I nomi, le storie, la dignità di chi sogna la Fortezza Europa. Intervista a Gabriele Del Grande

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di Katia Raspollini per l’Altracittà

Si può parlare di immigrazione senza usare quelle categorie spersonalizzanti e disumanizzanti, come “clandestini”, “migranti”, “richiedenti asilo”, “rifugiati”? “Il mare di mezzo”, nuovo libro di Gabriele Del Grande, semplicemente restituisce la dignità di un nome, un cognome e una storia a ognuna delle persone raccontate.
«“Il mare di mezzo” – ci spiega l’autore – raccoglie le inchieste e i reportage degli ultimi tre anni ininterrotti di viaggi e di inchieste nel Mediterraneo lungo le frontiere europee. È un libro fatto di storie, le storie dei protagonisti di questi viaggi. Ci sono i giovani eritrei che aspettano a Tripoli di partire, i somali respinti in Libia dalle motovedette italiane, i padri dei ragazzi algerini dispersi in mare, i sindacalisti tunisini delle miniere di fosfato di Redeyef che l’Italia ha espulso, i pescatori di Mazara del Vallo, coinvolti in coraggiosi salvataggi in mare, e quelli di Teboulbah, in Tunisia, che per un salvataggio sono finiti in carcere con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione illegale. E poi ci sono le storie dei centri di espulsione, della violenza con cui la polizia ha represso le rivolte dei detenuti e della violenza istituzionale, con cui questo paese espelle persone che vivono tra noi da dieci, venti o trent’anni. L’intreccio di queste storie fa la Storia con la esse maiuscola, quella che si studierà  a scuola tra un paio di generazioni, quando col senno di poi ci sarà chiesto conto dell’epoca del razzismo e delle stragi in mare. Rispetto al precedente lavoro, “Mamadou va a morire”, il nuovo libro è più attento alle storie, più denso di materiale».
Il percorso degli immigrati ha subito un cambiamento nelle rotte?«Se fino a qualche anno fa una rotta alternativa era quella per le Canarie, adesso anche questa è chiusa, come pure quella libica verso Lampedusa, quella algerina verso la Sardegna e quella dello stretto verso l’Andalusia. L’unica rotta marittima ancora in parte battuta è quella tra Turchia e Grecia. Chi non riesce a avere un visto nelle ambasciate sempre più spesso arriva in Europa atterrando nei paesi dell’est, e proseguendo via terra, via Ucraina, verso Slovacchia, Polonia, Ungheria e da lì negli altri paesi. La maggior parte delle persone che viaggiano verso l’Europa però  arriva in un altro modo. In aereo o in autobus, in modo regolare, con un visto di ingresso stampato sul passaporto». 
Le nuove rotte sono conseguenza della militarizzazione delle frontiere ma anche dei rischi a cui gli immigrati vanno incontro, come  deportazioni o uccisioni che tu denunci più volte. A proposito del trattamento riservato agli immigrati detenuti in Libia, è stato chiamato in causa il nostro ministro degli esteri Frattini. Come commenti la sua posizione e le politiche dell’immigrazione in Italia?  
«Frattini è un ipocrita, come è un ipocrita Maroni, e a suo tempo i ministri degli esteri e dell’interno del governo Prodi, D’Alema e Amato: non dimentichiamo che fu il governo Prodi a firmare l’accordo di respingimento con la Libia. Ipocriti perché non è accettabile riempirsi la bocca di tante belle parole sui diritti umani, e poi consegnare alle galere libiche migliaia di persone respinte in mare, comprese donne incinte, neonati e rifugiati politici che da quelle prigioni non usciranno che dopo anni di violenze e torture fisiche e psicologiche. Se davvero le carceri libiche sono “decorose”, come ha recentemente dichiarato il ministro Maroni, perché non ce le fanno vedere? Perché non invitano una troupe del TG1, ad esempio a Kufrah? Il campo di Kufrah detiene i rifugiati eritrei e etiopi in arrivo dal Sudan, ed è il carcere che gode della peggiore fama». 
Rispetto ai CIE – centri di identificazione ed espulsione -, nella nostra regione Toscana, il presidente Rossi ha proposto di creare dei mini-CIE. Come giudichi questa posizione? Pensi che possano esistere CIE buoni?
«Sì, possono esistere… nella misura in cui le condizioni di detenzione diventano accettabili e dignitose. I soldi dopotutto non mancano per garantire la dignità: a Modena ad esempio la prefettura paga più di 70 euro al giorno per ogni detenuto. Ed è un fenomeno pericoloso. Perché se anche domani nel Cie fosse garantito un pasto di buona qualità, un letto comodo, pulizia, attività ricreative, sostegno psicologico e niente sovraffollamento, non potremmo dirci soddisfatti. Perché la prima violenza è quella istituzionale, quella dell’autorità che ti priva della libertà senza che tu abbia commesso un reato, e ti detiene ingiustamente per sei mesi. E avere dei Cie gestiti bene rischia di farci dimenticare il punto chiave del discorso». 
Che legame esiste tra le politiche di respingimento e l’istituzione dei Centri di Espulsione? 
«Il legame è quello di una politica ideologica, colonialista, ipocrita e fuori dalla storia. Ipocrita perché dicono che vogliono chiudere le frontiere, ma i numeri dicono il contrario. L’attuale governo che ha fatto della xenofobia un cavallo di battaglia, nel 2009 ha respinto in Libia 1.000 persone ed espulso dai Cie altre 10.000, ma richiesto ufficialmente l’ingresso in Italia di 290.000 lavoratori con la sanatoria e altri 80.000 come stagionali. Ovvero, 11.000 espulsi contro 370.000 ingressi richiesti. Quei lavoratori servono alla nostra economia. Ma il concetto ideologico e colonialista è che l’immigrazione vada gestita. Le persone non sono libere di decidere per se stesse, ma devono essere contingentate, in quote, blocchi, flussi, sanatorie, per decidere quanti ne entrano in base alle esigenze del mercato di lavoro e per espellere tutti quanti non sono più produttivi, allo scadere del contratto di lavoro che prevede il ritiro del permesso di soggiorno».
L’Europa mantiene rapporti con paesi non democratici del Maghreb come il Marocco e l’Algeria, chiudendo un occhio sulla violazione dei diritti dei migranti. In favore di quali interessi?          
«Prendiamo il caso della Libia. L’Italia di Prodi firma un accordo con Gheddafi per i respingimenti di tutte le persone intercettate nel Canale di Sicilia. L’accordo entra in vigore dopo la firma con cui Berlusconi impegna l’Italia a risarcire i libici con 5 miliardi di dollari per i crimini contro l’umanità commessi durante le guerre coloniali. Nel frattempo la compagnia di stato ENI firma un accordo miliardario con la controparte libica, la NOC, per l’estrazione e l’esportazione di idrocarburi attraverso il Green Stream, il gasdotto che collega la Libia alla Sicilia, a Gela. Vedete quanto sono interconnessi gli accordi politici con gli accordi commerciali. Soprattutto in un paese governato da un personaggio suscettibile come Gheddafi, che alla minima critica sul suo operato minaccia di far saltare commesse e contratti. Ahimé, l’Italia, in nome della realpolitik, preferisce difendere i propri interessi economici anziché spendersi per la difesa dei diritti. Tuttavia, la soluzione non può essere garantire i diritti umani dei respinti in Libia. Il punto è non respingere. Il punto è aprire le frontiere da un lato, e dall’altro investire in Africa per l’economia e la democratizzazione».

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