5 novembre. Processo di appello per le cariche della polizia al consolato USA. Rischiano in 13

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di Riccardo Capucci per l’Altracittà

Il 13 maggio del 1999 alcune migliaia di persone a Firenze scesero in piazza per dire no alla guerra, per protestare contro il governo D’Alema e la sua sudditanza verso il bellicismo statunitense. Il corteo, del tutto pacifico, si concluse come da programma sotto il consolato americano. Slogan, bandiere, un clima da fine manifestazione, come si vede dai filmati. Poi tutto cambia, una carica delle Forze dell’ordine, improvvisa, rabbiosa, violenta. Fuggi fuggi generale, nello sconcerto e nella paura. Qualcuno pestato a caso, con i calci dei fucili, una ragazza rischiò di perdere un occhio, lacrimogeni ad altezza d’uomo.

Si potrebbe dire una manifestazione come tante, finita con una inutile violenza poliziesca, fortunatamente senza troppe conseguenze. E invece non era finito proprio niente. Vengono individuate 13 persone – a posteriori, non identificate in loco – denunciate e processate. Ipotesi di reato: resistenza aggravata a pubblico ufficiale. L’aggravante sta nel numero, più di dieci. La resistenza non si sa, nessun fatto specifico è stato contestato, se non un generico lancio di oggetti che invece tutti i presenti, anche in tribunale e sotto giuramento, smentiscono. Fa niente, il 28 gennaio 2008, 13 persone sono condannate a 7 anni di reclusione, praticamente per essere stati caricati dalla polizia. Sette anni sono una enormità, sono una fetta di vita. Sono lavoro che si perde, affetti che non si vivono, sono famiglie sconvolte. Poteva toccare a chiunque, di quei 3.000, è toccato a loro.

La lettura della sentenza lascia sgomenti. Il ragionamento – se così si può chiamare – segue questo filo: le prove a carico sono sostanzialmente solo le testimonianze, tutte concordi, dei funzionari di polizia, e “provenendo da Funzionari di Stato, per ciò solo resistono con maggior vigore alla verifica di eventuali condizionamenti”.

Anche i testimoni a discarico sono stati tutti concordi nel fornire una ricostruzione del tutto diversa, ma in questo caso queste testimonianze “sono invero unite da un sottile filo logico che le accomuna tutte ma le rende fragili ed inconsistenti proprio per la comunanza di tale elemento”. Cioè se dieci funzionari di polizia dicono tutti la stessa cosa, diventa prova provata, se lo fanno dieci manifestanti (fra cui consiglieri regionali, comunali, e dirigenti sindacali) è la prova che si sono messi d’accordo per fornire una versione falsa. Ci sarebbe da sorridere, amaramente, anche ripensando alle tante “testimonianze” rese dalle forze dell’ordine. Alle molotov della Diaz, per fare solo un esempio. Ma anche l’ironia si spenge quando pensi a quei maledetti sette anni. Ottantaquattro mesi. Duemilacinquecentocinquantacinque giorni.

Firenze 13 maggio 1999, foto di Matteo Zamboni

Il 5 novembre si svolgerà il processo d’appello. La speranza è che un barlume di civiltà e di equilibrio riformi sostanzialmente una sentenza che ha una intollerabile cifra politica che sopravanza ogni principio di diritto: reato di dissidenza, pena collettiva uguale per tutti, non una sola prova di responsabilità individuale in fatti specifici.

Ma la speranza non basta: segnatevi la data sul calendario, non lasciamo cadere nell’indifferenza questo giorno: il 5 novembre dovremo essere tutti in attesa di sapere se una qualche idea di giustizia ed equità è ancora possibile.

2 Comments

  1. maria luisa ferretti

    Penso che questi fatti non dovrebbero accadere in un paese democratico, voglio sperare che la sentenza di appello ristabilisca il giusto equilibro poichè una sentenza iniqua non deve essere tollerata in un paese che si definisce civile.

  2. Pingback: Sette anni di carcere per aver manifestato contro la guerra. Firma anche tu! - micromega-online - micromega

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