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sabato 28 agosto 2010 e inserito in Economia, Idee.
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Don Palmisano è parroco a Ricorboli, una comunità fortemente impegnata sui temi della finanza etica, del microcredito e della solidarietà internazionale
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Raffaele Palmisano, un religioso cinquantenne dell’ordine dei Mercedari, originario di Napoli, è arrivato a Firenze nel 1979. Essendo già stato impegnato nell’esperienza del carcere minorile, venne destinato all’Oasi, un centro di accoglienza. «In presenza dell’emarginazione sociale – racconta – abbiamo verificato che nel corso degli anni le varie amministrazioni della nostra città si mostravano sensibili nell’affrontare il problema della droga, mentre si rivelavano quasi assenti nel recupero degli ex carcerati. Ricordo le sacrosante parole del dottor Margara, durante un convegno: «Il carcere è lo zerbino della società che nasconde lo sporco che nessuno vuole vedere».
Noi oggi siamo più infastiditi dagli extracomunitari che affollano i nostri semafori che dalle grandi ingiustizie commesseda uominipotenti: evasione fiscale, frodi, corruzioni. Ci siamo mai chiesti quanto queste ingiustizie pesano sulla nostra vita?
«Alcuni anni fa mi è stata affidata la parrocchia di Ricorboli, un ambiente tanto diverso da quelli da me frequentati in precedenza, un po’ freddo per i miei gusti, con un laicato maturo sì, ma all’apparenza poco coinvolto nella vita sociale del quartiere. Col tempo, però, ho apprezzato la disponibilità della gente sia a rapportarsi positivamente con le persone emarginate da me accolte in casa, sia ad impegnarsi in progetti di solidarietà».
Don Franceschi, suo predecessore come parroco a Ricorboli, è stato sempre un fermo sostenitore, e non solo a parole, delle innovazioni del Concilio Vaticano II. quanto è difficile oggi, in un contesto dominato dal ritorno alla conservazione, rimanere fedeli a questo spirito? Come ci riesce la comunità di Ricorboli?
«L’impronta data da don Danilo è emersa immediatamente nel mio incontro con i laici della parrocchia. Ho capito subito che il gruppo più attivo della comunità, che è stato formato nello spirito del Concilio, oggi vive con insofferenza quegli atti dei vertici della chiesa che sembrano allontanarsi dallo spirito conciliare. Tale stato d’animo si traduce, in positivo, nell’accettare o promuovere incontri o progetti comuni con altre realtà ecclesiali. Quest’anno, ad esempio, assieme ad altre parrocchie e all’associazione Pax Christi abbiamo messo in piedi svariate iniziative inserite in un progetto chiamato Scuola di pace. Un altro aspetto interessante è che la parrocchia interagisce positivamente con le Istituzioni del territorio, come il Quartiere 3 e soprattutto con le Case del Popolo della zona, l’Affratellamento e Vie Nuove. Siamo molto sensibili al dialogo interreligioso e abbiamo allacciato rapporti di collaborazione con altre chiese cristiane, con ebrei e musulmani. A Ricorboli sono nate associazioni aperte al territorio impegnate sul versante della “finanza etica” e su quello della solidarietà internazionale come Ricorboli Solidale, che attraverso il microcredito finanzia la creazione di una fattoria didattica in Africa, nel Benin».
Oggi la chiesa italiana, dopo un lungo periodo di immobilismo, è percorsa da fermenti visibili. ne è testimonianza, qui a Firenze, il caso di don Alessandro Santoro, il cappellano delle Piagge allontanato per un certo tempo dalla sua comunità. Come giudica questa vicenda? Pensa che lo scossone provocato da questo episodio possa essere un segnale di risveglio per i cristiani di Firenze?
«Vorrei fare innanzitutto una brevissima premessa. Avendo vissuto riesco ad immaginare le Piagge senza Alessandro per l’esperienza che è stato capace di far nascere quasi dal nulla e per il messaggio che le Piagge hanno rappresentato e rappresentano all’interno della chiesa fiorentina. È un messaggio ben chiaro rivolto a tutta la città: stare dalla parte degli ultimi. Di fronte a questa scelta non si può che essere di parte, come lo è stato Gesù, e il Vangelo ce lo testimonia a chiare lettere. Quindi la solidarietà a don Santoro per me e per tanti della mia parrocchia è stata una scelta ben chiara. Per questo ho accolto con grande soddisfazionela decisione del vescovo Betori di restituire don Alessandro alla sua comunità».
Cosa dovrebbe fare la chiesa, secondo lei, per essere più fedele al messaggio del Vangelo? Ci potrebbe fare qualche esempio?
«Per brevità farò riferimento solo ad un paio di questioni riguardo alle quali vorrei dalla mia chiesa una maggiore chiarezza. Rimango sorpreso come la chiesa istituzionale non faccia sentire la sua voce condannando in modo chiaro i giochi della finanza italiana e internazionale che creano palesi ingiustizie che vengono pagate soprattutto dai più deboli in termini di disoccupazione, precarietà, povertà. Al tempo stesso sarebbe nostro dovere essere attenti come chiesa nei confronti delle «banche armate», quelle che utilizzano i capitali dei privati e delle nostre stesse comunità cristiane per finanziare le fabbriche di armi. Dove sta, qui, il Vangelo della pace che diciamo di seguire?».
di Bruno D’Avanzo – da l’Unità del 28 agosto 2010
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mi ha fatto piacere che Don Palmesani abbia manifestato perplessita’sul ” matrimonio” tra un uomo e un trans celebrato da Don Santoro