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  • Moustapha, ucciso a Pitti Uomo, lavorava senza contratto?

    Postato martedì 7 luglio 2009 e inserito in . Puoi seguire i commenti a questo articolo attraverso i feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, o fare un trackback dal tuo sito.


    di Ilaria Ciuti e Laura Montanari

    Moustaphà non aveva documenti in tasca, era uno di quelli che non ci risultano. Uno capace di essere nessuno a ventidue anni anche nel giorno in cui muore in un letto d´ospedale a Careggi con il corpo schiacciato dalle assi di uno stand crollato mentre un gruppo di operai lo stava smontando.

    In ricordo di Moustapha, ucciso sul lavoro a Pitti Bimbo

    In ricordo di Moustapha, ucciso sul lavoro a Pitti Bimbo

    Moustaphà veniva dal Marocco e viaggiava leggero, come certi figli di un dio minore, attraversava lavori e letti di fortuna, passeggero senza valigia in questa parte di occidente. Quando sono arrivati gli addetti della Asl alla Fortezza da Basso per indagare sull´incidente, si erano appena spente le luci di Pitti Uomo e delle sue passerelle.

    «Non so», «Era qui a trovare suo cugino», silenzi, imbarazzi. Il solito destino degli invisibili. Quando qualcuno ha provato a mettere un fiore e un biglietto di solidarietà nello stand sotto sequestro della magistratura, è durato poco. Qualcun altro l´ha levato. Eppure dietro l´ultimo lutto, dietro l´ultima morte bianca in Toscana, c´è una storia uguale a tante altre di insicurezza sul lavoro.

    Contano poco i timbri sul passaporto o il permesso di soggiorno adesso in questa storia. Conta di più capire perché quello stand di trenta metri è andato giù di schianto, chi ha sbagliato, chi doveva controllare e non ha controllato. Sabato un presidio di precari e di ragazzi del Movimento di Lotta per la casa hanno ricordato il «sacrificio» di Moustapha Shkara, 22 anni, operaio marocchino che, stando ai primi accertamenti dei carabinieri, era clandestino. Clandestino, quindi senza un contratto di lavoro. O con un contratto scaduto da pochi mesi, come fa capire qualcuno dei suoi amici. Moustapha era arrivato in Italia un paio d´anni fa, a Campi Bisenzio vive il cugino e qui in Toscana aveva diversi amici nella comunità islamica.

    Ieri alla Fortezza una cinquantina di lavoratori delle ditte di montaggio e di quelle della manutenzione ha scioperato per un´ora «contro l´anonimato della morte di Moustapha Shkara e per la sicurezza». Lo hanno fatto, spiega il Centro delle culture di Firenze, «per sostenere la causa di chi lavora in condizioni precarie e essere a fianco di quei lavoratori immigrati, molti dei quali senza permesso di soggiorno, che sono le prime vittime della crisi globale». Shkara è morto il 2 luglio dopo essere stato travolto, il 30 giugno, da uno stand di Pitti Uomo in fase di smontaggio. Sul caso indagano i carabinieri e l´ufficio prevenzione infortuni sul lavoro della Asl, coordinati dalla procura che ha aperto uno fascicolo per omicidio colposo.

    Da chiarire se il giovane fosse un operaio irregolare impiegato nello smontaggio o se si trovasse a passare di lì, come sostengono alcuni addetti della ditta. Sicuramente la parte superiore del grande stand ha ceduto disastrosamente. Forse, azzardano alcuni, perché si stava lavorando imprudentemente senza avere prima messo in sicurezza la struttura. «Attendiamo con ansia i risultati dell´inchiesta», dice Laura Scalia responsabile per la sicurezza della Cgil fiorentina. «Ma una cosa – aggiunge – la possiamo dire da subito. Se il giovane marocchino stava lavorando allo smontaggio non sono state rispettate le norme per la sicurezza nei luoghi di lavoro. Se passava di lì, come non crediamo ma comunque aspettiamo di sapere, allora non è stata rispettata la sicurezza pubblica».

    C´è molta reticenza a parlare dell´argomento. C´è un´indagine in corso e delicata, mettono tutti le mani avanti. Ma esiste chi assicura che Mousthapha avesse all´inizio un contratto a tempo determinato, di cui testimonierebbero anche le buste paga, e che poi avesse continuato a farlo al nero dopo che il contratto era scaduto e non era stato rinnovato, come ormai accade. Così Moustapha avrebbe pagato con la vita il prezzo di una crisi di cui fanno le spese per primi i più deboli e che ricaccia nell´irregolarità una sempre più indefinita schiera di immigrati, dice Scalia. Soprattutto, aggiunge, nell´edilizia.

    Dichiarano di attendere la fine dell´inchiesta per sapere anche gli imprenditori di moda che avevano usato lo stand per Pitti Uomo: «Da anni affidiamo il montaggio e lo smontaggio dello stand a una società che ce lo garantisce chiavi in mano. Ci siamo sempre trovati bene, non sapevamo neanche che usasse ditte in subappalto come quella che stava smontando la parte di stand dove è accaduta la disgrazia. Siamo disperati per la vita che si è persa». Dice l´ad di Pitti Immagine Raffaello Napoleone: «Noi affittiamo gli spazi agli espositori i quali a loro volta affidano a ditte di loro fiducia gli stand. Noi non ce ne occupiamo, salvo esigere un´autocertificazione che garantisca il rispetto delle norme di sicurezza. Stiamo collaborando all´inchiesta. Ma quello che più ci preme è mandare un aiuto alla famiglia in Marocco».

    In Marocco ci sono i genitori. «Piangono e non dormono più. Aspettano di riavere il corpo, ogni ora di ritardo è una tortura che si aggiunge al dolore infinito della perdita di un figlio così giovane», dice Katib Driss, il presidente della comunità islamica di Campi. Anche lui piange: «Non possiamo credere alla perdita di un ragazzo giovane, buono, gentile, che veniva qui al centro per pregare con noi, che era un amico e sparisce così, da un giorno all´altro. Il giorno prima lo abbiamo visto Moustapha, il giorno dopo è scomparso». Ai genitori là in Marocco glielo ha detto il cugino che quel loro figlio, per cui sognavano un futuro in Italia, era morto sotto l´impalcatura dove lavorava. Ora non aspettano più che la bara. «La prenderemo noi appena il giudice dà il permesso – dice Katib – La porteremo qui a Campi per una preghiera e poi la manderemo là, alla famiglia».

    [Fonte Repubblica]


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