Firma anche tu. Alessandro Santoro e Sandra Alvino lanciano un appello alla stampa e ai lettori

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Alessandro Santoro e Sandra Alvino

Alessandro Santoro e Sandra Alvino

Ci siamo ritrovati la notte di Natale, alla stazione, dopo la celebrazione della messa. In quella sera di dolore e abbraccio, in quella sera in cui è stato così difficile per tutti noi celebrare la nascita di una nuova vita, di una nuova speranza, ci siamo detti che quello che era successo dopo il 25 ottobre meritava una risposta, una ulteriore riflessione. E non ci riferivamo tanto alla decisione del Vescovo, alle Sue parole, ma a come la vicenda del matrimonio è stata presentata dalla gran parte degli organi di informazione.

Troppo spesso si è fatto ricorso ad eccessive semplificazioni, fino ad alterare il significato della vicenda stessa Accade così per molte notizie. Nel tentativo di renderle sempre più leggere e assimilabili, vengono loro tolti pesi e concetti giudicati superflui, per presentare solo quegli aspetti che hanno il vantaggio di stimolare la curiosità del lettore. Tutto ciò va però a scapito della reale comprensione dei fatti.

Così, nel nostro caso, si è parlato di matrimonio transessuale, o transgender; qualcuno ha addirittura parlato di matrimonio gay. Tutte definizioni accattivanti per chi legge, ma che con la vicenda delle nozze celebrate alle Piagge non c’entrano affatto. Il 25 ottobre, a ricevere il sacramento del matrimonio, c’erano semplicemente un uomo e una donna, peraltro già sposati civilmente da venticinque anni. E questo, ancora oggi, ci sentiamo in dovere di ribadirlo. La parola transessuale, tutt’oggi la più usata per indicare la Sandra, è il termine che definisce una persona durante quel momento di passaggio, di transito, che coincide con il suo percorso di rettifica del sesso.

Ma ultimato tale percorso l’unica definizione corretta per la stessa persona è quella che risulta dalla sua nuova condizione anagrafica: in questo caso, donna. Il termine transessuale, o anche ex transessuale, a quel punto serve solo a richiamare una condizione passata che tante volte, per il pregiudizio che ancora grava su questi aspetti della vita privata, costituisce un ostacolo per un futuro inserimento nei rapporti sociali e lavorativi.

Il nostro vuole essere un appello, rivolto agli organi di informazione ma anche a chi legge, a rispettare, sempre, la storia e la dignità delle persone, cercando di scoprire più prospettive possibili da cui leggere le varie storie personali e sociali. Dare definizioni è una scorciatoia del pensiero, e impedisce di cogliere la verità e l’autenticità delle persone e dei fatti, dandone una rappresentazione superficiale ed inesatta. Tutto questo può servire a riempire di parole una conversazione o un articolo, ma non ad entrare con passione civile dentro la realtà in cui viviamo.

Don Alessandro Santoro e Sandra Alvino

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