famiglie che hanno scelto questa impostazione di vita: la condivisione, nel rispetto della differenza e dell’identità di ogni singola famiglia, dei suoi spazi e dei suoi tempi; il lavoro come strumento di unione non alienante; la cassa comune; l’apertura e l’accoglienza.
In Toscana esistono simili realtà?
Da 10 anni è nata la comunità “Il Sogno”, a Figline Valdarno, con tre famiglie che vivono nel condominio solidale di Tartigliese, una grande casa della diocesi di Fiesole. A Reggello è partito il percorso per la nascita di una nuova comunità, in una canonica messa a disposizione dei padri Sacramentini; e a Firenze, dopo un periodo di incubazione, stanno nascendo i primi germogli di una comunità di famiglie che ancora non vivono insieme, ma che condividono questo percorso… l’occasione di una casa capiterà anche per loro. Bisogna essere pronti e accogliere quello che accadrà. Perché, se stiamo insieme, i sogni si possono realizzare.
Altre info rmazioni su Mondo di Comunità e Famiglia – MCF

3 Comments

  1. LUcia Evangelisti

    E’ il solito problema :in Italia se sei cattolico trovi anche i castelli! Sennò, se vuoi vivere in un modo più giusto e umano, puoi farlo solo se sei molto ricco, perchè, a differenza che all’estero, l’ente pubblico non ti aiuta.Al più ti tira dietro una casetta senza interessarsi di cosa ne fai.

  2. Alberto Ottanelli

    Solo una piccola precisazione: il movimento ACF è aconfessionale, accoglie tutti (laici, credenti di ogni religione, atei, ecc) e parla con tutti: dalle istituzioni civili a quelle religiose. Tanto è vero che, in Italia, alcune delle case dove si trovano i condomini solidali di ACF sono di proprietà di pubbliche amministrazioni o di privati. Nell’articolo si fa riferimento alla sola realtà toscana, che è stata descritta per quello che è

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