Iraq, 109mila morti, torture e abusi: nuove rivelazioni di Wikileaks

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di Christian Elia da Peacereporter

Non era mai accaduto prima. I libri di storia dovrebbero riservare un posto, in futuro, non tanto ai media attivisti di Wikileaks, quanto al 22enne Bradley Manning, da Crescent, Oklahoma, Stati Uniti d’America. Analista della Decima Divisione di Montagna, è attualmente recluso nella base militare di Quantico, in Virginia, dopo un più di un mese di detenzione in Kuwait in seguito all’arresto a fine maggio in Iraq.

Arrestato per violazione del codice militare, in quanto ritenuto la fonte che ha passato documenti riservati a Wikileaks. In realtà non c’è stata alcuna conferma da Julian Assange, guru di Wikileaks, che si limitò a trovare degli avvocati al giovane, senza mai indicarlo come la fonte che permise al sito di attivisti coordinato da Assange di rendere pubblico il video nel quale un elicottero Apache da combattimento Usa, in Iraq, massacrava civili. Manning, il 21 maggio scorso, contattò su internet Adrian Lemo, un ex hacker molto famoso (un arresto nel 2003 per essere penetrato nel sistema informatico del New York Times) di cui il soldato aveva letto la storia. Lo mise a conoscenza della sua condizione di isolamento e di mancanza di prospettive future a Baghdad e gli chiese consiglio su come poter utilizzare dei files riservati dell’esercito ai quali lui aveva accesso. Lemo avvisò l’Fbi e Manning venne arrestato. Venne controllato il suo computer e gli inquirenti dissero che il soldato aveva scaricato illegalmente migliaia di documenti. Sarebbero quelli sull’Afghanistan prima, e sull’Iraq oggi, che Assange e i suoi hanno resi pubblici.

In realtà lo ha fatto al-Jazeera, che ha forzato i tempi e pubblicato tutto. L’idea di Assange era quella di tenere una conferenza stampa nella quale presentare i quattrocentomila documenti riservati. Non ha agito da solo, ma coordinandosi con media internazionali, quali il New York Times e il Washington Post, oltre che con associazioni di attivisti come Iraq Body Count, organizzazioni non governativa che fin dall’invasione in Iraq ha tenuto il conto delle vittime del conflitto. Stimandole, come confermerebbero i documenti dell’esercito Usa, in centonovemila dal 2004 al 2009. Poche davvero, secondo altre stime. “Vogliamo correggere gli attacchi alla verità”, ha dichiarato Assange, nel corso della conferenza stampa organizzata in tutta fretta a Londra subito dopo la diffusione dei documenti da parte di al-Jazeera. “Questi documenti rivelano sei anni di guerra in Iraq con dettagli dal terreno, le truppe sul territorio, ciò che vedevano, facevano e dicevano”. Bene, molto bene. Anche per quei media ai quali Assange si è appoggiato che, con ben altri mezzi dei media indipendenti, scoprono solo ora le violazioni che in tanti denunciano, ogni giorno, dal 2003. Come Carta, rivista che dalla prossima settimana non sarà più in edicola, per mancanza di fondi. Ma che tiene duro con il suo sito, per continuare a raccontare le guerre e non solo.

”Nulla di nuovo”, ha commentato gelido il ministero dei Diritti Umani di Baghdad. E non ha tutti i torti. Il ”bagno di sangue” che emerge dai documenti è una sequela di fatti noti, ma sui quali è calato il polveroso silenzio dei media mainstream che hanno sempre inseguito la notizia, senza mai fare denuncia. Ruolo che spetta ai giornalisti. Ecco che Saymour Hersh ha dovuto tirare fuori lo scandalo di Abu Ghraib, ma nessuno sapeva? Ecco che la morte di Nicola Calipari, ufficiale di intelligence italiana assassinato da un marine Usa, mentre portava in salvo la collega Giuliana Sgrena, diventa vittima di una soffiata, ma sono in molti – da anni – a sostenere che nulla torna nella ricostruzione ufficiale e che manca in quella processuale, visto che l’Italia non ha voluto o saputo farsi consegnare l’assassino dagli Usa. E ancora le prigioni segrete delle milizie, i detenuti iracheni ingoiati nel caos generato da coloro che arrivavano come liberatori, gli eccidi di civili. Impuniti.

”Tutte cose già note”, minimizza il Pentagono in una nota. ”Questi documenti mettono in pericolo le vite dei soldati Usa nel mondo”, ha tuonato Hillary Clinton, Segretario di Stato Usa. Vero, come mettono in pericolo la vita degli iracheni che hanno lavorato per le forze internazionali in Iraq. Stesso rischio corso dagli afgani dei precedenti files. Le stesse organizzazioni che, dal 2003, hanno denunciato quello che ora diventa di dominio pubblico sono le uniche a preoccuparsi della loro sorte. L’amministrazione di Washington, che nonostante le dichiarazioni, ha approntato una squadra di centoventi specialisti per analizzare i documenti uno per uno, ha attacato Wikileaks per questo. Dimenticando, però, di citare le migliaia di persone, irachene e afgane, tradite dopo che gli era stato promesso l’asilo politico in Gran Bretagna o negli Stati Uniti. Si aspetterà un nuovo scoop per parlare del primo iracheno o del primo afgano morto come ‘collaborazionista’ per ascoltare le voci che, da sempre, si battono contro la guerra.

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