Sandra Alvino: «Niente divorzio. Nessun articolo di giornale metterà fine al grande amore della mia vita»

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di Cristiano Lucchi

Sandra e Fortunato durante la celebrazione del loro matrimonio alle Piagge

Sandra e Fortunato durante la celebrazione del loro matrimonio alle Piagge

Incontriamo Sandra Alvino 48 ore dopo la giornata internazionale contro l’omofobia che ricorda, il 17 maggio di ogni anno, il momento in cui l’omosessualità fu rimossa dalla lista delle malattie mentali curata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Oggi, grazie ad una risoluzione del Parlamento europeo l’omofobia, ovvero la paura e l’avversione nei confronti delle persone omosessuali, bisessuali e transessuali, è messa sullo stesso piano del razzismo, della xenofobia, dell’antisemitismo e del sessismo. Il Parlamento italiano non ha però ancora deliberato affinché l’omofobia diventi un vero e proprio reato, per punire chi discrimina altre persone il relazione alla loro preferenza sessuale.

Analoga discriminazione esiste anche per le persone che hanno cambiato sesso per far coincidere la propria identità di genere con il proprio corpo. E Sandra, da oltre cinquant’anni, è impegnata a difendersi dalla discriminazione nei suoi confronti, a far fronte quotidianamente ai problemi di sempre.

Ancora oggi la sua fedina penale è carica di reati assurdi, concepiti da una cultura legislativa omofobica, quella italiana fino agli anni Ottanta, che colpiva gli “effemminati” e i “mascherati”. Lo ricorda lei stessa: «Quando per anni passavo dalle caserme al carcere senza commettere nessun reato concreto, ma solo per la forma che nel crescere e svilupparsi il mio corpo assumeva.» La storia di Sandra è infatti quella di un’anima femminile imprigionata in un corpo sbagliato, che da sempre lotta con ostinazione – pagando prezzi altissimi, oltremisura ingiusti – per veder riconosciuta la sua identità di donna.

Anni in carcere, isolamento, soprusi, violenze, elettroshock, malattie cronicizzate per non essere state curate a dovere, discriminazioni, pregiudizi. «La gente ti additava e la polizia ti castigava», riassume con una battuta. «Ma a me è andata meglio di altre, che sono state uccise dai più violenti tra gli omofobi».

Sandra se ne andata dalla sua famiglia ancora adolescente. «Perché mi rendevo conto di danneggiarla, non volevo che i miei genitori fossero obbligati a subire quello che subivo io. Potevano difficilmente comprendere la mia condizione. Non ne avevano nessuna colpa, ma semplicemente non disponevano degli strumenti utili ad accompagnarmi nella ricerca di una identità di genere che mi appartenesse a pieno.»

Oggi, a sessantacinque anni, ha un corpo che le permette di avere le idee chiare. «Sono una donna a tutti gli effetti, e anche per la legge. Mi sono sposata e ho una famiglia mia. Molti, soprattutto i giornali e la televisione mi definiscono transessuale. Ma in questo modo non fanno che discriminarmi un’altra volta. Si è infatti transessuali solo nella fase di transito, come dovrebbe indicare la parola stessa.»

E i continui attacchi dei media, soprattutto dopo il suo matrimonio religioso con Fortunato celebrato nell’ottobre scorso alle Piagge, hanno mandato Sandra in depressione. Per l’ennesima volta si è trovata sotto i riflettori a causa di un’identità di genere che non le appartiene. Una situazione che ha messo in difficoltà anche il marito – additato dai più beceri e ignoranti come colui che ha sposato un uomo – e che per un momento hanno creduto di risolvere divorziando e finendola una buona volta per tutte con le morbose speculazioni sulla loro vita. «Ma ci siamo subito accorti che sarebbe stato un errore, che avremmo fatto male solo a noi stessi», Sandra non ha dubbi.

«Fortunato ed io ci amiamo da trent’anni, stiamo bene insieme, viviamo con serenità questa parte della nostra vita lontana dalle sofferenze più acute. E il nostro matrimonio non sarà messo in discussione da un servizio televisivo o da un lancio di agenzia. Anche se dalla stampa in genere ci aspettiamo più umanità e rispetto della nostra storia.»

Sotto la tettoia del Pozzo, il centro sociale della Comunità delle Piagge dove si svolge questa chiacchierata, Sandra – senza alcuna presunzione – si definisce «costruttrice di democrazia”, perché da sempre «ho lottato per me e per le altre persone che vivono o hanno vissuto un’esperienza analoga alla mia».

“Costruire democrazia” per Sandra vuol dire battersi «per estendere i pieni diritti civili a chi è oggi ancora discriminato. E’ per questo che ho fondato l’Associazione Italiana Transessuali: per accogliere e accompagnare chi vive questo travaglio in una società che resta comunque transfobica. Con l’AIT mi batto in primo luogo per la costruzione di percorsi di ascolto, di tipo psicologico e sociale, ma anche affinché siano istituite Case famiglia in grado di ospitare chi vive il passaggio lontano dagli affetti più cari, che, nel 2010, ancora troppo spesso non sono in grado di aprire il loro cuore e la loro testa alla diversità.»

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Il volo

Il volo

Per conoscere a fondo la storia di Sandra Alvino consigliamo la lettura del suo libro autobiografico intitolato “Il volo” e curato da Massimo Caponnetto per le Edizioni Piagge

3 Comments

  1. marina

    Penso che sulla vicenda della signora Alvino si sia parlato già abbastanza. Da un giornale come il vostro mi aspetterei un maggiore approfondimento su quanto sta accadendo in questi giorni tra le rappresentanze sindacali del commercio e la Giunta Comunale.Dopo l’apertura dei negozi il 1°di Maggio si parla di aperture indiscriminate a Natale e Santo Stefano.Tutto ciò comporterebbe dei costi sociali altissimi per quei lavoratori e , soprattutto quelle lavoratrici che si troveranno a dover conciliare famiglia e lavoro.
    Gli addetti del commercio sono in gram parte donne e sapete bene come per una madre il solo fatto di uscire di casa per andare al lavoro diventi una vera e propriia corsa ad ostacoli tra orari degli asili o della tata e poco tempo per stare serenamente con i propri figli.
    A volte leggendo il vostro notiziario penso che di chi veramente lavora non ve ne importi proprio niente e che non riusciate a guardare più in là del vostro ombelico!

  2. francesca

    Buon giorno, ricevo la vostra newsletter e vi seguo con attenzione.Da un po’ di tempo però non condivido la priorità che date ad alcune notizie a scapito di altre. Infatti essendo il vostro un giornale che si occupa non solo delle Piagge ma anche di quanto avviene nella città mi sembra che negli ultimi giorni in apertura avrebbe dovuto esserci un’altra notizia: la rottura della trattativa tra le rappresentanze sindacali del commercio e il vicesindaco Nardella. Infatti il Comune nella persona del Vicesindaco si limitava a comunicare alle rappresentanze sindacali la propria intenzione a concedere deroghe per le aperture dei negozi a Natale e a Santo Stefano.Poichè esiste la concertazione che è qualcosa di molto diverso dalla semplice comunicazione di decisioni le rappresentanze sindacali hanno abbandonato il tavolo delle trattative.Ecco a fronten di una soituazione tanto delicata dal vostro giornale mi sarei aspettata un’inchiesta, una serie di interviste alle lavoratrici del Commercio (in gran parte donne che devono conciliare lavoro e famiglia), una presa di posizione forte sui diritti dei lavoratori.Invece cosa vedo? L’ennesimo articolo sulla Alvino sulla quale si sono già spercati fiumi di inchiostro! Sul vostro giornale si parla di Economia, politica, buone pratiche.Si dice di stare dalla parte dei più deboli, rom e migranti.Bei discorsi in teoria! Ma nella pratica i lavoratori hanno bisogno di risposte concrete e di rappresentanze politiche disposte a prendere posizioni forti e chiare!

  3. red

    Care Marina e Francesca, premesso che le scelta dell’apertura può essere senz’altro oggetto di critiche, aprire con un tema non significa che ce ne infischiamo degli altri. Non è vero che non parliamo mai di lavoro, tanto che abbiamo dedicato un’inchiesta in 3 puntate al tema della Seves, per esempio, e abbiamo parlato anche della questione Primo Maggio contestando la scelta del Sindaco.
    Ciò detto, può darsi che abbiate ragione e che avremmo dovuto approfondire meglio la questione da voi segnalata. Se ci mandate privatamente i vostri riferimenti, saremo ben lieti di farlo con il vostro aiuto. L’indirizzo è redazione@altracitta.org
    Grazie

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